Giorgio VI, Demostene e Mosè: quando la balbuzie prende la parola

Come è possibile rivestire ruoli pubblici che richiedono una spiccata abilità oratoria nonostante la balbuzie? “Il discorso del re” rievoca alcuni personaggi antichi.

Una scena del film che ritrae Giorgio VI (Colin Firth) alle prese con un discorso a Burnley (Wade)

Il film del 2010 “Il discorso del re” ben rappresenta le difficoltà e gli sforzi di un politico balbuziente alle prese con importanti discorsi da tenere di fronte a migliaia di persone. Re Giorgio VI, protagonista della vicenda, s’inserisce nella schiera dei tanti che, a partire dall’antichità, rivestirono ruoli pubblici pur avendo problemi di pronuncia. Ripercorriamo la storia del monarca inglese che è simile, per certi versi, a quella di altri due personaggi balbuzienti che parlarono in difesa del loro popolo: Demostene e Mosè.

Giorgio VI e la balbuzie

“Il discorso del re”, diretto da Tom Hooper, racconta magistralmente la storia di re Giorgio VI, salito al trono inglese nel 1936 dopo l’abdicazione del fratello Edoardo VIII. Nel corso della vicenda il re (interpretato da Colin Firth) appare molto reticente ad accettare la corona per via, soprattutto, della grave balbuzie che gli rende molto difficile pronunciare discorsi in pubblico. Dopo aver interpellato vari professionisti del settore, la famiglia reale si rivolge ad un presunto logopedista australiano, Lionel Logue (interpretato da Geoffrey Rush), per aiutare il nuovo sovrano a destreggiarsi tra i vari impegni istituzionali che richiedono discorsi pubblici. Sin dalle prime sedute, Logue adotta un comportamento non convenzionale con Giorgio VI e, nonostante paziente e terapeuta appartengano a classi sociali profondamente diverse, con il tempo i due iniziano a fidarsi l’uno dell’altro così da diventare amici. Re Giorgio soffre, sin da bambino, di balbuzie e ha difficoltà nel pronunciare determinate sillabe o gruppi consonantici; con l’aiuto di Lionel il monarca inizia una serie di esercizi per rilassare la muscolatura, allenare la pronuncia e, soprattutto, per lenire i traumi infantili che, secondo il bizzarro specialista, sono alla base della sua balbuzie.

Testa-ritratto di Demostene, I sec. d.C. (Wikimedia)

Demostene e l’urgenza di parlare

In una scena iniziale de “Il discorso del re” un logopedista a cui Giorgio VI si è affidato costringe il sovrano a declamare frasi con la bocca piena di biglie. Alla domanda della moglie del re circa l’utilità di questa pratica, il terapeuta risponde: “Ha curato Demostene!”. Il riferimento affonda le sue radici nell’Atene del IV secolo a.C. quando la città e la Grecia tutta erano minacciate dalla potenza macedone di Filippo II. Demostene, straordinario retore ateniese, è stato un fiero antimacedone che per tutta la sua carriera ha declamato orazioni volte a segnalare ai concittadini il pericolo rappresentato da Filippo e la necessità che il mondo greco insorgesse per non essere annientato. Le fonti ci testimoniano che Demostene, il più grande retore della grecità, soffriva di balbuzie. Il biografo Plutarco (Vita di Demostene 11) racconta che l’oratore, da giovane, si esercitava a parlare con la bocca piena di sassolini per articolare meglio le parole e che per rinforzare la muscolatura e il respiro parlava percorrendo le strade ateniesi pronunciando i discorsi tutto d’un fiato. Ancora Plutarco (Vita di Demostene 7) riferisce che da giovane, Demostene, per allenarsi alla declamazione era solito ritirarsi in uno studio privato ricavato sotto la sua abitazione dove restava anche diversi mesi per rafforzare la voce. Egli aggiungeva a questa segregazione forzata anche un fatto curioso: si radeva metà della testa cosicché

se anche avesse voluto uscire, non avrebbe potuto farlo per la vergogna

Dalle pagine di Plutarco emergono, attraverso la continua pratica e dedizione, il bisogno di parlare e intervenire nel dibattito pubblico da parte di Demostene per spingere la propria città alla lotta per la libertà; allo stesso modo, anche ne “Il discorso del re” Giorgio VI è chiamato ad affrontare la propria balbuzie per guidare un popolo che, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, vuole conservare la propria indipendenza. Per certi versi anche la vicenda di Mosè, che prende le parti del proprio popolo per garantirgli la libertà, presenta caratteristiche simili a quelle di Demostene e di Giorgio VI.

Mosè di Michelangelo, S. Pietro in Vincoli (Wikimedia)

Mosè e il compito di parlare per Dio

Un altro personaggio di cui le fonti testimoniano la balbuzie e, in generale, la difficoltà ad esprimersi è Mosè. Il personaggio biblico che guidò gli Ebrei verso la terra promessa dopo la cattività egizia (XIII-XII sec. a.C.) ebbe, secondo il libro dell’Esodo, problemi nel parlare fluentemente. Mosè venne scelto da Dio per liberare il popolo d’Israele e fu incaricato di manifestare la volontà del Signore presso la gente. In Esodo 4, durante un colloquio con Dio, Mosè esprime i propri dubbi sul compito che gli è stato affidato. In particolare dice:

Signore, io non sono un parlatore: non lo sono stato mai prima e neppure lo sono ora […] io sono impacciato di bocca e di lingua

La perplessità di Mosè è più che legittima: come potrà un balbuziente parlare per conto di Dio? La risposta del Signore non tarda ad arrivare, egli rassicura Mosè sulle sue capacità:

Io sarò con la tua bocca, ti istruirò su quello che dovrai dire

Nei passi successivi si legge di come Dio, per ovviare al timore di Mosè, gli affianca il fratello Aronne, abile parlatore, come compagno per i colloqui con il faraone. Dai passi biblici risultano evidenti da un lato il timore di Mosè per il compito che gli è stato affidato: egli si sottovaluta ed ha paura che il popolo non lo ascolti per la sua inabilità retoria; dall’altro l’assoluta necessità da parte di Dio di individuare un profeta (che parli per suo conto) e una guida che liberi il suo popolo.

Resta peculiare il fatto che tutti e tre i personaggi che abbiamo preso in considerazione si siano trovati in situazioni politiche o di incertezza che richiesero la parte loro il coraggio e la volontà di prendere la parola, nonostante la balbuzie, per guidare o salvare la propria gente.

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