Gli abitanti di Riano e dintorni ancora in piazza contro la discarica: le ragioni del no

Era il lontano 2012 quando gli apparati burocratici romano e laziale iniziarono a fremere come formiche sull’asfalto per cercare una valida soluzione alla questione dei rifiuti nella Capitale: infatti, l’anno precedente, il mostro ecologico di Malagrotta era stato dichiarato sito in esaurimento, suscitando la necessità di trovare impianti alternativi per lo smaltimento.

Alle molteplici lotte dei comitati di quartiere capitolini contrari al collocamento in questa o quella zona, un’opzione sorta al tempo e recentemente – tre giorni fa, ndr – tornata in auge è la sistemazione di una struttura dall’ampiezza poco più estesa dell’intera Città del Vaticano presso Quadro Alto, frazione del comune di Riano, a 20km dal centro storico e appena 8km dalla fascia settentrionale di Roma.

Impugnando nuovamente le perizie del 2012, ecco qui sintetizzati i motivi avanzati dai cittadini contrari alla discarica di Quadro Alto:

 

Analisi viaria

Il sito prescelto si trova tra le vie Flaminia e Tiberina, la prima con noti problemi di traffico per la profonda penetrazione nel cuore della città, la seconda sconosciuta alla maggioranza, ma ancora più trafficata della consolare; il contesto corrisponde alle cave di tufo di Riano, un sistema territoriale di interesse paesaggistico definito dal PTPR (Piano Territoriale Paesistico Regionale) un paesaggio naturale di continuità, significando che per legge non sia consentita la realizzazione di un impianto del genere sulla sua superficie.

Accantonato l’ovvio problema di impatto ambientale, si prosegua con i dati infrastrutturali: la zona è servita, oltre alla statale e alla provinciale sopracitate, dalla diramazione nord dell’Autostrada A1 (Milano-Napoli, Roma-Firenze, Autosole: chiamisi così o colà a preferenza), appendice autostradale di fondamentale importanza per l’accesso a Roma, e come tale particolarmente frequentato da qualsivoglia tipo di vettura, id est traffico.

Focalizzando l’attenzione sulla via Tiberina, l’unico accesso secondario all’ipotetica struttura, è doveroso conoscerla approfonditamente, in quanto sarebbe la principale direzione della concentrazione veicolare: è classificata come piattaforma unica a carreggiata bidirezionale, ovvero una strada a doppio senso di marcia con una corsia ciascuno; aggiungendo a tale descrizione una panoramica sullo status quo della stessa, il cui manto stradale risulta gravemente e diffusamente danneggiato, la cui scarsa illuminazione genera una faticosa visibilità, la cui insufficiente segnaletica stradale ne complica la fruizione, acquista validità ingegneristica e logica la conseguente conclusione per cui tale opera comporterebbe un dramma per l’intera viabilità del settore settentrionale di Roma, sia in ingresso sia in uscita.

Ma chiamando ancora a testimoniare la meravigliosa scienza della statistica, ecco altri utili dati: il traffico medio giornaliero registrato lungo la via Tiberina ammonta a circa 21.000 vetture, portando il Livello di Servizio (LdS) alla lettera D: temporanee restrizioni, velocità possibile accettabile ma molto condizionata dalla circolazione, libertà di manovra scarsa, flusso instabile con possibilità di momentanei arresti, sorpassi difficili, tempo in attesa di sorpasso equivalente al 75%, velocità media inferiore agli 80km/h.

Una situazione già di per sé difficoltosa, dunque, che peggiorerebbe ulteriormente se il progetto venisse portato a termine: dalla possibile analisi post operam emerge che il numero stimato di autocompattatori immessi nella circolazione dalla nuova discarica ammonterebbe a 27 veicoli ogni ora, gravando a tal punto sulla precarietà della misera Tiberina da modificarne il Livello di Servizio da D a E: portata tendente alla capacità (capienza massima smaltibile), velocità operativa bassa, tempo in attesa di sorpasso superiore al 100%.

Uno scenario apocalittico per il già caotico traffico romano.

 

Analisi geologica

Il prezioso studio condotto sempre nel 2012 dall’Università di Napoli sulla morfologia del territorio mette in luce due aspetti fondamentali per il no:

dall’analisi idrogeologica è stata rilevata la presenza di una falda acquifera nel sottosuolo a soli 10 metri dal piano campagna, una distanza decisamente scarsa se si pensa agli effetti devastanti che avrebbe sull’intensa economia agricola dell’area, adiuvata dall’abbondante fertilità della terra, un’ipotetica perdita di liquami tossici dell’enorme quantità di rifiuti corrispondente alla capacità del sito, ossia di 2.200.000 metri cubi; inoltre, l’incriminata falda è emerso che affluisca direttamente nel Tevere, comportando un grave rischio per la salute dell’intera popolazione capitolina, qualora suddetta perdita si verificasse;

dall’analisi geomorfologica, invece, è stata riconosciuta una pericolosa instabilità delle pareti tufacee, la quale comporterebbe e a tutti gli effetti già comporta diffusi crolli parietali, i quali non permettono la presenza sicura nel piazzale principale del sito a meno di 20 metri, creando insormontabili difficoltà tanto nella fase iniziale dei lavori, ossia la costruzione e realizzazione dell’impianto stesso, sia nella fase operativa, ossia il regolare svolgimento dell’attività.

 

In conclusione, questo breve resoconto vuole essere un accorato invito alle pubbliche amministrazioni di qualsiasi livello affinché possano pronunciare decisioni oculatamente, nella consapevolezza di potersi appoggiare sulla collaborazione di una popolazione sempre disposta a offrire il proprio aiuto in ogni circostanza.

Gianluca Ricci

 

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