“The English game”: la serie sul calcio che tratta le tematiche degli scrittori dell’età vittoriana

Nei campi di calcio dell’Inghilterra di fine Ottocento entravano in gioco gli scontri tra classi sociali e i canoni contraddittori di rispettabilità borghese già messi a nudo da Dickens, Hardy e Stevenson. 

Faccia a faccia tra Arthur Kinnaird (a sinistra, capitano della ricca “Old Etonians”) e Fergus Suter, capitano del “Blackburn FC” un club operaio del Lancashire

La serie di Julian Fellowes è ambientata tra il 1879 e il 1882 e racconta di un passaggio fondamentale della storia del calcio, cioè quello in cui questo sport cessò di essere di dominio delle classi sociali più elevate per diventare anche accessibile ai più poveri. La serie, però, spazia anche nei meandri nascosti della società di quel tempo, allargando il campo di indagine a tutte quelle tensioni e difficoltà che rappresentavano l’altra faccia della medaglia della Grande Inghilterra della regina Vittoria.

Charles Dickens (1812-1870) uno dei più importanti scrittori dell’età vittoriana

La rispettabilità borghese

Il calcio, notoriamente nato in Inghilterra, in origine non era dotato di regole ben precise, finché i membri dell’alta società d’oltremanica non ne stilarono un elenco puntuale che consegnò questo sport per sempre alla storia. Ma, sempre all’inizio, era considerato una disciplina adatta ai giovani di elevata estrazione sociale, un passatempo amatoriale dai fini certamente educativi ma praticabile solo ai buoni figli della borghesia e della nobiltà. Per questo il calcio nacque a tavolino soprattutto negli ambienti delle università prestigiose o delle case padronali londinesi. Non c’era posto per niente di rozzo, niente di basso, il calcio era pura rispettabilità. Ecco: la rispettabilità, ovvero il concetto cardine dei dettami del buon cittadino, era la discriminante fondamentale per decidere se una persona fosse un rifiuto sociale oppure no. Era l’insieme delle regole di bon ton, di comportamento giusto e civile, di contegno e di purezza di spirito e atti che ognuno doveva saper tenere per essere classificato come “rispettabile” oppure come “estraneo” alla vera società qualora uscisse da questi ristrettissimi parametri. Un dentro o fuori inflessibile, dove chiunque sgarrasse anche un minimo dai costumi e dalle usanze veniva emarginato. Tutti questi principi di rispettabilità erano stati implicitamente voluti dopo l’affermazione della borghesia come classe ormai non più emergente e, con il suo trionfo in seguito alla Rivoluzione Industriale, essa tentò di imporli come segno del suo predominio anche in campo etico-sociale, rifacendosi perlopiù alle maniere dell’antica nobiltà inglese. Essere religiosi, avere una buona famiglia con figli ben educati, parlare a modo, comportarsi a modo, non essere fedifraghi, non uscire mai fuori dalle righe: sono solo alcuni dei requisiti richiesti per essere rispettabili e, di conseguenza, degni membri della società. Altrimenti, ripeto, si veniva emarginati nel vero senso della parola, perché la buona società si teneva alla larga da peccatori, onanisti, donne rimaste incinte fuori dal matrimonio, adulteri, omosessuali. Costoro, come si può vedere in questa serie Tv, faticavano a trovare lavoro o una casa e subivano una vera e propria persecuzione in quanto bollati come rifiuti umani. Martha Almond, un personaggio molto interessante, accompagna una sua amica (come lei di umili condizioni) presso una casa di assistenza per madri sole con figli a carico in cerca di ospitalità in quanto ha appena perso il lavoro. Ma la commissione di finanziatori della casa, formata da altoborghesi, all’inizio non vuole acconsentire ad aiutarla in quanto la figlia che sta portando nel grembo è stata concepita fuori dal matrimonio. Una cosa inaudita per i canoni di rispettabilità, un peccato inaccettabile che per poco non impedisce a questa donna di poter sopravvivere. Contro questi precetti si scagliavano gli scrittori dell’epoca, pronti a smascherare l’ipocrisia di chi dettava queste cieche leggi che ledevano i principi di umanità in nome dell’apparenza di rispettabilità. E dico apparenza, perché spesso i primi a violare queste ferree regole non scritte erano proprio coloro che le propugnavano e difendevano.

Robert Louis Stevenson (1850-1894)

La brutalità nascosta

Sempre la già citata Martha Almond ha una figlia, avuta da un uomo, l’imprenditore Cartwright, che è sposato ma non con lei. Anche questa è una piaga per lei che ha la figlia a carico: viene licenziata, non riesce a trovare lavoro e non può nemmeno rivelare di aver avuto quel figlio da un uomo ricco, perché lederebbe la rispettabilità di entrambi con guai davvero seri. Cartwright è ricco, un imprenditore che possiede persino una squadra di calcio, pienamente inserito in quella società borghese intrisa di rispettabilità che, però, per primo ha violato. Non perché è un mostro o un criminale, ma semplicemente per amore. Per amore sincero di una donna è andato contro i canoni vigenti che per lui sono stati una gabbia. Questo è solo un esempio della contraddizione in cui vivevano i paladini della rispettabilità, che si sforzavano di apparire tali ma che, in fin dei conti, erano persone normali, volubili alle tentazioni. E la pretesa di ostentare rispettabilità laddove l’animo era invece combattuto tra istinti e imperativi morali era una delle tematiche più care a Robert Louis Stevenson, l’autore del capolavoro “Dr. Jekyll and Mister Hide“. Nel suo romanzo viene portata alla luce la lacerante contraddizione interna di una persona che arriva ad avere due facce: l’una, con un bell’aspetto che rispecchia la bontà della sua anima (Jekyll) e l’altra terribile dentro e fuori (Mr. Hyde). Già perché era opinione che un individuo avesse un corpo ripugnante in virtù della corruzione della sua anima, dunque anche nella doppia identità di Stevenson viene rispecchiata questa credenza, solo che, nel romanzo, appartiene alla stessa persona. La scissione tra Bene e Male, tra Buono e Cattivo, tra Rispettabile e Reietto, è dentro ciascun individuo, che si sforza di nascondere un aspetto per mostrare l’altro, innescando una lotta interiore che porta al tentativo di soppressione di una faccia della medaglia, quella più disprezzabile. Il signor Cartwright, nella serie, ha amato davvero la donna con cui ha commesso l’adulterio, cosa che fa capire che il demonizzato peccato non è sempre frutto di malvagità, ma è la società a dipingerlo tale in nome di valori costruiti su una base debole. E anche Thomas Hardy, nel suo “Jude the Obscure“, fa emergere le contraddizioni di una società in materia di matrimonio, famiglie abbandonate e devastate e di isolamento di un individuo giudicato estraneo per via del suo passato. Una società dove le persone sono costrette a sfoggiare un’immagine di sé anche costruita su una menzogna pur di essere accettate. Un sistema, secondo Hardy, che fa professione di essere angelico ma che nasconde dei processi diabolici mascherandoli come “normali”. L’umanità e la filantropia che sfoggiavano i rispettabili, a loro richieste in quanto membri della giusta società, era contraddetta anche  in campo industriale, dove nel nome del progresso veniva trascurata la tutela di lavoratori, donne e soprattutto bambini. I successi produttivi, visti come la piena realizzazione della filosofia del Positivismo, sono accompagnati da retribuzioni salariali bassissime e poche tutele per i lavoratori, costretti a vivere in luoghi malsani come le città costruite in fretta e furia da speculatori edilizi. Tanto più che i padroni erano soliti sfruttare donne e bambini, impiegabili con un compenso inferiore rispetto agli uomini ma sfruttati comunque fino allo stremo delle forze, senza risparmiare loro pesanti punizioni corporali. Tutto per la logica del denaro, che non guarda in faccia a nessuno. E questo è ciò contro cui si batte Charles Dickens, autore di capolavori come “Oliver Twist“, “David Copperfield“, “Hard Times” o “A christmas Carol“, incentrati sulle difficili condizioni di vita degli strati più umili della società e delle massacranti quanto crudeli imposizioni dell’industrializzazione. Con una particolare attenzione agli orfani, visti come coloro che davvero, tra tutti, subivano maggiormente le conseguenze dell’andamento socio-economico dell’Inghilterra. La malsana aria che si respira nel paesaggio tetro e industrializzato di “Hard Times”, dove vanno in scena uomini ormai ridotti a macchine, si allea con la difficile esistenza dell’orfano Oliver Twist, sfruttato e maltrattato all’interno delle workhouses, nel delineare gli spettri bui che compongono il compromesso dell’Età vittoriana.

Fergus Suter esulta dopo la vittoria di una partita. Questo personaggio è ispirato ad un giocatore realmente esistito, esattamente come la serie si basa su fatti davvero accaduti

E il calcio?

Nella serie Tv “The English game” si vede che il calcio delle origini era, come già detto, prerogativa delle classi sociali più elevate, poiché il gioco rappresentava più che altro un passatempo per persone altolocate al fine di tenere allenato il fisico e saldare legami di amicizia. I calciatori e i membri dell’alta società calcistica osteggiavano la diffusione del “Loro gioco” alle classi operaie e contadine, che avrebbero solo corrotto lo spirito puro (o che pretendeva di essere puro) della competizione. In effetti un po’ fu così, perché poco dopo aver conosciuto il calcio, le squadre composte da operai (perlopiù provenienti dal nord dell’Inghilterra) introdussero il professionismo: significa che, semplicemente, alcuni loro giocatori venivano pagati per giocare. Per le squadre più blasonate, composte dai fondatori del calcio, il professionismo era una pratica ignobile, perché sviliva la pratica amatoriale e amichevole del gioco, introducendo interessi economici in un ambiente che sarebbe dovuto rimanere intonso. Di lì a poco, per giunta, i più arditi imprenditori compresero che attorno a questo sport si poteva costruire un giro di affari importante tramite sponsorizzazioni, biglietti per le partite o vendita di brand. Ma quello che non comprendevano i più conservatori del gioco era il peso che il calcio aveva acquisito nelle cittadine e nei borghi operai. Attorno alle squadre di calcio si raggruppava tutto il paese e tutta la comunità che si univa e saldava nel sostenere le partite dei suoi beniamini che, soprattutto alle origini, erano anche operai lavoratori nelle fabbriche di quella stessa città. Perciò era un potentissimo collante sociale, che compattava le persone attorno a undici giocatori che lottavano a nome di tutti e non solo sul campo. Le squadre di calcio facevano da portavoce delle lotte operaie e si vede bene, nella serie Tv, come la crisi dell’occupazione investa anche i giocatori del Darwen, lavoratori di cotone poco salariati così come i loro tifosi sfegatati. Perciò nel campo di calcio si giocavano anche le lotte per i diritti dei lavoratori, le stesse che, a suo modo, sosteneva Dickens denunciando il putridume dell’ambiente industriale. Certo, a fine Ottocento le condizioni di vita erano migliorate rispetto a quelle di “Oliver Twist” o “Hard times“, ma le disparità e la lontananza tra i ceti era ancora elevata, tanto che i possidenti a malapena erano a conoscenza di ciò che accadeva tra i più indigenti. In campo le differenze sociali ed economiche tra ricchi e poveri erano ridotte all’osso, perché il pallone era rotondo e il gioco era il più democratico del mondo: si trattava dunque dell’occasione in cui gli ultimi della società potevano far sentire al meglio la loro voce di protesta attraverso i piedi dei loro fratelli, cugini, colleghi e mariti e giocarsela alla pari con coloro che li bistrattavano. Anche se non proprio alla pari: gli operai giocavano dopo turni di lavoro massacranti e non si potevano quasi allenare, mentre i più altolocati avevano persino la possibilità di avere un’alimentazione adeguata e ben calibrata. Per questo fu inventato il professionismo, proprio per permettere ai dipendenti delle fabbriche di avere di che vivere praticando il calcio sostanzialmente come i colleghi altoborghesi, senza doversi prima spaccare la schiena. E l’ottuso conservatorismo di questi si opponeva all’equa risoluzione adottata nelle città industriali del nord, volendo mantenere le regole che avevano ideato anche se erano giuste solamente per loro. Tranne che per un uomo, Sir. Arthur Kinnaird, capitano dell’ Old Etonians (detentori nella serie del titolo di FA Cup) e giovane uomo di affari. Lui e la sua consorte, Alma, sono il simbolo del cambiamento, la speranza di colmare le disuguaglianze sociali tra le classi e di porre rimedio alle contraddizioni della rispettabilità. Se Arthur comprende le ragioni degli operai e si batte per loro contro i suoi pari nel nome dell’evoluzione e dell’accessibilità universale del gioco del calcio, la moglie, dal canto suo, lotta contro le ingiustizie nei confronti degli orfani, delle ragazze madri lasciate sole e senza un lavoro, in pratica a favore di coloro che vengono emarginati dalla società rispettabile perché non fanno parte di una famiglia per bene o in quanto reduci da qualche atto peccaminoso. Lei, che ha perso un bambino, sa bene quale sacrificio debba compiere una madre nell’allevarlo o, peggio, nel separarsene ed è per questo che non le importa di contraddire le regole vigenti. A lei e a suo marito non importa di andare controcorrente poiché sono sicuri che la loro strada sia quella giusta. Quella del dare equamente una possibilità a tutti, quella della giustizia e parità sociale, quella del “Che vinca il migliore“. E per novanta minuti il sabato pomeriggio un popolo sofferente, in crisi per la riduzione dei salari e vittima delle politiche dei padroni, può sognare con i suoi beniamini di sconfiggere i borghesi supponenti del sud dell’Inghilterra. Una città di lavoratori, che fino a poco tempo prima non contava nulla, anche grazie a Kinnaird è potuta arrivare a sollevare la coppa più prestigiosa del regno, dimostrando che i principi su cui si basava il Gentlemen Football Game erano davvero per gentlemen. Strati sociali così diversi non erano mai stati così vicini.

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