Gli autoritratti di Frida Kahlo ci mostrano il disturbo di depersonalizzazione, analizziamolo

Hai mai sentito parlare di Frida Kahlo? Sicuramente sì; celebre pittrice messicana, icona femminista in tutto il mondo. Frida, a centotredici anni dalla nascita, continua a far parlare di sé con la sua arte;  specchio di un’esistenza breve, intensa e travagliata.

Frida Kahlo (Film biografico, 2002)

Lunedì 6 luglio, il mondo ha ricordato la nascita di Frida Kahlo, artista nata centotredici anni fa, capace tutt’oggi di essere fonte d’ispirazione per le donne moderne. Una vita sofferta quella di Frida, tra infermità fisica ed un amatissimo, ma infedele marito. Con i suoi dipinti e poesie, ella ci conduce nei meandri della sua fervida immaginazione, in un viaggio che prende le sfumature del disturbo di depersonalizzazione.

Roots by Frida

Una vita tra arte e dolore

”Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni”
Frida Kahlo

Sopracciglia folte, capelli neri, pelle ambrata che fanno da contrasto ai vestiti colorati; ed ecco l’immagine di Frida Kahlo a cui siamo abituati. Vi siete mai chiesti, però, che vissuto ci sia dietro quest’immagine femminile dal forte impatto mediatico?
Frida, all’anagrafe Magdalena Carmen Kahlo y Calderon, nasce il 6 luglio del 1907 a Coyoacan, sobborgo di Citta del Messico.
Spirito libero e ribelle fin da piccola nel 1922, aspirando a diventare medico, s’iscrisse alla Escuela Nacional preparatoria ed entrò a far parte dei Cachucas, un gruppo di studenti sostenitori del socialismo nazionale.

All’età di 18 anni fu vittima di un gravissimo incidente, l’autobus su cui viaggiava finì schiacciato su un muro.
Le conseguenze dell’incidente furono gravissime per Frida: la colonna vertebrale le si spezzò in tre punti nella regione lombare; subì 32 operazioni chirurgiche. Dimessa dall’ospedale, fu costretta per anni a stare a casa sul letto, col busto ingessato e poche speranze di tornare a camminare.
Questa situazione portò Frida a cercare rifugio nell’arte e nella cultura: leggeva libri sul movimento comunista, dal  suo letto a baldacchino dipingeva quadri, sopratutto autoritratti.
“Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio” affermava. 

Una volta tornata a camminare, seppur zoppicante, Frida si recò da Diego Rivera. Noto pittore dell’epoca, politicamente impegnato nel Partito Comunista Messicano, per avere un giudizio sui suoi dipinti: fu l’inizio della fine.
Rivera si accorse immediatamente del talento di Frida, tra i due nacque una relazione amorosa che portò al matrimonio, il terzo per lui. Diego però non era capace di essere fedele, fu un amore tra: arte, passione, tradimenti e vendetta.
La Kahlo lo seguì sempre in tutti i suoi soggiorni all’estero per lavoro, come il lungo periodo negli Stati Uniti dove rimase incinta ma abortì per cause naturali, in quanto il suo corpo fragile non era capace di sostenere una gravidanza. Ciò fu molto doloroso per lei.
Più volte Frida reagì ai tradimenti del marito tradendolo a sua volta, quando lo scoprì con sua sorella minore Cristina, decise però di lasciarlo e concentrarsi maggiormente sulla sua carriera.
Fra i suoi amanti, donne e uomini, tra i più famosi vi è sicuramente Lev Trockij, il quale scappato dalla Russia, aveva trovato asilo politico in Messico, nella famosa Casa Azul di Frida e Diego; oggi sede del Museo Frida Kahlo.

Con l’aggravarsi della salute di Frida, a causa di un’infezione degenerata in cancrena per cui le fu amputata la gamba destra, Diego si riavvicinò. Lei non aveva mai smesso di amarlo e nel 1953 convolarono a nozze per la seconda volta. Rimasero uniti  fino alla morte di Frida a soli 47 anni, nel 1954, per embolia polmonare.
Fu cremata e le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul. Le ultime parole che scrisse nel diario furono:
“Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più.”

Psicanalisi immaginaria di Frida Kahlo

Ogni momento importante della vita di Frida lo ritroviamo rappresentato nei sui dipinti o tra le sue poesie ed aforismi.
Ciò ha spinto gli analisti ad interpretare attraverso la sua arte gli aspetti psichici più profondi.
Lo psichiatra Riccardo Dalle Luche e la filosofa Angela Palermo, hanno scritto addirittura un libro intitolato ”Psicanalisi immaginaria di Frida”.

In questo libro, lo psichiatra Dalle Luche individua quanto gli autoritratti di Frida dipingono dentro e fuori, come si sente e si percepisce in ogni momento, in un continuo rimando tra autore e fruitore. Proprio attraverso questo continuo gettar fuori la sua sofferenza e la sua storia, che riesce a salvarsi, con la sua straordinaria capacità di resilienza. La resilienza è la capacità di  rialzarsi e trasformare in positivo esperienze negative.
Tra inquietudine e sofferenza da una parte, forza ed autodeterminazione dall’altra, Frida cerca disperatamente la luce, fino in fondo ed in ogni modo. Sempre fedele a se stessa, donna moderna e fuori dagli schemi in un’ America latina del secolo scorso.

Nei suoi dipinti ritroviamo spesso il tema del doppio, ella infatti ha composto tantissimi autoritratti che mostrano con scenari stravaganti ed onirici la sua vita. Possiamo ricordare ”Le due Frida”,  rappresentazione della sua ambiguità ed il trauma subito per il divorzio tra lei e Diego. In ”Henry Ford hospital ” invece, esorcizza il tema dell’aborto, metabolizzando l’evento in numerosi bozzetti preparatori prima di giungere all’originale.

Il filone della depersonalizzazione a favore di una ricerca identitaria verso il processo di sdoppiamento dell’Io si presta anche alla ricostruzione di un importante background, spesso preminente nelle opere di Frida Kahlo: la tradizione prehispanica.
Nel mondo prehispanico il concetto di dualità è fortemente presente ed in particolare quel processo di sdoppiamento dell’Io che può essere riconosciuto in ciò che viene definito Nahualismo.
Secondo una credenza diffusa nel Messico Centrale ad ogni individuo alla nascita veniva affidato un doppio, generalmente in forma animale, che avrebbe vegliato su di lui per tutta la durata della sua vita. Tale creatura, definita appunto nahualli, condivideva la stessa essenza della persona cui apparteneva, lo stesso carattere ma soprattutto lo stesso destino, avendo una ripercussione diretta sulla sua vita.

E come potrebbe essere considerato un autoritratto se non una proiezione esterna di sé, uno sdoppiamento finalizzato alla ricostruzione di una propria consapevolezza interiore?

Delirio, disturbo di depersonalizzazione

Il disturbo di depersonalizzazione

Clinicamente il disturbo di depersonalizzazione è riconosciuto come un tipo di disturbo dissociativo, caratterizzato dalla ricorrente sensazione di scollegamento dal proprio corpo e dai  processi mentali.
L’origine dei sintomi può essere determinata da un forte stress (ad esempio, a seguito di problemi relazionali, finanziari o professionali), depressione, ansia o uso di sostanze illegali.

Sensazioni temporanee di depersonalizzazione o derealizzazione sono vissute almeno una volta nella vita dalla maggior parte di noi a seguito di:  un pericolo potenzialmente letale, l’assunzione di determinate droghe o eccessiva stanchezza.
Questa sensazione viene considerata patologica quando è frequente o continua, con sintomi che provocano una grande sofferenza e difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane.
Il soggetto può anche riferire di sentirsi fuori dalla realtà, senza alcun controllo su ciò che fa o che dice ed emotivamente o fisicamente insensibile.

I sintomi di derealizzazione comprendono un senso di distacco dall’ ambiente circostante (persone e cose), con sensazione di irrealtà.
Il soggetto può sentirsi come in un sogno o immerso nella nebbia, il mondo gli appare senza vita, incolore o artificiale, oppure deformato.
Gli oggetti, ad esempio, possono apparirgli sottili o insolitamente chiari, oppure piatti o più piccoli di quanto siano in realtà; i suoni  più alti o più leggeri del reale ed il passare del tempo troppo lento o troppo veloce.

I sintomi causano quasi sempre un gran disagio e per alcune persone sono intollerabili; ansia e depressione sono frequenti.
Molti temono di avere un danno cerebrale irreversibile; si tormentano chiedendosi se esistono davvero, oppure cercano ripetutamente di stabilire se le loro percezioni siano reali.
Il paziente spesso ha grande difficoltà nel riferire i propri sintomi e può temere o credere di essere diventato matto. Tuttavia, la persona è sempre cosciente del fatto che le esperienze di distacco provate non sono reali, ma rappresentano soltanto il suo modo di percepire la realtà.
Questa consapevolezza è ciò che separa il disturbo di depersonalizzazione dal disturbo psicotico, il soggetto affetto da un disturbo psicotico manca di tale introspezione.

Il recupero completo è possibile specialmente se i sintomi sono causati da situazioni di stress che possono essere affrontate durante il trattamento. In alcuni casi il disturbo scompare spontaneamente.

I sintomi, anche quelli che persistono o si ripetono, possono essere meno invalidanti se il soggetto riesce a tenere la mente occupata concentrandosi su altri pensieri o attività, piuttosto che concentrarsi solo sulla percezione di sé. Spesso la disabilità subentra per il loro sentirsi così distaccati dal proprio io e dall’ambiente.
Il trattamento del disturbo consiste nella psicoterapia, talvolta accompagnata da farmaci ansiolitici e antidepressivi.

Molti artisti nei loro dipinti hanno rappresentato i propri deliri e turbamenti, ma solitamente l’ hanno fatto attraverso immagini simboliche. Nel caso di Frida invece vediamo come abbia voluto rappresentare in primis se stessa, proiettando su tela ciò che percepiva intorno a sé.
La pittura ha rappresentato per lei la maggior forma di resilienza alle sofferenze della vita, la via di fuga da una realtà troppo dolorosa. La tela come uno specchio su cui poter decidere cosa riflettere e come apparire.

 

 

 

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