Gli Imagine Dragons raccontano il dolore: tra filosofia e fede con la canzone “Believer”

La filosofia si è sempre interrogata sul dolore e così hanno fatto anche gli Imagine Dragons nella loro celebre hit Believer. Questa canzone offre una concezione del dolore particolare e originale anche se debitrice della tradizione filosofica occidentale, soprattuto della sua componente cristiana.

Believer, un’ode al dolore

Gli Imagine Dragons sono un gruppo musicale statunitense di Los Angeles che suona un rock di difficile categorizzazione, molto influenzato dalla musica elettronica e pop. Believer è un loro singolo uscito agli inizi del 2017 come primo estratto del terzo album Evolve che ha dominato le classifiche per numerose settimane, oltre a vincere il Billboard Music Award nel 2018 come miglior brano rock. La canzone potrebbe essere definita un’autentica ode al dolore, dato che questi è l’assoluto protagonista del testo. In particolare nel ritornello dove un potente coro si rivolge direttamente al dolore, quasi invocandolo come Omero invocava la sua musa prima di cantare del pelide Achille. Ma allora, una domanda sorge spontanea: quale immagine del dolore ci viene qui presentata? E a quale delle tante concezioni del dolore che la filosofia ha prodotto possiamo ricondurla?

Uno screenshot tratto dal video della canzone (Fonte: Wikipedia)

Una breve storia del dolore nella filosofia occidentale

Partiamo precisando che con il termine dolore si indica la sofferenza in generale, come sensazione soggettiva che può essere causata da un male fisico, psicologico o spirituale. Oltre che al male la discussione sul dolore è spesso legata alla felicità, alla quale viene contrapposta. Questo avviene soprattuto nel pensiero antico che intende il dolore o come indice di disarmonia (Platone) o di qualcosa di indesiderabile (Aristotele) che mette in pericolo la felicità dell’individuo. Le successive riflessioni delle scuole filosofiche ellenistiche (epicurei, stoici e scettici) si concentrano soprattutto sulla ricerca di una disposizione d’animo volta alla sopportazione del dolore attraverso l’atarassia, l’apatia o l’imperturbabilità. Con l’avvento del Cristianesimo e conseguentemente alla concezione del male come privazione del bene, il dolore assume una nuova funzione di salvezza e redenzione, quindi bisogna non solo sopportarlo ma anche accettarlo. Al contrario, la filosofia moderna (a partire dal dualismo cartesiano) abbandona la dimensione metafisica del dolore per accentuare quella fisica, che così torna ad essere un male da eliminare. Una nuova svolta avviene in ambito tedesco con i filosofi idealisti (come Fichte e Hegel) che intendono il dolore come motore della vita ma in particolar modo con Schopenhauer che elabora una vera e propria metafisica del dolore. Per l’autore la sofferenza è la cifra dell’esistenza e ciò da cui si origina la filosofia, essa nasce quando la volontà di vivere si oggettiva nei corpi che non vedranno mai soddisfatta la loro tensione verso la vita. L’unica soluzione possibile è quella dell’ascesi, ovvero la totale rinuncia alla corporeità. Infine, possiamo notare come negli ultimi anni la questione del dolore è stata affrontata prevalentemente dalla bioetica.

La copertine dell’album evolve (Fonte: MTV)

L’elemento cristiano

Finita questa breve esposizione delle diverse connotazioni assunte dal dolore nella storia della filosofia, non è difficile individuare nell’elemento cristiano la radice più presente ed evidente nel brano degli Imagine Dragons. Già solo il titolo Believer (credente) fa riferimento ad una dimensione religiosa di fede ma è sopratutto nel ruolo dato al dolore che ritroviamo un’impronta più marcatamente cristiana. Nel ritornello si individua nel dolore un qualcosa di distruttivo (“you break me down“) ma al contempo costruttivo a cui si deve tutto quel che di buono accade nella vita (“my life, my love, my drive it came from pain“) tanto da non farsi alcun problema che la sofferenza continui, anzi quasi ricercandola (“oh, let the bullets fly“). È questo un livello di accettazione della sofferenza che è possibile solo se la si interpreta come un mezzo di salvezza e redenzione, propria della religione cristiana. A questo possiamo aggiungere la terza strofa che recita: “Send a prayer to the ones up above | All the hate that you’ve heard has turned your spirit to a doveIl riferimento alla preghiera, al perdono e alla colomba sono tutti motivi tipici del cristianesimo. Ma non dobbiamo stupirci dato che Dan Raynolds, frontman del gruppo, proviene da una famiglia di mormoni e anzi ha servito come missionario prima di dedicarsi alla carriera musicale. Di questo il cantante ha parlato in numerose interviste e sono emerse anche nel documentario dell’HBO (che si intitola proprio Believer) dedicato alle tematiche LGBT.

 

L’elemento originale

Nonostante l’innegabile influenza del pensiero cristiano nella concezione del dolore presentata in Believer, se si analizza a fondo il testo, ci si accorge che non si fa ridurre ad una dimensione unicamente religiosa. Per esempio nelle varie strofe, il dolore è definito come il volto del futuro (“you’re the face of the future“), il sangue che scorre nelle vene (“the blood in my veins“) e ciò attraverso cui si può vedere la bellezza (“seeing the beauty through the pain“). Queste caratterizzazioni della sofferenza sembrano suggerire una sensibilità più contemporanea. Il riferimento al futuro fa capo a Nietzsche che ne Il crepuscolo degli dei afferma che “il divenire e il crescere, tutto ciò che garantisce il futuro, postula il dolore”. Oppure il legame con la bellezza ricorda la scelta estetica di Schopenhauer, come prima via di uscita dal dolore. Inoltre, la canzone si intitola Believer ma non è mai specificato a chi o cosa questo credente creda, Dio non è mai nominato. La fede che nasce dal dolore potrebbe anche essere una fiducia in sé stessi, nella propria capacità di affrontare la sofferenza e uscirne più forti di prima. Possiamo quindi concludere dicendo che quella presentata dagli Imagine Dragons è una concezione del dolore cristiana ma secolarizzata, in cui la sensibilità religiosa trova una nuova connotazione tipicamente contemporanea.

Benjamin Cucchi

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