Il Superuovo

Florence e Hannah Arendt propongono una visione dell’amore maturo e privo di timore

Florence e Hannah Arendt propongono una visione dell’amore maturo e privo di timore

Florence Welch e Hannah Arendt ci invitano a diventare soggetti attivi e consapevoli in amore.

Hunger è il secondo brano estratto da High as Hope, quarto album della band britannica Florence and the Machine. Nelle sue parole si racconta l’incapacità e al contempo la necessità di vivere l’amore come protagonisti, non come oggetti.

 

FAME E SOLITUDINE: L’AMORE DESCRITTO IN HUNGER

Il quarto album in studio dei Florence and the Machine si presenta al pubblico con sonorità più minimaliste rispetto ai prodotti precedenti. Le tracce proposte si snodano attraverso i temi tipici della band: amori sofferti e contrastati, lontani dai classici idilli delle ballate, spesso accostati a temi cosmologici, filosofici e mitologici.

In particolare, oggi vogliamo analizzare la traccia Hunger, secondo estratto tra la rosa dei brani di lancio dell’album.

Attraverso una musica evocativa e un video ipnotico, con sfumature a metà tra l’esotico e il grecizzante, Florence Welch racconta il più classico dei temi: lo struggimento d’amore.

La prima strofa è già di per sé evocativa e chiarificante:

At seventeen, I started to starve myself
I thought that love was a kind of emptiness
And at least I understood then, the hunger I felt
And I didn’t have to call it loneliness
We all have a hunger
L’amore è qui rappresentato con due parole chiave: fame e solitudine. I due concetti sono posti in opposizione e rappresentano due modi diversi di vivere tale sentimento.
Da una parte l’amore come senso di vuoto, dall’altra come esigenza fisica. Da una parte, un’accezione passiva, di mancanza. Dall’altra, uno slancio vitale attivo.
Interessante è anche il modo in cui le parole sono disposte: l’amore come solitudine è riferito a un’età giovane, immatura. L’amore come fame è invece associato a una maggiore consapevolezza. Ciò che sembra suggerire il testo, dunque, è la necessità di trasformarsi da oggetti d’amore in soggetti attivi di esso.
È curioso notare come all’inizio del secolo scorso una giovane promessa della filosofia descriva una concezione simile. Si tratta di Hannah Arendt e della sua tesi di laurea:  Il concetto di amore in Agostino.

“AMARE È DESIDERARE QUALCOSA PER SÉ”

Prima di diventare un faro filosofico nella lettura dei fenomeni politici del Novecento, riassunti in capolavori quali L’origine dei totalitarismi e La banalità del male, la Arendt si occupò da vicino di ciò che definiva la più forte potenza dell’universo: l’amore.
Nella sua opera giovanile è già chiaro il taglio tutto antropologico e socratico che caratterizzerà il suo intero pensiero; tuttavia il perno centrale su cui si incentra la sua riflessione è la filosofia di Agostino di Ippona.
Dal filosofo di Tagaste, la Arendt eredita una concezione fondamentale: “amare è desiderare qualcosa per se stessi”. Questo porta con sé una conseguenza inevitabile: affinché l’amore duri è necessario che il desiderio non sia mai del tutto appagato. In poche parole, l’amore esiste finché si ha paura di perderlo.
La prospettiva non è certo la più esaltante e sembra porre l’innamorato in una sorta di sudditanza sentimentale e di costante timore. Un amore tossico, si direbbe oggi, che trae il suo nutrimento non dalla crescita personale, ma dalla paura.
Eppure è proprio qui che si pone il pensiero di Hannah Arendt. La filosofa tedesca non  ribalta il pensiero di Agostino, ma lo interpreta alla luce di una nuova consapevolezza. Il prodotto della sua riflessione è l’esaltazione del soggetto come protagonista attivo della relazione amorosa, che sa scegliere cosa sia meglio per se stesso e per l’altro.

 

DIVENTARE SOGGETTI ATTIVI: NON AVER PAURA DELLA PERDITA

È vero. Amare vuol dire desiderare qualcosa per sé. In questo Hannah Arendt concorda con Sant’Agostino. Così come è vero che è impossibile che il desiderio duri in eterno, non fosse altro perché siamo esseri finiti e limitati, nel tempo e nello spazio.
Tuttavia, ciò non vuol dire assumere l’atteggiamento della paura della perdita. Ma esattamente il contrario. Essere consapevoli che l’amore è un desiderio per se stessi vuol dire porsi come soggetto attivo d’amore.
Comprendere ciò che si vuole e viverlo in maniera attiva e libera. Non attanagliati dalla paura della perdita, ma resi liberi dalla consapevolezza della perdita. Solo in questo modo si può vivere un amore sano e ricco di frutti.
Da Perché l’amore, come canta Florence, non è riempimento di una solitudine, ma fame dell’altro. Non è un pezzo da aggiungere a se stessi per completarsi, ma una spinta che serve per accrescere noi stessi. Essere soggetti e non oggetti d’amore è il primo passo per vivere una vita appagante e priva di timore. Perché perdere l’amore non vuol dire perdere se stessi. Al contrario, perdere un amore che non ci offre possibilità di crescita e sviluppo è l’inizio della felicità. Tutto sta nell’avere il coraggio di scegliere ciò che è meglio.
In fondo, lo dice la stessa Arendt:
se un cuore non si spezza, si pietrifica.

 

 

 

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