Il palazzo di Atlante dell’Ariosto è la rappresentazione dell’insoddisfazione umana

La nostra vita è indissolubilmente legata alla realizzazione dei nostri sogni, anche quelli impossibili. Ludovico Ariosto ha plasmato un palazzo nel quale ogni sogno diviene realtà, ma dal quale non si può più uscire. Voi entrereste?

Un maestoso palazzo di marmo, con fregi d’oro, letti di seta verde e numerosi tappetti ed arazzi è il portale della felicità. O quasi. Entrare nel palazzo di Atlante significa rinunciare alla vita reale ed accettarne una copia più colorata e vivace, dove l’oggetto del desiderio si materializza dinanzi a noi, ma non viene mai raggiunto. È questo lo stratagemma del malvagio invisibil signor del palagio, per il quale una volta varcata la soglia, non si può più tornare indietro.

La ricerca senza fine

Il palazzo di Atlante è metafora dell’esistenza dell’uomo destinato ad inseguire i fantasmi del proprio desiderio, beni materiali che sfuggono al suo possesso e incapace di dare una direzione unitaria e costante al proprio itinerario nella vita e nel mondo. La voluta assenza di una soluzione a questo intrigo che è il vivere umano, e in particolare l’assenza di una soluzione religiosa, nell’ Orlando Furioso ci mostrano la legge che domina il mondo ariostesco, così come dice Remo Ceserani: “Nessuno trova quello che cerca. Tutti trovano quello che non cercano.”
Ariosto, infatti, attraverso il poema in generale fa una disamina dei vizi dell’uomo che presume di conoscere il mezzo della propria felicità – spesso un qualcosa di materiale- ma si illude della ricerca continua, destinata a non essere mai appagata: la quête. Per l’autore il mondo degli uomini è destinato solo ad aspirare alla perfezione ed è qui che nasce il conflitto tra realtà (quindi ciò che l’uomo può ottenere) e l’ideale (ciò che desidera). Nel conflitto chi non si adatta si spezza. Alcuni personaggi risultano più spregiudicati e pragmatici di altri e riescono ad adattarsi meglio alle circostanze fortuite della vita, rispetto ad altri, i quali sono destinati alla sconfitta o alla follia poiché sono ossessivamente portatori di ideali e valori sublimi a cui restano fedeli.

L’effimerità del desiderio

Eppure tutti sono succubi dell’incantesimo del castello di Atlante, che funziona sempre allo stesso modo, indipendentemente dall’identità e dalla categoria di appartenenza delle vittime. Ciascun personaggio vi è attirato inseguendo vane apparenze e precisamente un simulacro dell’oggetto dei propri desideri; e tutti i personaggi percorrono in lungo e in largo il palazzo senza potersi mai riconoscere.

La magia di Atlante distoglie l’uomo dalla comprensione razionale del mondo e delle cose, è l’apparenza della vanità che rende l’uomo schiavo del desiderio che lo domina. Il palazzo si rivela un labirinto, è impossibile uscirne. Lo spazio in questo caso è fondamentale: i personaggi si muovono sul piano in maniera circolare, tutti impegnati nella loro vana ricerca, ritornando sempre al punto di partenza. Questo simboleggia che il movimento dell’uomo è senza costrutto ed è all’inseguimento di un qualcosa di materiale -che reputa il mezzo per giungere alla felicità- che non trova mai.

Anche l’uso del lessico ha una parte fondamentale, essendo la scelta linguistica e stilistica in sintonia con la metafora del palazzo. Fin dall’inizio infatti, si nota l’ampio utilizzo di termini che indicano apparenza e illusorietà. I verbi come “cercare” e “parere” sono molto frequenti, così come il sostantivo “vano” e i termini collegati ad esso. In particolare il primo verso della sesta strofa del canto: “non dico ch’ella fosse, ma parea” dà la conferma dell’incertezza della quale sono impregnate queste pagine, e nelle quali si evince quanto sia effimera e irraggiungibile la felicità per l’uomo.

 

Il rifugio del microcosmo ariostesco

Il palazzo di Atlante è oasi felice nel caos della vita. Tutti fuggono e corrono alla ricerca del loro desiderio, che prende però forma tangibile solo tra i marmi del palazzo. Lo si può considerare come microcosmo di tranquillità nel macrocosmo della ricerca cavalleresca, impetuosa, frenetica, sfibrante.

Italo Calvino, grande amante di Ludovico Ariosto, afferma che il castello è un vortice di nulla, che incrocia i destini dei personaggi e li avvita nel vuoto: la ricerca umana fondata sul desiderio dunque, non raggiunge mai il suo scopo.

 

È estenuante la corsa verso la felicità, e in quanto umani lo sappiamo bene. Ariosto si fa portavoce dell’insoddisfazione e della vacuità della quête dell’uomo: il continuo appagamento del desiderio. Ed è così che trasferisce il desiderio all’interno di un palazzo che non lascia via di scampo: una volta che si insegue un desiderio, non ci si può fermare. Ariosto sa bene che dei desideri e delle illusioni si può restare prigionieri. Così Orlando vede Angelica, Ruggiero vede Bradamante. È quell’amore di dantesca memoria “che move il sole e l’altre stelle”  il vero motore immobile dell’opera e, in maniera forse un po’ banale, peccato e salvezza, dannazione e perdono assieme.

L’unico modo per leggere realmente l’Orlando Furioso è dimenticare qualsiasi forma di ordine, qualsiasi analisi precostituita e lasciarsi trasportare in un mondo dove la linearità e la cronologia sembrano non esistere, dove gli eventi  non risultano avere senso-almeno non apparentemente, ma dove tutto galleggia su una superficie di incredibile e straordinaria magia. L’Ariosto è demiurgo di una realtà frammentaria, scomposta, dove però, poi, ogni cosa ha il suo senso e ritorna al suo posto. Egli ci porge la chiave per ritrovare l’ordine nel caos, per spalancare il portale d’ingresso del suo palazzo e poterci finalmente rifugiare tra le (in)stabili mura dei nostri desideri.

 

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