Il Superuovo

Fino a dove ci si può spingere nella traduzione? Capiamolo con il caso Philip Larkin

Fino a dove ci si può spingere nella traduzione? Capiamolo con il caso Philip Larkin

Tradurre o non tradurre, questo il dilemma. Qual è il giusto mezzo?

Quando si legge, se non si è del mestiere, difficilmente ci si sofferma sulla questione della resa della traduzione perché considerata un’opera secondaria e, fondamentalmente, indiretta. Si è persino indotti a pensare che sia un’operazione facile perché immediata, quando si conoscono entrambe le lingue. Per questo, tendenzialmente, si sottovaluta l’operazione in sé, senza comprendere come le lingue siano differenti, a volte così distanti da condividere soltanto i nomi dei piatti esotici. A partire dalla situazione di traduzione del poeta Philip Larkin come esempio ci soffermeremo brevemente sulla questione dell’intraducibilità, reale o presupposta. 

Philip Larkin, poeta tradotto ma mancante 

Philip Larkin è uno dei poeti più tradotti in italiano eppure, qui subentra un fatto che può sembrare bizzarro ma molto frequente, non esiste una sua opera omnia, e non perché l’interesse non ci sia ma perché l’impegno istituzionale è quasi assente. Come scrive Demetrio Marra, la base filologica su cui lavorare ci sarebbe già ma comprare le traduzioni apparirebbe come impossibile. 

L’autore, deceduto a Londra nel 1985, è un poeta apprezzatissimo in Gran Bretagna, tanto da essere stato scelto come poeta più amato a livello nazionale dalla Poetry Book Society nel 2003. Il punto non è tanto chi è l’autore, ma chi sono i suoi traduttori. Infatti quello che è utile al nostro discorso è la varietà delle versione di traduzione che sono state proposte. 

Giorgio Caproni, poeta anche lui e grande traduttore, come tanti altri autori della letteratura italiana, basti ricordare Sbarbaro, Montale stesso, diceva che il mestiere del traduttore è tanto più difficile perché deve riuscire a “spersonalizzarsi”, a levare la sua di penna a favore di qualcuno che non è lui. L’operazione, più che rischiosa, verrebbe da dirsi quantomai difficile. 

Se già la prosa è complicata, per la poesia e le serie rimiche le difficoltà si aggravano. Ognuno di noi storcerebbe il naso leggendo la traduzione del primo canto della Commedia tanta è l’abitudine e la sua musicalità. Questo non perché sia sbagliata o brutta la traduzione ma perché qualcosa rimane sempre per strada. Non può essere altrimenti. 

Benjamin e Derrida: traducibile o intraducibile

La questione dell’intraducibilità è sempre attuale e la si può riproporre su più livelli, parte di quell’ineffabilità e inafferrabilità di concetti o di immagini con cui conviviamo e che, semplicemente, non sapremmo descrivere a parole. Questo può valere sia sul piano soggettivo che sul piano collettivo e, se si può dire, di lingua. Ogni idioma infatti contiene al suo interno dei nuclei semantici e significativi che perdono il loro valore a favore di altri in altre lingue. Ciascuna lingua insomma ha una ricchezza che, quando tradotta, in questo senso latino del termine del condurre attraverso, perde qualcosa per strada. 

Walter Benjamin, il più grande teorico della sacralità del testo, pensava che infatti significato e significante non potessero essere in nessun caso scissi. Quando si parla di significato e significante si fa riferimento pertanto all’essenza ed alla forma del concetto che si vuole portare alla luce. Ovviamente il paradosso spicca nella sua semplicità: è impossibile tradurre alla perfezione un testo perché al suo interno si differenziano particelle spesso veramente intraducibile senza il ricorso alla perifrasi, che si rende necessaria. Jacques Derrida, filosofo francese, ne evidenzia la paradossalità portando ad esempio il mito di Babele, nome che genera confusione ma che è anche uno dei molti modi per riferirsi a Dio. Derrida afferma quindi che, condannandoci alle lingue, ci condannò all’intraducibilità.

Le strategie di traduzione 

Nel suo articolo Demetrio Marra porta come esempio la difficile traduzione di uno dei testi più noti di Larkin: “This be the verse”. Afferma infatti che: “il testo si mostra estremamente comprensibile, con una sintassi lineare, una cantabilità “infantile” (non fuori tema). Però ha, prima di tutto, dei luoghi di significato discutibile; poi dei luoghi di altissima densità, veri e propri punti di intraducibilità”. Soffermandosi su questo concetto propone dei loci testuali che non hanno un corrispondente immediato nella lingua di destinazione, in particolare concentrandosi sulla prima e l’ultima quartina, riferendosi alle differenze relative al verbo “to fuck up” e “coastal shelf”, sottolineando la polisemia della prima espressione che in italiano è andata a perdersi a favore di una maggiore diversificazione e dello “scaffale costiero” che non può essere tradotto alla perfezione nemmeno in questo caso, proponendo una diversa interpretazione a dispetto delle altre traduzioni, con il concetto di terremoto e quindi faglia, perché più presente nella nostra storia letteraria piuttosto che alla bianche scogliere di Dover tanto care alla tradizione inglese. 

Questo esempio ci è utile per capire come i traduttori si trovino di fronte a più bivi e che non sempre appare semplice scegliere quale strada prendere, se l’adattamento, il prestito, il calco o le note del traduttore. 

Traducibile sì, ma non sempre.  

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