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“Glicine” di Noemi, Freud e Kant: il fiore è il simbolo della bellezza nella fragilità

“Glicine” di Noemi, Freud e Kant: il fiore è il simbolo della bellezza nella fragilità

I fiori sono ricchi di allegorie. Oggi esploreremo bellezza e fragilità con Kant, Freud e l’ultimo successo di Noemi.

 

Presentata alla 71sima edizione del Festival di Sanremo, la canzone Glicine segna il ritorno della amata cantante romana. Nelle sue strofe si ascolta tutta la fragilità di un amore giunto alla fine.

L’INCAPACITÀ DI VOLARE: GLICINE

Il festival di Sanremo da poco concluso si è contraddistinto per l’esuberanza delle esibizioni, la sperimentazione musicale e la rottura delle convenzioni sociali. Persino gli artisti già conosciuti e più tradizionali hanno avuto modo di stupire il pubblico. Tra questi, particolarmente apprezzata è stata Noemi. La cantante romana è tornata al festival dopo un lungo periodo di silenzio. Silenzio molto proficuo, portatore di un cambiamento fisico e musicale che ha incantato tutti.

Il singolo presentato alla kermesse propone le sonorità e la potenza vocale tipiche della cantante, tuttavia arricchite da una sfumatura nostalgica, elegante e matura che ben si sposano con la storia raccontata nelle strofe.

La canzone prende il titolo dall’ultimo verso del ritornello, il più ricco di significato:

Dentro ti amo e fuori tremo, come glicine di notte.

Glicine, in effetti, è il resoconto dolceamaro di un amore ormai finito per mancanza di comunicazione, più che di sentimento. I protagonisti del racconto sembrano voler in tutti i modi parlare, raccontarsi, dirsi che si amano. Ma non ci riescono. Rimangono paralizzati, in balia di un vento che non riescono più a domare. Così come il fiore che leggero vibra trasportato dalla brezza notturna, incapace di opporsi al vento ma anche incapace di volare.

Ma i fiori sono da sempre elementi allegorici cari all’uomo, non solo nelle forme artistiche. Sono diversi, infatti, i filosofi che hanno trovato nel mondo floreale elementi per lo sviluppo delle proprie teorie.

IL FIORE SECONDO FREUD: LA CADUCITÀ  NASCONDE IL SENSO DELLA VITA

In un piccolo testo minore, Caducità, Freud racconta di una passeggiata intrattenuta con un amico. L’amico in questione è un poeta molto famoso, di cui però il medico austriaco non fa il nome.

In effetti, Freud preferisce concentrarsi su un aspetto caratteriale del poeta, che suscita una lunga riflessione nel neurologo. Stando al suo resoconto, l’incontro avvenne in una tiepida giornata di primavera, allietata da una natura lussureggiante e vivace. Eppure il poeta non riesce a goderne. Sui suoi pensieri pesa l’inquietudine della fine e della distruzione. Tutta la meraviglia che si palesa ai suoi occhi è destinata a perire e ciò lo fa sprofondare nella tristezza.

È proprio a partire da queste emozioni dell’amico che Freud elabora la sua teoria della caducità. Simbolo di essa, secondo l’austriaco, è proprio il fiore.

I fiori sono quanto di più delicato ed effimero esista. Eppure sono simbolo di bellezza dalla notte dei tempi. Quello che può sembrare un ossimoro, è in realtà per Freud la chiave stessa di ciò che egli chiama caducità. È proprio la natura effimera del fiore a sancirne la meraviglia. Il medico austriaco ricorda lo splendore dei fiori notturni, il cui fascino risiede proprio nel loro sbocciare raro e temporaneo.

Fuori di metafora, Freud eleva la caducità allo statuto ontologico stesso di tutta la realtà. La vita, le esperienze, le relazioni, le emozioni e anche la dimensione estetica assumono realmente significato e bellezza solo in quanto limitata nel tempo e vulnerabile. L’eternità annulla la bellezza, perché appiattisce l’emozione che solo la caducità porta con sé. La caducità salva l’uomo dal dolore del suo contrario, il lutto. Quest’ultimo rende schiavi l’uomo della sofferenza della perdita inevitabile. La consapevolezza della caducità, quale caratteristica ineluttabile della realtà, è la chiave per vivere una vita piena e ricca di meraviglia.

 

KANT E IL FIORE: LA BELLEZZA È NELLA LIBERTÀ

Il fiore ritorna anche nel pensiero di uno dei pilastri della filosofia occidentale: Immanuel Kant.

In particolare, egli lo cita nella sua terza opera del criticismo: la Critica del Giudizio. Nel suo terzo capolavoro, il filosofo tedesco intende analizzare il rapporto tra uomo e natura e l’esperienza estetica. In quest’ultima, infatti, egli ravvisa la possibilità di raccordare l’intelletto, facoltà che presiede al mondo fenomenico, con la ragione, che al contrario tende, pur fallendo, verso il mondo noumenico. In poche parole, attraverso il gusto e l’esperienza estetica, l’uomo trascende se stesso e arriva a sperimentare la realtà in sé, pur continuando a non averne conoscenza.

Come è facilmente immaginabile parlando di estetica, una gran parte della Critica e incentrata sulla bellezza. Secondo Kant esistono due tipi di bellezza: la bellezza libera e la bellezza aderente. La seconda implica che la bellezza sia subordinata a una regola e a uno scopo. Un edificio per esempio, ma anche il corpo umano, è giudicato bello quando corrisponde a certi canoni di gusto e funzionalità.

La bellezza libera, che si ritrova nella natura e nell’arte, è l’esatto opposto. È la bellezza in quanto tale, priva di concetto e spiegazioni.

Esempio di tale bellezza è per Kant proprio mio fiore. Il fiore è un complesso e presiede a una funzione complessa. Eppure non è questo il motivo per cui è apprezzato. Il fiore è apprezzato perché è bello e la sua bellezza si manifesta immediatamente, senza regole e finalità. Un fiore anatomicamente sbagliato, un fiore che non può assolvere alle sue funzioni biologiche, risulterebbe comunque bello. È la bellezza pura, assoluta, che libera l’uomo dalla schiavitù della finalità.

Un amore che trema nella notte, la caducità della vita, la libertà dalla finalità. Tre fiori diversi ma un unico significato: la bellezza della fragilità.

 

 

 

 

 

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