Schiavitù di eros e per eros: il mal d’amore dei poeti e di Theodore Twombly

L’amore presenta felicità e tormento in entrambe le mani. L’amore è motore di azioni, di idee, di parole e tra un milione di anni avremo ancora fame e sete.

mal d’amore
Marc Chagall, Compleanno, 1915, olio su tela, 81×100 cm, Museum of Modern Art, New York

In una relazione sentimentale, affettiva, un
certo grado di dipendenza tra gli amanti è assolutamente normale, quasi fisiologico, soprattutto durante la fase dell’innamoramento, si sperimenta desiderio di fusione quasi totalizzante. Col passare del tempo, con l’avanzare della relazione e il suo volgersi da innamoramento ad amore maturo, il desiderio di fusione dovrebbe però lasciare spazio ad un’equilibrata convivenza dell’individualità e dell’autonomia di ciascuno. Nei casi di dipendenza affettiva, invece, la persona non sperimenta questo bisogno di ritrovare la propria autonomia e indipendenza, ma vuole mantenere inalterata la fusione sperimentata nell’innamoramento. Nel peggiore dei casi, lo sfrenato desiderio dell’amante lascia spazio ad un’apparente disattenzione dell’aspettativa amorosa, costruita sull’illusione e sull’idealizzazione dell’altro.

Il dolore di un amore sofferto e non corrisposto: Saffo e Catullo

Di mal d’amore soffriva già Saffo, celebre poetessa dell’isola greca di Lesbo, come testimonia l’altrettanto celebre ode della gelosia (la trentunesima):

A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

Saffo era nota per ricoprire il ruolo di educatrice all’interno del tiaso, comunità nella quale le ragazze di buona famiglia apprendevano i precetti dell’arte e delle buone maniere, iniziandosi alla vita matrimoniale. Nonostante fosse sposata con un artigiano, pare che i versi della poetessa fossero indirizzati ad una delle sue allieve e questa poesia ne testimonia la passione struggente. Infatti, Saffo esordisce con la descrizione di ciò che le appare dinnanzi agli occhi: ciò che vede è la sua amata che viene contemplata da un uomo innamorato, generando in lei un sentimento di gelosia dalle chiare manifestazioni psicosomatiche, come l’accelerazione del battito cardiaco, l’improvvisa incapacità nel parlare, il gelarsi del sangue nelle vene e via dicendo. Questa è la peculiarità della poesia di Saffo: riuscire a descrivere, con lucida raffinatezza, i devastanti effetti di un amore non corrisposto. L’influsso di Saffo viene percepito anche da Catullo ed è esplicita nel carme 51. Si tratta sia di una traduzione che di una rielaborazione dell’ode della poetessa greca:

Quello mi sembra simile a un dio,
quello mi sembra superiore agli dei – se non suona bestemmia -,
perché, seduto innanzi a tè, senza scomporsi,
ti vede e ti ascolta,
mentre dolcemente sorridi; a un tuo sorriso invece io miseramente
mi sento tutto svenire, perché non appena
ti scorgo, o Lesbia, non mi rimane neppure
un filo di voce.
Si paralizza la lingua, una sottile folgore
per le membra mi scorre, mi ronzano le orecchie
di un interno suono, mi cala sugli occhi
duplicata la notte.
Lo stare senza far nulla, o Catullo, ti danneggia;
stando senza far nulla ti esalti e ti ecciti troppo;
lo stare senza far nulla ha rovinato un tempo sovrani
ed opulente città.

Anche qui il tema dell’innamoramento è protagonista, ma quello di Catullo è un amore diverso da quello saffico. La storia tra il poeta veronese e Lesbia si regge sui tradimenti che la donna compie ai danni del povero poeta che è legato al foedus, il patto d’amore che dovrebbe legare i due amanti. Le delusioni continue spingono Catullo a rivedere questo patto, teso tra passione e dolore. Il celebre distico del carme 85 ne è la sintesi perfetta, testimonianza di come il mal d’amore assuma sempre di più le dimensioni di un fardello difficile da sopportare ed impossibile da eliminare del tutto:

Odio ed amo. Perché lo faccia, mi chiedi forse.
Non lo so, ma sento che succede e mi struggo.

Mal d’amore
Saffo (640 – 570 a.C.)

Amor cortese e Stilnovo: Bernart de Ventadorn e Guido Cavalcanti

Il medioevo è una delle epoche più interessanti e proficue per quanto riguarda la letteratura di tematica amorosa. Nel sud della Francia si consolidandoo l’idea della fin’ amor (amor cortese) grazie ai trovatori, la cui eredità viene raccolta dai poeti del dolce stilnovo. La donna amata dal poeta appartiene spesso ad un rango sociale superiore e ciò rende chiaro il carattere impossibile di questo amore, confinato al desiderio. Un buon esempio è rappresentato da una canzone di Bernart de Ventadorn, conosciuta con il titolo di Can vei la lauzeta mover:

Quando vedo l’allodoletta
batter di gioia l’ali al sole,
che s’oblia e lascia cadere,
tanta dolcezza le va al cuore,
ah! tanta invidia me ne prende
di chiunque veda gioioso
che stupisco non mi si fonda
di desiderio il cuore subito.

Ah, credevo tanto sapere
d’amore, e tanto poco so!
Che impedirmi non so d’amare
lei da cui niente mai avrò.
Tolto m’ha il cuore e tolto me,
e se stessa ed il mondo intero,
e così niente mi lasciò
tranne la voglia e il desiderio.

Mai più ho avuto di me potere
né sono mio dacché ha permesso
che nei suoi occhi mi vedessi
in uno specchio che m’affascina.
Specchio, visto che m’ebbi in te,
morii di sospiri profondi,
mi persi come perse sé
il bel Narciso nella fonte.

[…]

Non serve dire molto, se non che Bernart stravolga completamente i cardini dell’amore cortese. Anzitutto, capovolge uno dei topos fondamentali della lirica trobadorica, l’incipit naturale: lo stato d’animo del trovatore non coincide con la felicità della natura primaverile, simboleggiato dall’allodola, ma si trova in uno stato di malinconia per il fatto che ama una donna che non ricambia i suoi sentimenti. Di forte interesse è la terza strofa, nella quale Bernart evidenzia come gli occhi della sua lei siano al pari di uno specchio, al punto che si mette a diretto confronto con Narciso. In quegli occhi Bernart non vede altro che la sua immagine riflessa e questo implica una diretta conseguenza: l’amore non è un’esperienza dualistica, ma un’esperienza soggettiva del singolo amante che lo getta nel tormento. Il mal d’amore non risparmia neanche i poeti stilnovisti, anche questi elaborano un concetto feudale dell’amore. L’amante si mette al servizio della persona amata e le presta giuramento, così come i vassalli con i loro signori. Ma la caratteristica che sembra distanziare lo stilnovo dalla lirica trobadorica è il fatto che l’amore ha il potere di avvicinare l’uomo a Dio, pur rappresentando un qualcosa di lacerante e di doloroso per l’animo del poeta. Si può proporre come esempio il sonetto Voi che per li occhi mi passaste ‘l core di Guido Cavalcanti. Il componimento ben delinea la furia distruttiva e dolorosa di cui è capace l’amore:

Voi che per li occhi mi passaste ’l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia,
che sospirando la distrugge Amore.

E’ vèn tagliando di sì gran valore,
che’ deboletti spiriti van via:
riman figura sol en segnoria
e voce alquanta, che parla dolore.

Questa vertù d’amor che m’ha disfatto
da’ vostr’occhi gentil’ presta si mosse:
un dardo mi gittò dentro dal fianco.

Sì giunse ritto ’l colpo al primo tratto
che l’anima tremando si riscosse

veggendo morto ’l cor nel lato manco.

Anche qui ricorre il tema degli occhi come in Bernart de Ventadorn, ma rispetto al trovatore occitano Cavalcanti non vi vede il proprio riflesso. Viene piuttosto descritto il processo fisico che Amore provoca nell’animo dell’amante (forse un richiamo a Saffo), rendendolo incapace di controllare il proprio corpo. Di forte impatto è l’immagine che si trova alla fine della prima terzina (un dardo mi gittò dentro dal fianco): si tratta dell’emblema del mal d’amore, una similitudine di sapore classico, atta a mostrare come la passione si trasformi facilmente in uno spietato carnefice. Una sensazione che ci rende impotenti vittime affamate di amore, spesso costrette a sentirne il profumo, ma a non gustarlo mai davvero.

Mal d’amore
Buona fortuna! di Edmund Blair Leighton, 1900: una rappresentazione del tardo vittoriano di una dama che concede il suo favore ad un cavaliere in assetto di battaglia

Un disperato bisogno di amore: Her

In Her (2013), di Spike Jonze, il protagonista, Theodore, scrittore di lettere per persone che hanno difficoltà a esprimere i propri sentimenti, si innamora di un sistema operativo intelligente che diviene coscienza, intuizione, come dice il sistema operativo di se stesso. Una persona, insomma, ma senza corpo. Capace di darsi un nome, Samantha, e di apprendere, evolvere. Amare. E trascendere. Più che di ogni altra cosa, Her della difficoltà degli esseri umani di comprendersi e amarsi, anche in un futuro non troppo lontano. L’idea di farlo attraverso il rapporto tra un uomo che sta divorziando e un sistema operativo è solo uno stratagemma narrativo, funzionale a raccontare che non c’è rivoluzione tecnologica, neanche la più estrema, che ci esima dalla complessità nel più intimo dei rapporti con l’altro. Su questo, Her gioca con i nostri preconcetti. E lo fa anticipandone i limiti, prevedendone le conseguenze, mostrando come, tra Theodore e Samantha, sia il primo a somigliare più a un sistema operativo tradizionale, costretto per lavoro a replicare sentimenti altrui mentre lei, Her, compone pezzi pianistici o studia. Ma anche raccontando come ci si possa intendere più facilmente, al volo, con un algoritmo che con un altro essere umano, come possano essere più autentiche e comprensibili le emozioni e i pensieri di una coscienza artificiale e quanto possa essere fondamentalmente irrilevante la corporeità in un amore sincero, al punto di incarnarsi in un amore senza corpo. Anzi, è proprio quando il sistema operativo ne cerca un surrogato che l’assurdo raggiunge il suo apice, e la relazione vacilla. Eppure anche qui, in questo radicalmente incomprensibile, è l’amore – umano o meno, poco importa – a giocare un ruolo fondamentale. È l’amore di Theodore a far evolvere Samantha in modi imprevedibili da qualunque essere umano e anche quando l’intelligenza artificiale progredisce andando oltre la nostra comprensione, il suo amore aumenta, invece di svanire polverizzandosi nel post-umano. Sono tua e non sono tua, dice la macchina divenuta Oltreuomo all’uomo in quello che forse è il passaggio più alto del film, ed è un paradosso che, tutto sommato, di inumano non ha nulla: è la realtà insensata dell’amarsi con cui tante coppie si scontrano da sempre, con cui la tecnologia non c’entra sostanzialmente niente, pur essendo la causa e la condizione di possibilità di quel confronto.
Guardando la pellicola non si può fare a meno di domandarsi come sia possibile provare qualcosa di così forte per una persona che non esiste nella realtà e se il bisogno di sentirsi amati e accettati sia talmente forte in un essere umano da far sì che egli perda il raziocinio necessario a fargli distinguere il reale dal virtuale. Her tende a voler sollevare domande, più che offrire risposte, inducendo lo spettatore alla riflessione. Il film muove i suoi passi partendo dalla questione relativa al sentire delle intelligenze artificiali e finisce per affrontare il discorso in maniera nuova: fantascienza e filosofia vanno di pari passo. Dietro una storia semplice eppure profonda, Spike Jonze indaga la natura e i rischi dell’intimità e dei rapporti umani nel mondo contemporaneo senza presentarci la tecnologia come nemica insidiosa, concentrandosi su un rapporto biunivoco e per questo insolito. È l’uomo a essere oggetto di indagine, con la sue fragilità e il suo disperato e smisurato bisogno di piacere all’altro, di approvazione, di amore.

Mal d’amore
Her (2013)

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