Il Superuovo

Il conformismo fascista spiegato dalle righe di Moravia e dalle immagini di Bertolucci e Pasolini

Il conformismo fascista spiegato dalle righe di Moravia e dalle immagini di Bertolucci e Pasolini

Il fascismo è un’ideologia che ha connotato la storia d’Italia per un ventennio nella prima metà del ‘900, ma non solo. 

Pasolini

 

Il fascismo si è legato indissolubilmente al nostro paese e non ne ha caratterizzato soltanto un’epoca, ma è riuscito a travalicarla, proprio perché, come tutti gli eventi storici, non è rimasto relegato e limitato soltanto ad un periodo. Infatti si è gettato nelle epoche successive lasciando le proprie sfumature, le proprie tracce all’interno agli usi e ai modi di vivere di tutta la società italiana. E questo modo di vivere, questi usi e queste consuetudini hanno creato gli stereotipi di massa, che proprio per questa particolarità si spendono molto bene nel fenomeno sociale del conformismo. In questo articolo si vuol trattare del conformismo sociale in epoca fascista, con l’ausilio di opere che lo raccontano, in modo anche un po’ soggettivo, letterario. E chissà se ci darà gli elementi per fare confronti, e trovar similitudini con la nostra epoca.

 

Il Conformista di Moravia

Marcello Clerici è un conformista. E lo è perché ne ha bisogno. Infatti fin da ragazzo lo ha accompagnato un senso di inadeguatezza verso la società, a causa delle sue stranezze, di una personalità che nella sua essenza è lontana dallo stereotipo a lui corrente. La conseguenza della diversità sociale allora è inevitabilmente l’esclusione. Un’esclusione che però lo porta alla sofferenza della solitudine, e a comprendere come nella vita per potersi permettere di avere una vera personalità, che non sia frutto dell’imposizione sociale dello stereotipo, si debba combattere strenuamente, ogni giorno. Ma è una battaglia che necessita coraggio, forza e ostinazione, tutti elementi che Marcello non aveva.

E allora l’unica soluzione è l’accettazione passiva di una vita prefabbricata, di un’esistenza incolore, simile a quella di tutti gli altri. Insomma l’abnegazione del senso di essere uomini, e l’indifferenza verso un qualsiasi significato della vita che non sia semplicemente logorante sopravvivenza.

Ed è questo ciò che sceglie Marcello.

Qui però subentra un elemento importante, l’epoca. Infatti l’epoca in cui Marcello è adulto è l’epoca fascista, dunque certamente un periodo storico dove il conformismo arriva a tramutarsi in legge, che non prevede eccezioni.

E Marcello, memore anche di quella sua inquietudine di fronte alla sua natura differente, decide di vivere rigorosamente la sua epoca, omologandosi alla sua ideologia e assumendo quindi la più perfetta fisionomia del cittadino fascista. Ed è così che diventa parte dei servizi segreti del fascio, e accetta ogni cosa gli venga chiesta, anche di uccidere.

Ma l’evento più eclatante della sua carriera è quel momento in cui gli viene chiesto dall’alto di eliminare un suo vecchio professore universitario, al quale era particolarmente legato in gioventù. E lui lo fa, senza guardare in faccia nemmeno se stesso.

E il tutto è contornato da un vita dove Marcello si nasconde come una preda pronta ad essere colpita dalla mira dell’indice di chi si sente in diritto di puntarlo verso gli altri per giudicare. E non ha più vita, perché vi rinuncia quasi completamente. Rinuncia alla sua stranezza, alla sua bellezza, a ciò che davvero connota l’essere umano, per svanire nella generale paura e inquietudine della società, che viene più frequentemente chiamata normalità.

Ma è proprio l’epoca fascista che dovrebbe farci comprendere l’insensatezza del concetto di normalità. Perché forse esiste un normalità in natura, ed è il perseguire i propri istinti, ma è la normalità dell’animale, non dell’uomo.

L’umano invece quale normalità dettata dalla natura può avere? Quella fascista? Quella della nostra epoca?

E allora la normalità sembra non essere altro che l’exemplum di uomo e di donna che si viene a delineare in ogni epoca e a cui tutti si conformano. E perché lo fanno?

Forse, come Marcello hanno paura e allora cercano disperatamente di essere come gli altri, alla continua e affannosa ricerca di quella medietas sociale che uccide l’estro, l’arte, e si spegne nel grigiore di un’inutile mediocrità.

E Moravia voleva proprio raccontare questo.

Renato Guttuso, ‘Alberto Moravia’, 1940

Il Conformista di Bertolucci

Per chi ha interesse verso una storia come quella raccontata precedentemente, ma per pigrizia, o per il troppo lavoro, non ha abbastanza tempo per perdersi dietro le vecchie pagine di Moravia, ha come altra scelta il film di Bertolucci.

Infatti questo film riprende in toto il romanzo, cercando attraverso l’inquadratura di declinarne anche i sentimenti, le emozioni e le sensazioni che uno spettatore di cinema perde rispetto a un lettore.

E questo compito Bertolucci riesce a completarlo in modo sublime.

Il film, che è un film del 1970, è connotato da peculiari inquadrature e da una scelta sia cromatica dell’immagine che di luoghi, tra Roma e Parigi, davvero unica, atta naturalmente a interpretare al meglio il sentimento che voleva suscitare Moravia nel libro.

Il film vinse molti premi, tra cui il David di Donatello nel 1971 e il Golden Globe nel 1972.

Pasolini, il conformismo nel film ”comizi d’amore”

Anche Pasolini parla di conformismo e lo fa nel suo film-documentario ”comizi d’amore” del 1964.

Il protagonista di questo documentario è l’Italia, o meglio, la società italiana e il suo modo di vivere, in un’epoca che fa da spartiacque tra un paese più pronto e maturo per poter anche parlare di diritti civili, in primis il divorzio, e cambiare faccia.

Ciò che Pasolini critica alla società a lui contemporanea, post-fascista, e questa ingenua e immatura ”deditio” verso un capitalismo consumistico, che porta ad una effettiva omologazione di massa, a sua detta ancor più profonda rispetto a quella che Moravia raccontava nel suo romanzo. Ed è tale perché si trova sulla scia di un’euforia del dopoguerra che pensa di andare contro il passato, riproponendone una copia abbellita dai manifesti pubblicitari del sugo di qualche marca d’azienda.

E a fronte di questo finto e fallace progresso, non vi è nessun avanzamento in termini sociali, di civiltà. Dunque si rimane sempre nello stesso punto, pensando di correre alla velocità di qualche nuova vettura del capitalismo.

Pier Paolo Pasolini e Orson Welles sul set di “La Ricotta”

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: