Hail, Caesar! Come Viktor Orban ha silenziosamente trasformato l’Ungheria in una dittatura

Il primo ministro ha ottenuto dal Parlamento pieni poteri per la gestione dell’emergenza coronavirus, ultimando le derive autoritarie dell’Ungheria più estremista

Il dado è tratto. Viktor Orban ha varcato il Rubicone. Con un nuovo colpo di mano, il Primo Ministro magiaro ha dato un’ulteriore sferzata al suo progetto autoritario di affievolimento delle garanzie costituzionali della democrazia ungherese. Un processo in corso da un decade, da quando cioè Orban ottenne lo scranno di Primo Ministro nel 2010, senza più abbandonarlo. Negli anni il suo governo ha mostrato sempre più disprezzo per le minoranze immigrate e sempre meno rispetto nei confronti delle opposizioni e della libertà d’opinione e di stampa, facendosi portavoce di una pericolosa deriva – che non è esagerato definire neonazista – che sta attraversando l’Europa dell’Est, dalla Polonia all’Ucraina. Ma la sua corsa al dispotismo è stata coronata Lunedì scorso, quando il Parlamento ha preso a maggioranza una grave e pericolosa decisione.

Viktor Orban raffigurato come un cattivo da fumetto, di quelli alla James Bond. (economist.com)

Il Presidente è morto, lunga vita al Re!

Con una notevole maggioranza di 137 voti a favore contro i 53 a sfavore – ottenuta grazie ai voti di Fidesz, il partito estremista che fa capo a Orban e che controlla i 2/3 delle Camere – il Parlamento ha conferito al premier magiaro i pieni poteri per contrastare l’emergenza del Covid-19. Una decisione verso la quale si stanno orientano la maggioranza delle democrazie europee, dalla Francia all’Italia, fino ad arrivare all’Inghilterra, che ha conferito al malaticcio Boris Johnson – primo contribuente a una folle immunità di gregge invocata a suon di migliaia di morti – i pieni poteri per una durata limitata a due anni, ma con l’obbligo di sottostare a una sorta di fiducia della House of Commons che rinnovi ogni sei mesi il termine previsto. Ben diversa è la situazione in Ungheria, dove la concessione è stata fatta a tempo indeterminato, lasciando al solo Orban la podestà di decidere quando l’emergenza si potrà ritenere conclusa. Il Ministro per l’Amministrazione Pubblica Csaba Donmotor ha giustificato questa decisione dichiarando che le misure “sono necessarie per prevenire la diffusione della pandemia e un limite di tempo non può essere previsto perché non sappiamo quanto sarà lunga la battaglia che abbiamo di fronte”.

Orban raffigurato da Martin Kepler per la serie Dicktators, una rassegna artistica di tutti i più celebri dittatori della Storia, fra i quali Kepler ha fatto figurare anche Erdogan, Putin e Trump. (behance.net)

Misure che contemplano l’intervento dell’esercito per la gestione dell’emergenza e del rispetto del coprifuoco già in vigore (al costo di una militarizzazione del Paese); la possibilità per Orban di imporre decreti in autonomia e abrogare leggi parlamentari, oltreché di rimandare le elezioni fino a nuovo ordine; l’incarcerazione da uno a cinque anni per chiunque diffondesse ‘fake news’ sulla lotta all’epidemia – nelle quali rientrerà qualunque commento che contesti o tolga di credibilità alle azioni del governo per combattere la guerra al virus, similmente ai provvedimenti nazisti e sovietici in caso di disfattismo. Bertalan Toth, leader dell’opposizione socialista che ha offerto il suo appoggio alla legge in cambio dell’imposizione di un limite temporale di 90 giorni (rifiutato), ha dichiarato a ragione che “è iniziata la dittatura senza maschera di Orban”. In risposta, l’ormai sovrano magiaro ha tacciato l’opposizione – nella quale rientrano addirittura i deputati di estrema destra dello Jobbik che hanno gridato al golpe – di essere “dalla parte del virus”. Da qui a definirli nemici dello Stato, il passo è breve. Un virus che però, a ben guardare, in Ungheria ha picchiato meno duro che in qualunque altro Paese europeo, facendo solo 15 morti su 447 infetti.

Due pesi e due misure

I leader della Lega e di FDI, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, amici di vecchia data del premier ungherese, hanno colto al volo l’occasione per congratularsi con la scelta ‘democratica’ del Paese, augurando “buon lavoro all’amico Viktor Orban”. L’ennesima, intollerabile provocazione di un leader che per le sue dichiarazioni anti-democratiche, sarebbe stato allontanato da un pezzo dall’ambiente politico di un Paese civile. Peccato che l’Italia non rientri più da un pezzo nel novero di questa dicitura, tanto da lasciare al panorama giornalistico italiano la sola soddisfazione di contestare Salvini su delle questioni di forma, come pure fatto egregiamente da Barbara Fiammeri in un interessante articolo su Il Sole 24 Ore, che ha evidenziato come Salvini ancora una volta adotti due pesi e due misure. Pochi giorni fa i due leader contestavano infatti al Premier italiano Giuseppe Conte la scelta di bypassare in maniera reiterata il Parlamento con l’approvazione continua di DPCM (Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri) che aiutassero la lotta al contagio. Nonostante Conte abbia tutte le carte in regola per promulgare tali Decreti, tenendosi ben lontano dalla decisione eccezionale di chiedere alle camere l’entrata in vigore dell’Articolo 78 della Costituzione, dichiarando come fatto in Ungheria lo stato di guerra e ottenendo i pieni poteri.

Orban fotografato con l’amico e collega sovranista Matteo Salvini. (ilsole24ore.com)

Sul fronte opposto, non si sono fatte attendere le condanne – pure eccessivamente moderate – dell’Europa e della Nazioni Unite, che oltre a definire la legge sulle fake news l’ultimo e più grave passo dell’Ungheria per imbavagliare la libertà di stampa, hanno consigliato di limitare lo stato di emergenza a un tempo determinato per garantire le libertà democratiche. Imbarazzo nel PPE, il Partito Popolare Europeo che raccoglie le forze conservatrici del continente – fra cui anche Fidesz, in stato di sospensione – il cui Presidente Antonio Tajaniha smentito con forza la possibile espulsione dell’Ungheria dall’Europa, la cui decisione – ha fatto notare Tajani – è stata presa nel rispetto delle norme previste dalla maggioranza delle costituzioni democratiche, oltreché votata a maggioranza da un Parlamento sovrano e democraticamente eletto. Tuttavia, come ha concluso Pierre Haski in un articolo rimbalzato da Internazionale, “un atteggiamento  rinunciatario aprirebbe le porte ad altre derive autoritarie in Europa [perché] un club che non fa rispettare le sue regole perde di credibilità”. O, come disse Groucho Marx nel suo discorso di dimissioni dal Friar’s Club di Hollywood: “Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me”.

Guess Who’s Batman

Il ragionamento di Tajani, per quanto poco condivisibile, apre il discorso a un’usanza della seconda più importante democrazia storica dopo quella ateniese, la Roma Antica, che sembra esser stata ripresa da molte delle moderne democrazie. Quella d’istituire una figura forte a mandato limitato in grado di concentrare le forze statali normalmente disgregate nell’ordine democratico in caso di situazione di pericolo. Una sorta di Protettore della Repubblica con il compito di difendere (non di sovvertire) la salvaguardia delle istituzioni democratiche perlopiù in situazioni di guerra civile (seditionis sedandae causa o tumultus causa) o di minacce esterne o gravi pericoli per lo Stato (rei gerendae causa). La figura del dictator nell’Antica Roma era dunque perfettamente inglobata nell’ordine democratico, assumendo una carica limitata alla durata minima dell’assolvimento dei suoi compiti e comunque per non più di sei mesi – in ogni caso, il potere gli veniva comunque revocato allo scadere dell’anno di carica del Console che l’aveva eletto. Si erano succeduti 64 dittatori nella Storia della Roma repubblicana, ma fu con il 65esimo e ultimo dictator che il termine assunse il significato che noi oggi conosciamo.

La Morte di Giulio Cesare (1806) di Vincenzo Camuccini, oggi conservato al Museo di Capodimonte di Napoli. (it.wikipedia.org)

In una scena de Il cavaliere oscuro (2008) di Christopher Nolan, il futuro Due Facce paragona il sorcio alato protagonista del film alla figura del dictator: “Quando i nemici erano alle porte, i Romani sospendevano la democrazia ed eleggevano un uomo per proteggere Roma”. Ma riceve in risposta un’obiezione alquanto calzante: “L’ultimo uomo che hanno eletto per proteggere la repubblica si chiamava Cesare, e non ha più rinunciato al suo potere”. Ottenuto difatti il ruolo di dictator nel 49 a.C. per far fronte alla Guerra Civile seguita alla rottura del Triumvirato stretto dieci anni prima con Pompeo e Crasso, Cesare lo mantenne fino alla sua morte nel 44 a.C., anno in cui il Senato tramutò la carica in dictator perpetuo, assicurandogli il controllo totale su Roma. Fu la goccia che fece traboccare il vaso per il dittatore a vita, che già fonte di gravi malcontenti spinse alcuni congiurati cesaricidi ad assassinarlo nel giorno delle Idi di Marzo. Ma rappresentò altresì lo spartiacque fra la Repubblica e l’Impero. Il collega consolare di Cesare e suo successore naturale, Marco Antonio, fece infatti approvare una Lex Antonia che abolisse la dittatura, eliminandola dalla costituzione repubblicana. Quando però la carica venne proposta ad Augusto, questi la rifiutò saggiamente pur esercitandone sottobanco i poteri, così da potersi comportare come il dictator senza il peso nominale del titolo, inviso al Senato dopo dieci anni di dittatura cesariana. Per Roma, fu la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero.

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