Il Superuovo

I moti di Stonewall segnano la nascita del movimento di liberazione gay nel mondo

I moti di Stonewall segnano la nascita del movimento di liberazione gay nel mondo

Parliamo di storia. Stonewall è dove il Pride è cominciato.

Sono stati gli eventi di una notte a dare alla comunità gay la forza e il coraggio di combattere per i propri diritti. I Moti di Stonewall rappresentano l’inzio della ribellione da un regime di isolamento e discriminazione.

I moti di Stonewall e la presa di coscienza mondiale

Era la notte fra il 27 e il 28 giugno 1969 quando la polizia fece irruzione allo Stonewall Inn, un locale del Greenwich Village a Christopher Street noto per essere uno dei punti di ritrovo della comunità omosessuale della città di New York. Anche in una città cosmopolita come New York erano tempi difficili per le persone non eterosessuali che cercavano unicamente luoghi in cui poter essere loro stesse. Tra gli anni ’50 e ’60 infatti l’omosessualità era illegale in 49 stati americani. Le retate nei locali gay erano frequenti e violente. Le persone omosessuali e transgender, considerate colpevoli di un crimine, potevano essere arrestate per i motivi più disparati, come baciarsi, consumare alcolici e vestirsi con abiti del sesso opposto. Le lesbiche mascoline chiamate “drag-king” erano addirittura obbligate ad indossare almeno tre indumenti femminili. Gli avventori dello Stonewall erano abituati a queste retate che spesso avvenivano a inizio serata: dopo il controllo dei documenti e l’arresto di chi provava a ribellarsi, la normale routine era che il bar veniva chiuso, i clienti si allontanavano per poi ritornare una volta che la polizia era andata via. Ma quella notte per la prima volta le persone, stanche dei continui soprusi, decidono di ribellarsi e di reagire. Scoppia una rivolta contro la polizia. I clienti si spostano all’esterno del locale, in un piccolo parco e iniziano a lanciare monetine alla polizia e ad insultare gli agenti che erano abituati a dare per scontato che nessuno avrebbe reagito. Tra gli altri gay bar si diffonde la notizia di ciò che stava accadendo allo Stonewall. In molti si affrettano per sostenere la rivolta. La folla, con più di duemila persone coinvolte, riesce a mettere in ritirata gli agenti della polizia costretti a cercare rifugio all’interno dello stesso bar. La polizia invia rinforzi composti dalla Tactical Patrol Force, una squadra anti-sommossa addestrata per contrastare i dimostranti contro la Guerra del Vietnam, allo scopo di disperdere la folla, ma non riesce nel suo intento. Alla fine la situazione si calma, ma la folla ricompare la notte successiva. Il terzo giorno di rivolta si svolge cinque giorni dopo la retata allo Stonewall Inn. Una donna in particolare è diventata il simbolo di quella notte e dell’inizio dei moti e dei duri e violenti scontri che proseguirono per giorni ed è Sylvia Rivera.  La leggenda vuole che sia stata lei a lanciare una scarpa col tacco contro gli agenti.  “Non ci importava di poter essere uccisi perché sapevamo che dovevamo lottare per ciò in cui credevamo: era la nostra notte” – racconta Rivera.

Quanto le cose sono cambiate in un anno solo, dal 1969 al 1970: Il primo Gay Pride

Da quel momento, le persone non eterosessuali iniziarono finalmente ad uscire dall’ombra imposta dalla società che le voleva ai margini, la comunità si strinse in un movimento di protesta che portò alla formazione di iniziative, come Gay Liberation Front, che avevano obiettivi di liberazione sessuale dalla gabbia dell’eterosessualità obbligatoria, e da tutte le forme di ipocrisia e di moralismo dell’epoca. Perché questa battaglia può essere considerata un turning point? Fu proprio Gay Liberation Front a organizzare un anno dopo, a New York, il primo Gay Pride della storia – il Christopher Street Day, dal nome della via dove si trovava lo Stonewall – per commemorare i Moti di Stonewall. Il Gay Liberation Front organizzò una marcia dal Greenwich Village a Central Park: circa 15mila persone vi presero parte, diventando i protagonisti della prima parata LGBT della storia.  Le foto del primo Gay Pride, organizzato in maniera pacifica ci mostrano quanto le cose sono cambiate in un anno soltanto. Prima le persone che popolavano la comunità LGBT dovevano nascondersi nei seminterrati di locali come lo Stonewall, ma a un anno dalle rivolte e con la diffusione di movimenti organizzati per i diritti dei gay la situazione è completamente diversa: in strada, con cartelli empowerment e la voglia di farsi sentire, i partecipanti al primo Gay Pride della storia hanno cambiato le carte in tavola per sempre. Da allora il mese di giugno è il Pride Month per eccellenza. E ogni 27 giugno si ricorda la battaglia colorata di quelle persone che sono scese in strada ogni anno dal 1970 indossando ciò che volevano, inneggiando all’amore in tutte le sue forme e celebrando la libertà. Nel 1999 il Presidente americano Bill Clinton istituì a giugno il “Gay and Lesbian Pride Month” allargato a bisessuali e transgender nel 2008 da Barack Obama. Il primo Pride in Italia arriva nel 1994 anche se la prima manifestazione di orgoglio omosessuale nel nostro Paese fu organizzata nel 1972. Oggi il Pride è un momento per ricordarci che la discriminazione non è la soluzione, quando si parla d’amore non possono esistere opinioni e pregiudizi.

Pier Paolo Pasolini, il più grande intellettuale omosessuale di sinistra

In un periodo ancora precedente a quello dei Moti di Stonewall, in cui l’idea di piena libertà sessuale era nient’altro che un’illusione, l’intellettuale comunista e cultore della libertà Pier Paolo Pasolini viveva l’omosessualità come un fatto privato, individuale e non senza conflitti emotivi, tanto che rifiutò di entrare nel movimento omosessuale, il Fuori. Della vita privata dell’intellettuale è notissimo l’episodio dello scandalo di Ramuscello: il 15 ottobre del ‘49 lo scrittore venne denunciato per atti osceni in luogo pubblico con alcuni ragazzi minorenni. La denuncia dei carabinieri nei confronti di Pasolini è probabilmente stata il frutto di una manovra partita dal parroco e dai dirigenti democristiani locali. In seguito a questo avvenimento l’intellettuale fu espulso dal Partito Comunista Italiano e allontanato dalla cattedra d’insegnante di scuola media in quanto omosessuale, osceno e corruttore di minori. In una lettera scritta all’amica Silvana Mauri nel 1950 Pasolini confida il suo sentire: Io ho sofferto il soffribile, non ho mai accettato il peccato, non sono mai venuto a patti con la mia natura, e non mi ci son mai abituato. Ero nato per essere sereno, equilibrato, naturale, la mia omosessualità era in più, non c’entrava con me. Me la sono vista accanto come un nemico, non me la sono mai sentita dentro. L’omosessualità rappresentava una minaccia per la società ed era inconcepibile in qualsiasi organismo o comunità. La sorte dell’omosessuale, socialmente improduttivo era ancora peggiore di quella della donna, considerata “una macchina di riproduzione” con una precisa funzione primaria, quella di “fabbricare” figli. Così come la donna aveva tutto il diritto di essere libera ed emancipata, gli omosessuali avevano tutto il diritto di non soffrire della loro condizione, di non essere considerati “controcorrente” e soprattutto di non essere oggetto di ripulsa. Pasolini viveva alla luce del sole la sua omosessualità che all’epoca risultava decisamente scandalosa. Fu regista e autore della sceneggiatura di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” che scatenò proteste e procedimenti giudiziari a causa della presenza di una sessualità esplicita e oscena. Il film, presentato postumo in anteprima al Festival cinematografico di Parigi il 22 novembre 1975, arrivò nelle sale italiane nel gennaio 1976.  Nello stesso anno fu decretato il sequestro della pellicola, che scomparve dagli schermi prima di essere rimessa in circolazione nel 1978.

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