Gli uccelli: animali paradigma di libertà, spensieratezza ed allegria hanno ispirato nei secoli artisti e scrittori.

Nel corso dei secoli il gusto estetico è mutato notevolmente: dall’equilibrio-teknè ellenistico, al “tutto può essere arte” del contemporaneo. Lo stesso è stato in letteratura, con revival a più riprese, vedi l’emulazione dei classici e il classicismo ottocentesco. Nonostante la naturale evoluzione della sensibilità estetica notiamo che alcune forme ed idee restano costanti, come fossero archetipi. Uno tra questi sono gli uccelli.
Auspicia: epifania del divino
Gli Auspicia, nell’antica Roma, erano divinazioni tratte dall’osservazione di fenomeni naturali considerati divini. In particolar modo nacquero come divinazioni tratte dall’ augure dall’osservazione del volo degli uccelli (pratica acquisita dagli Etruschi). Erano tenuti in gran conto durante l’epoca Monarchica e per lungo tempo anche durante quella Repubblicana. Gli Auspicia con il tempo andarono perdendo il loro carattere religioso, acquisendo quello di atto tradizionale, tanto che verso la fine della Repubblica, accadeva che gli auguri fossero pagati per trarre presagi positivi.
Aristofane
Saltando di là dell’Adriatico fino in Peloponneso notiamo che pratiche simili agli Auspici romani esistevano già da tempo. L’immaginario collettivo che vedeva nell’alto volo degli uccelli un’epifania divina alimenta l’ispirazione di artisti.
Aristofane fu uno di questi, vissuto tra V e IV sec a.C., massimo esponente dell’Archaia, ossia la Commedia Antica, inoltre è l’unico autore di cui ci sono pervenute alcune opere intere, tra cui “Gli Uccelli”. Un’opera favolistica in cui si racconta del legame tra dei e uccelli, appunto esecutori del potere divino tra gli uomini. L’opera viene oggi considerata un’opera di evasione, che sbriglia liberamente la fantasia, anche grazie alla presenza di uccelli parlanti che accentuano il tono favolistico della storia. Presenta inoltre una delle trame più immaginifiche e sapientemente strutturate di tutto il teatro di Aristofane, raccontata con uno stile elegante e con canti corali di grande afflato lirico.
Elogio degli Uccelli
La diciassettesima operetta morale di Giacomo Leopardi è intitolata “Elogio degli uccelli” che, rispetto al corpus generale delle Operette Morali, risulta un unicum. L’Elogio degli uccelli rappresenta una pausa lirica (certa l’ispirazione a “Gli Uccelli” di Aristofane”), che è anche esercizio di stile in prosa, in contrappunto e funzionale al volume delle Operette Morali. In questo testo, il poeta Amelio (personaggio di finzione, maschera letteraria di Leopardi) ammira il volo degli uccelli inizia a tesserne le lodi. Questi uccelli vengono rappresentanti come l’essere perfetto, in quanto a udito e vista sono la specie animale più evoluta da questo punto di vista. Inoltre raggiungono la perfezione anche dal punto di vista “spirituale”: il loro canto è sinonimo di spensieratezza ed allegria, risultato del loro vivere frenetico e vivace costante. Il canto degli uccelli è paragonabile al riso umano, e contagioso come lo stesso, per questo motivo, per osmosi, l’umano ritrova il sorriso ascoltando il canto “divino” degli uccelli.
Volo degli uccelli
Un’altra pausa lirica, stavolta in musica, però di un uomo a noi più vicino ed altrettanto straordinario. Franco Battiato nell’album “La voce del padrone” del 1981, disco della successo definitivo, inserisce tra i vari pezzi di lungimiranza pop intellettuale, una pausa sognante “Gli Uccelli”.
Traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali
In questo vero e proprio (ed ennesimo) elogio degli uccelli, Battiato cerca di estrapolare quel misticismo che avvolge questi animali, proponendo il loro volo come epifanico e rivelatore, come lo credevano gli antichi, capace di trasportare l’osservatore nei meandri del pensiero.
Paradigma esistenziale, archetipo.