Il Superuovo

Giovani ‘fannulloni’: storia di un’ostinata negligenza politica

Giovani ‘fannulloni’: storia di un’ostinata negligenza politica

Silvio Berlusconi ha affermato che 3 milioni di giovani in Italia non fanno altro che svegliarsi a mezzogiorno, giocare al computer e andare in discoteca. Quella dei ‘giovani fannulloni’ è però una retorica di cui la politica di ogni colore si serve oramai da diversi anni. 

Berlusconi coldiretti
Silvio Berlusconi in un incontro con Coldiretti

La corsa verso il voto del 4 marzo prosegue in un’escalation di proposte più o meno fantasiose, ma si sa, in campagna elettorale tutto è lecito. O almeno, questa sembra essere ormai una prassi consolidata. Alcuni temi sono cruciali soprattutto per alcuni singoli partiti, altri invece sono terreno di confronto tra tutte le fazioni. Tra questi, uno dei ‘match’ più importanti si gioca sicuramente sul tema del lavoro, che non si fa fatica a definire la ‘grande cause‘ degli ultimi anni e dei prossimi che verranno.

Sull’argomento è intervenuto lo scorso 14 febbraio Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, che durante un incontro con la Coldiretti ha elencato le sue proposte per combattere la piaga della disoccupazione giovanile. Di fatto si tratterebbe di rendere le assunzioni convenienti per le imprese attraverso sgravi fiscali, sia per i contratti di apprendistato sia per i ‘primi contratti‘, ovvero quelli riferiti al primo impiego. Qualcuno potrebbe commentare, e non a torto, “questa l’ho già sentita”, ma non è questo ciò di cui si vuole discutere in questo articolo. Piuttosto, a colpire è l’accurata descrizione dei giovani disoccupati del terzo millennio che Berlusconi ha fornito a supporto delle sue tesi: “In Italia ci sono tre milioni di giovani che non studiano, non hanno un lavoro e non lo cercano. La mattina si alzano a mezzogiorno, passano il tempo chiusi in camera a giocare con il computer e di sera vanno in discoteca. Sono tre milioni, bisogna fare qualcosa”.

Il poco edificante ritratto della gioventù a opera del Cavaliere non è certo un unicum in quella che è la narrazione politica degli ultimi anni. Quella dei ‘giovani fannulloni‘ è infatti una retorica a cui molti attori politici hanno fatto ricorso dall’inizio della crisi a seguire. Non possiamo non citare Elsa Fornero, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali durante il Governo Monti: la donna che avrebbe dato il nome ad una delle più controverse riforme del lavoro della storia della Repubblica nel 2012 intimò ai giovani in cerca di un’occupazione di non essere ‘choosy‘, schizzinosi, e di accettare quello che capitava in attesa di opportunità migliori. Non aspettare quindi ‘il posto ideale, ma entrare subito nel mercato del lavoro. Ecco allora che accettare turni massacranti nella grande distribuzione e nella logistica, vedersi ridurre libertà sindacali faticosamente conquistate nel corso dei decenni, firmare contratti che non lasciano intuire un qualche tipo di futuro e percepire paghe – non serve dirlo – decisamente striminzite divenne per i giovani non un indice di rassegnazione ma un comportamento virtuoso e pragmatico. Al passo con i tempi.

Elsa Fornero
L’ex ministro per il Lavoro e le Politiche Sociali Elsa Fornero

Molti giovani, in effetti, hanno fatto così. Non perché pensassero che sentirsi affibbiare l’aggettivo choosy fosse un’onta particolarmente insopportabile, ma perché di grandi alternative non ce n’erano e di certo non si può essere choosy quando si hanno le bollette da pagare. Nel frattempo la politica allargava la strada alla dirompente filosofia del lavoro flessibile: contratti a chiamata e voucher che dietro all’illusione del quando vuoi, quanto vuoi nascondevano grandi vantaggi per le imprese e pochissime quando non nulle garanzie o tutele per i lavoratori. Nasceva in quel periodo anche la gig economy, ovvero quel grande paniere di servizi ‘smart‘ all’insegna dell’autonomia e della flessibilità di chi vi trova impiego, che nessuno ha mai voluto definire ‘lavoro vero’.

La ormai consolidata prassi di imputare alle giovani generazioni la ‘colpa‘ di non essere adeguati ad un mercato del lavoro in costante cambiamento non è passata indenne nemmeno al governo Renzi, che con il Jobs Act ha proseguito alcune delle innovazioni della già citata Riforma Fornero. In particolare sono state alcune affermazioni del Ministro Giuliano Poletti, a capo dello stesso dicastero che aveva visto al comando Elsa Fornero, a suscitare notevoli polemiche. Nel dicembre del 2016, alla richiesta di un commento riguardo al fenomeno dei giovani italiani emigrati all’estero, Poletti ha risposto ai giornalisti: “Bene così: conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi. Bisogna correggere l’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori.” Le scuse giunte prontamente qualche tempo dopo non sono servite a placare la bufera mediatica che si era ormai scatenata. In un’altra occasione, Poletti ha affermato che per trovare lavoro in Italia conviene di più giocare a calcetto che spedire curriculum, legittimando così la triste prassi che prevede che trovare lavoro sia soprattutto una questione di conoscenze più che di competenze, titoli e meriti.

l’ex ministro del lavoro Giuliano Poletti

Ma veniamo a Berlusconi. Il suo modo di paragonare i Neet (giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non stanno facendo attività di tirocinio, in Italia sono stimati al 19%, quasi 1 su 5) ad una calca di adolescenti viziati in fase di ribellione verso i genitori denota ancora una volta quanto la politica e la sua retorica siano lontane da quella che è l’esperienza quotidiana di quei milioni di persone di cui pretende di dirigere le sorti. Con il perentorio “bisogna fare qualcosa” sembra però voler ‘scagionare‘ in qualche modo questa massa di discotecari nullafacenti dall’imperdonabile ‘colpa‘ di trovarsi in quella condizione. Come se l’insieme di fattori che hanno creato questa voragine occupazionale sia stato mosso da una qualche forza ancestrale, e poi caduto dal cielo. Allo stesso tempo però, anche la soluzione, il qualcosa, sembra dover essere appannaggio di un qualche attore impersonale, un bisogna poco consapevole riguardo a chi affidare una così grande responsabilità.

Dopo aver ascoltato tutte queste esternazioni ci sentiamo di fare appello a un documento che è stato scritto con la calma necessaria, e senza i vizi di ciò che si dice per accaparrare voti: la Costituzione Italiana, che all’Articolo 1 connota l’Italia come “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Il Comma 1  dell’Articolo 4 poi specifica che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Gli Articoli contenuti nel Titolo III della Prima Parte della Costituzione indicano poi quali sono questi modi atti a promuovere le condizioni che permettano ai cittadini di lavorare. E’ tutto scritto lì, in un testo ormai trito e ritrito che però non dovrebbe mai passare di moda.

E se anche durante la corsa al voto ogni mezzo è lecito per trovare colpevoli e capri espiatori, quella del lavoro rimane la tematica più urgente da affrontare, e chi vuole governare il Paese dovrebbe ormai aver capito che servono misure coraggiose, strade difficili. Perché le soluzioni-tampone non hanno funzionato e continueranno a non funzionare, ma se si fanno promesse importanti, poi però bisogna anche mantenerle. Sennò, tutto questo resta unicamente fuffa elettorale.

Perania

 

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