Menti brillanti del Novecento sul grande schermo: la figura del genio nel cinema e in filosofia

Il concetto di genio alla luce degli studi di estetica e delle storie vere di alcuni grandi personaggi del Novecento, trattate in diversi film degli ultimi anni.

Il genio della lampada (Aladdin, 1992)

La parola genio ha alla sua radice etimologica due diverse declinazioni, il genius e l’ingenium. Il genius era nell’antichità una divinità molto incerta che vegliava sull’individuo nel suo sviluppo, un’entità misteriosa e non ben definita; la stessa definizione di cui ci si servirà in Aladdin, per intenderci. Di qui la concezione di genio come qualità prettamente soggettiva. L’altra derivazione del termine si ha nel sempre latino ingenium, genio inteso cioè come capacità inventiva, come capacità di trovare qualcosa a partire da facoltà presenti in qualsiasi soggetto. Dalla doppia origine etimologica del termine ha luogo uno dei dibattiti più sentiti nella storia dell’estetica, e cioè: il genio è tale in quanto crea o perché invenit, perché tira fuori dal mondo qualcosa che esiste già? Vale a dire: il genio è genio artistico o scienziato scopritore? E quali sono le differenze tra i due? Esiste una capacità innata o ci si può arrivare attraverso lo studio? Sono solo alcune delle domande che l’estetica si pone riguardo la questione del genio, e a cui molti film hanno dato una loro personale risposta basata anche su storie vere, da Will Hunting il genio ribelle, ai film premiati all’Oscar La teoria del tutto e The imitation game.

Il genio dei filosofi

Intorno alla metà del Settecento, il secolo d’oro dell’estetica, i due concetti di genius e ingenium si incontrano, e il genio comincia ad essere visto come quel qualcuno che possiede una particolare arguzia di difficile definizione (il cosiddetto ”non so che”). Un concetto che sarà poi ben rielaborato da Sulzer, allievo della scuola di Liebniz, che non a caso associa la genialità e la capacità creativa all’oscurità dell’inconscio. Secondo il filosofo, il genio comunica utilizzando un linguaggio oscuro, opposto alla chiarezza della conoscenza; per questo con la sua immaginazione e l’arte è in grado di superare ragione e sensibilità. Ad avviare il dibattito sul genio e ad improntarlo sulla definizione di genio artistico era stato già Du Bos, che ne faceva una delle questioni principali dell’estetica. Du Bos aveva tentato di elaborare un modello teorico per spiegare la creatività artistica, definendola come attività opposta alla conoscenza in quanto non è spinta da regole ma dal sentimento, come ciò che permette al genio di creare. Nonostante ciò la creazione artistica costituisce una forma di comprensione ben diversa da quella logica ed epistemologica. Il genio è una figura che agisce in un determinato momento storico, stimolato alla genialità grazie alle condizioni socio politiche, come accadeva in età antica molto più che in quella moderna. Sarà Gerard a introdurre il concetto di genio matematico: secondo il filosofo il genio è una capacità inventiva propria sia dell’arte che della scienza, da definirsi quindi sulla base della compenetrazione tra creatività e intelletto. E infatti è proprio nell’opposizione tra Du Bos e Gerard che si comincia ad avere la dicotomia tra genio sentimentale e genio artistico-scientifico. Nell’ambiente francese la posizione che prevarrà sarà quella di Du Bos, cioè quella sentimentale e affettiva. Mentre sarà poi Diderot ad elaborare una nozione più precisa di genio espressivo, identificandolo come colui che è pervaso da uno spirito osservatore, capace di penetrare nei segreti dell’uomo e della natura organizzandoli in categorie espressive, in grado cioè di creare l’espressione d’un emozione. Concetto che sarà poi reso estremo dai romantici, che vedono nel genio un potere analogo a quello del creatore naturale. Possessore di un vero e proprio potere magico che va al di là della conoscenza, il genio mostra la forza della rappresentazione dell’immaginazione rivelando il sovrasensibile che altrimenti rimarrebbe intangibile, che fa della sua creazione una creazione infinita. Sarà d’accordo anche Hegel, che addirittura ritorna alla concezione di genius come quel Dio misterioso che estende non solo al campo artistico (anche se è il privilegiato) ma in tutte le situazioni inventive. Secondo il filosofo tedesco, il genio è il soggetto pervaso dallo Spirito e allo stesso modo strumento dello Spirito.

Jean-Baptiste Du Bos, iniziatore del dibattito sul concetto di genio (1670-1742)

Genii al cinema

Sono molti i film del nuovo millennio e prima ancora di esso che ripercorrono la vita di personaggi brillanti, spesso realmente esistiti. Si direbbe che l’intuito è essenziale in entrambi i campi, sia in quello artistico che matematico, anche se chiaramente l’impegno a coltivare il proprio talento non passa mai in secondo piano. Intuito geniale era stato quello ad esempio di Stephen Hawking, la cui storia viene raccontata dal film pluripremiato La teoria del tutto (2015). Con una determinazione oltre il comune, si narra di come Hawking abbia sfidato le leggi della medicina sopravvivendo fino a settant’anni alla malattia dei motoneuroni, che a vent’anni gliene aveva garantiti altri due al massimo. Stephen Hawking rivela fin da subito una capacità innata nel risolvere molto rapidamente i più complessi problemi di fisica, ma la sua vera genialità sta altrove. Sta cioè nell’esser riuscito a fare collegamenti là dove altri non erano riusciti, attraverso intuizioni spesso semplici e che forse proprio per la loro semplicità sfuggivano ad altri anche più preparati. Fra gli scienziati più importanti della storia, Stephen Hawking vanta tra i suoi contributi più rilevanti la radiazione di Hawking, la teoria cosmologica sull’inizio senza confini dell’universo e la termodinamica dei buchi neri. Un’altra grande personalità che è stata portata sullo schermo sempre nello stesso anno è quella di Alan Turing, padre dell’informatica nonché uno dei più grandi matematici del XX secolo. Il film che lo racconta è The imitation game. Dopo aver convinto il governo britannico ad affidare a lui il compito di decrittare i codici di Enigma, la macchina che nasconde i messaggi segreti nazisti, Turing rimane turbato all’idea di dover collaborare con altre brillanti menti matematiche. Molto significativo per la nostra definizione di genio, perché nel film si vede come all’intuito innato di Alan Turing non fosse certo inutile la preparazione oggettiva degli altri suoi colleghi, pur non dotati del suo stesso talento. Il lavoro di Turing ebbe vasta influenza sulla nascita della disciplina dell’informatica, grazie alla sua formalizzazione dei concetti di algoritmo e calcolo mediante l’omonima macchina, che a sua volta costituì un significativo passo avanti nell’evoluzione verso il moderno computer; ed è per questo contributo che Turing è solitamente considerato il padre della scienza informatica e dell’intelligenza artificiale, da lui teorizzate già negli anni trenta del Novecento. Per cui, inevitabilmente, il genio resta qualcuno che attraverso il suo intuito sa anticipare qualcosa che verrà dopo, ma mai senza impegno e perseveranza. E soprattutto, come Joan Clarke (Keira Knightley) dice ad Alan nel film: ”Sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.”

Alan Turing interpretato da Benedict Cumberbatch nel film The Imitation Game

Ma chi è il genio?

Il genio non è colui che eccelle in un determinato campo, ma colui che lo cambia totalmente ponendosi domande che altri nemmeno sarebbero riusciti ad immaginare. Einstein è ritenuto un genio non perchè sapesse risolvere alla perfezione i problemi di fisica, ma perchè ha cambiato totalmente il modo di pensare all’interno di essa. Forse anche per questo chi col tempo si rivela essere un genio inizialmente viene giudicato pazzo. Per quanto riguarda il dibattito tra genio innato e genio che è tale in quanto studia, si potrebbe dire che nessuna posione è definitiva. Il genio è alla fine un mix di genetica, educazione e studio: come diceva Batteaux, non esiste un genio astratto, ma solo un individuo che può essere definito tale dopo che effettivamente si è impegnato a creare o inventare qualcosa. E qui calza proprio a pennello una frase di Michelangelo: ”Se sapessero quanto ci ho messo a farlo, non mi chiamerebbero genio.” Vale a dire che nulla è garantito e che, genio artistico o matematico che sia, l’impegno, la perseveranza ma soprattutto la pazienza di coltivare il proprio talento, assieme alla dedizione verso il proprio scopo, non possono essere trascurati.

Noemi Eva Maria Filoni

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