Il Superuovo

“Giù in carena” e spingere sui pedali: l’Arte Futurista ci racconta il Giro d’Italia

“Giù in carena” e spingere sui pedali: l’Arte Futurista ci racconta il Giro d’Italia

13 maggio 1909: partiva il primo Giro d’Italia.

Partenza di una tappa del Giro d’Italia, si nota la “Maglia Rosa” che rappresenta il leader della classifica.

Il Giro d’Italia è una competizione ciclistica a tappe che attraversa la Penisola (escluse alcune regioni), la prima edizione fu nel 1909, e la vinse Luigi Ganna (che non è imparentato con Filippo Ganna, ciclista classe ’96). Dal 1909 tante cose sono cambiate: in primis gli atleti, le biciclette, i percorsi ed i modi di allenamento, “scorciatoie ed aiutini” compresi (le sostanze dopanti). Scopriremo anche quanto il ciclismo impattò sulla corrente artistica del Futurismo.

Ciclisti ieri vs ciclisti oggi

L’unica cosa che non è cambiata, è sicuramente il fatto che i ciclisti sono quei figuri che il sabato pomeriggio o la domenica mattina stanno in gruppo in mezzo alla strada e non ti lasciano passare con la macchina, è fastidioso, e lo dico da ciclista (amatoriale), ma cosa ci vuole a stare tutti disciplinatamente in fila indiana sul lato destro della carreggiata? Molti ancora non lo hanno imparato.

Scherzi (mica tanto) a parte, sì, molto è cambiato nel mondo del ciclismo da quel 13 maggio 1909, basti guardare la tecnologia che viene applicata oggi sulle biciclette per capire che il ciclismo è in continua evoluzione, il progresso tecnologico che soppianta la pura meccanica di quelle che erano le prime “due ruote”.

Un esempio? Anni addietro (ma nemmeno tanti), le biciclette erano pura meccanica, oggi molte componenti sono High-Tech, si è pure arrivati, ai mondiali di ciclocross (ciclismo su terreni sconnessi e fangosi) Under-23, a squalificare un atleta belga perché aveva installato un piccolo motore elettrico per favorire ed ammorbisire la pedalata, follia.

Sono cambiate anche molte cose riguardanti il Giro in sé, a livello di regolamenti, tappe e distanze, sono cambiati i team e gli atleti: un tempo i ciclisti, spesso non lo erano di professione, non si viveva di ciclismo, o nel caso, era molto difficile, mentre oggi grazie agli sponsor ed alle partnership commerciali, il ciclista può dedicarsi totalmente allo sport e farne una professione.

C’è una cosa poi, che nel ciclismo più cambia più rimane uguale, l’uso di sostanze dopanti, sì perché a dispetto di ciò che si pensa, anche in passato i ciclisti facevano uso di quelle che oggi verrebbero considerate doping.

Il primo vero scandalo per doping (caso un po’ farraginoso), avvenne nel 1969, quando Eddie Merckx, 5 volte vincitore del Giro d’Italia, risultò positivo all’antidoping, venendo squalificato per quell’edizione mentre era al comando della competizione.

Il doping ha una storia ultracentenaria, molti ciclisti della pre-antidoping-era, facevano uso di estratti di coca, bevande a base di solfato di stricnina o iniezioni di canfora, sostanze che inibiscono il senso di fatica, ma che non aumentano in modo significativo la prestazione fisica; mentre oggi i programmi dopanti sono più articolati e mirati all’aumento delle prestazioni dell’atleta: si va dalle iniezioni di testosterone alle autotrasfusioni sanguigne.

Lance Armstrong vinse 7 Tour de France consecutivi, dal 1999 al 2005, salvo poi essergli revocati dall’UCI (Unione ciclistica internazionale) a seguito di un’inchiesta dell’USADA (United-States Anti-Doping Agency), che ha accertato il fatto che in quel periodo Armstrong e la sua squadra, facevano sistematico uso di sostanze dopanti.

Il Futurismo e la bicicletta

L’arte futurista ha un rapporto inscindibile con tutto ciò che è “mezzo di locomozione” e velocità: macchine, motociclette, treni, ed anche biciclette, l’Arte Futurista è ossessionata da qualsiasi mezzo che può generare energia, che essa derivi dal motore o dalla forza che l’atleta imprime sui pedali, e poi del resto, a sottolineare l’inscindibile legame dell’arte futurista alle 2 ruote, vi è anche il fatto che anche il “Manifesto del Futurismo” risale al 1909.

Si tratta ad esempio del caso di Fortunato Depero, esponente del “Secondo Futurismo”, il quale trovava nei ciclisti, un soggetto piuttosto ricorrente nei suoi dipinti, scomponendo la spazialità dei suoi dipinti e privilegiando uno stile simil-cubista che evidenziasse il movimento frenetico degli atleti.

Nella Collezione Peggy Guggenheim, troviamo una tela di Mario Sironi che si chiama semplicemente Il Ciclista, la quale rappresenta un ciclista di spalle dipinto in modo tale da evidenziare il dinamismo della scena attraverso la pennellata, un po’ come nell’opera di Boccioni Dinamismo di un ciclista, che grazie alla sua tecnica, potrebbe essere considerato un quadro manifesto della Pittura Futurista.

Al Museo di Stato Russo, troviamo un’opera che sintetizza diverse correnti pittoriche, come ad esempio il Cubismo, il Futurismo e le varie avanguardie artistiche russe, si chiama anch’esso chiaramente Il Ciclista ed è di Natalija Goncharova, stimata pittrice russa dei primi decenni del ‘900.

Disegno preparatorio de “Il Dinamismo di un ciclista” di Boccioni.

Il Giro d’Italia 2021

Solo le due più grandi catastrofi belliche della Storia fermarono il Giro d’Italia, che con quella di quest’anno arriva alla sua 104° edizione.

Quest’edizione del Giro vede 21 tappe, per un totale di 3479,9 km, è iniziato l’8 e finirà il 30 maggio, la media è quindi di una tappa al giorno, con due giorni di riposo, una prova fisica che chiama gli atleti in gara ad uno sforzo non indifferente (165 km di media per 21 tappe), tra scalate, volate e finali di gara al cardiopalma.

Non posso dare torto a nessuno, facendo zapping e capitando sul Giro, si cambia canale, poiché è indubbio che il ciclismo sia piuttosto noioso da seguire (per chi non lo pratica o per chi “non ne capisce”) e privo di emozioni di spessore, ma il Giro d’Italia non è solo sport, è anche tradizione, una tradizione che va in scena dal 1909, e che ancora, forse non per tutti, regala mille emozioni, e le regalava evidentemente anche agli artisti della corrente futurista, in un’Italia, quella dell’epoca, in cui il calcio ancora non era sport nazionale, ma lo era il ciclismo.

Nella speranza di poter rivedere un italiano sul gradino più alto del podio (forse sì, anche per un po’ di patriottismo posticcio ma non salviniano/meloniano), buon Giro a tutti, anche a chi ci investirebbe la domenica mattina.

Per un corridore il momento più esaltante non è quando si taglia il traguardo da vincitori. E’ invece quello della decisione, di quando si decide di scattare, di quando si decide di andare avanti e continuare anche se il traguardo è lontano.

Fausto Coppi

 

 

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