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Il dolore e la sofferenza sono sempre stati e sono tutt’ora presenti nel mondo. C’è davvero un discrimine tra la sofferenza umana e la sofferenza animale ? E se sì quale?

La sofferenza animale è un tema che ancora non ha riscontrato l’importanza dovuta e che molto spesso viene banalizzato o non preso proprio in considerazione. Eppure la sofferenza animale si può riscontrare in moltissimi casi, a partire dagli sguardi annebbiati dei leoni in gabbia, fino alle urla di terrore degli agnelli pronti per la macellazione.

La sofferenza animale come parte della sofferenza cosmica

Giacomo Leopardi, probabilmente il più illustre poeta italiano del diciannovesimo secolo, in Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, opera manifesto del suo pessimismo cosmico, affronta il tema della sofferenza, includendo nella sua trattazione anche il mondo animale.  Nella penultima strofa della poesia, infatti, Leopardi si rivolge ad una capretta, apostrofandola così:

O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;

Successivamente, dopo aver elogiato la condizione di privilegio dell’animale per la sofferenza minore esperita rispetto a quella degli esseri umani e per l’incapacità di provare tedio, giunge alla conclusione che pur gli animali soffrono tanto quanto gli esseri umani.

forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale.

Il percorso affrontato da Leopardi in questa poesia può essere definito come una presa di coscienza della condizione di sofferenza cosmica. Partendo da una visione meramente antropocentrica del dolore, infatti, secondo cui la sofferenza animale non può essere paragonata, per quantità e qualità, a quella degli esseri umani, giunge a inferire che l’animale non è esente dalla sofferenza cosmica leopardiana.

La sofferenza animale nella teoria evoluzionistica darwiniana

Che esista molta sofferenza nel mondo , nessuno può negarlo. […] che vantaggio potrebbe recare la sofferenza, portata avanti per un tempo quasi infinito, di milioni di animali inferiori?

Charles Darwin con la pubblicazione dell’Origine delle specie mina con forza l’ideale di antropocentrismo e di superiorità dell’essere umano che fino ad allora aveva imperversato per tutto il mondo occidentale, dovuto in gran parte alla visione cristiana dell’uomo come figliol prodigio di Dio.

Darwin sottolinea con forza come la selezione naturale, da lui postulata come spiegazione dell’evoluzione animale e umana,  sia un processo che implica un’ampia quantità di sofferenza per tutti coloro i quali ve ne partecipano.

Specismo e sofferenza animale in Singer

Peter Singer è un filosofo australiano, considerato uno dei più influenti pensatori contemporanei nel campo dell’etica. E’ conosciuto per le sue tesi polemiche in merito al rispetto dell’ambiente e dei diritti degli animali, eutanasia, aborto e responsabilità dei paesi ricchi nei confronti dei paesi del Terzo Mondo.

Uno degli assiomi del suo pensiero è la consapevolezza che l’essere umano non è l’unico in grado di provare sofferenza e dolore. Anzi, sostiene Singer, molti animali non umani, come li definisce lui, sono in grado di provare forme di sofferenze diverse da quella fisica (come per esempio l’angoscia di una madre separata dai suoi piccoli, o la noia dell’essere rinchiusi in una gabbia senza aver nulla da fare).

Su questa consapevolezza Singer struttura la sua morale definita utilitarista, ossia una filosofia che ritiene l’azione giusta sia l’azione che conduca alla più grande felicità per il maggior numero di essere senzienti, categoria in cui include anche gli animali dotati, al pari della specie umana, come sopra detto, della capacità di soffrire (e quindi della preferenza a non soffrire).

Secondo Singer la differenza di specie non è una differenza moralmente rivelante e considerarla come tale è una forma di pregiudizio come il razzismo o il sessismo, che egli definisce specismo, ossia pregiudizio per cui si considera una differenza moralmente irrilevante, come la differenza di specie, di razza o di sesso, come fondante una differenza di trattamento.

Gli animali hanno coscienza?

Renè Descartes sosteneva che gli animali fossero macchine prive di sensazione, capaci di percepire dolore tanto quanto la penna che usi per scrivere.

Questa tesi ha delle somiglianze tangibili con quanto sostenuto dai primi esploratori spagnoli in Sud America, che presero in seria considerazione la possibilità che le popolazioni indigene fossero prive di anima.

Stewart- Williams nel suo saggio Il senso della vita senza Dio dimostra come in realtà ci sono diverse ragioni che spingono a pensare che gli animali abbiano coscienza e dunque possano provare dolore: da una prospettiva evoluzionistica, per esempio, la mente non è altro che l’attività del cervello, quindi se il cervello umano è consapevole perché questo non dovrebbe valere anche per un cervello non umano, specialmente se vi sono forti rassomiglianze tra i due? In secondo luogo, siccome si trae la conclusione che gli uomini soffrano dal loro comportamento, per quale motivo non vale la medesima ricerca per gli animali non umani?

Quel che Stewart-Williams sostiene è che la possibilità che gli animali siano coscienti debba essere presa in seria considerazione fino a che, eventualmente, non si sia in possesso di prove incontrovertibile contro questa tesi.

Perché gli animali non dovrebbero soffrire?

Dunque per quale motivo si dovrebbe sostenere una descrizione degli animali come quella scritta da Descartes, ossia considerare gli animali così diversi dall’essere umano?

La motivazione potrebbe essere che in questo modo si rendono moralmente meno problematiche attività come gli allevamenti intensivi e la sperimentazione : la sofferenza perpetuata svanisce deanimalizzando gli animali stessi e razionalizzando, come sostiene Darwin, il loro trattamento, come necessario per il vantaggio della specie umana.

 

 

 

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