Il Superuovo

Fabrizio De Andrè e Giacomo Leopardi cantano e difendono la dignità del suicidio

Fabrizio De Andrè e Giacomo Leopardi cantano e difendono la dignità del suicidio

“Preghiera in gennaio” del cantautore genovese e “Bruto minore” del poeta di Recanati affrontano il delicato tema del suicidio, dando voce al coraggio di chi compie questo doloroso gesto pieno di grandezza d’animo.

Dire che il suicidio è un atto di debolezza è riduttivo. Non è così. Anzi, arrivare a compiere un gesto simile richiede una forza d’animo indicibile. Una forza posseduta solo da chi riconosce che la vita è il bene più prezioso che possiede e per cui vale la pena combattere in ogni modo, pure con la morte. E il gesto si carica di una dignità sovrumana, appartenuta ad un guerriero mai domo che, con l’estremo uccidersi, non ha voluto darla vinta ai detrattori, agli ipocriti, alla sorte, al male che permea il mondo e la società in ogni angolo. Questi guerrieri mai sconfitti sono stati Luigi Tenco per Fabrizio De Andrè e Marco Giunio Bruto per Giacomo Leopardi: due uomini la cui scelta coraggiosa e dolorosa è stata il sacrificio più grande, nel nome di quei valori e ideali per cui hanno combattuto contro tutto e tutti. E vedremo che De Andrè e Leopardi, cantando di queste due grandi figure, ci parlano di molto di più: di religione, di ipocrisia e contraddizioni, di anime grandi che non sanno vivere nella propria epoca. Perché infondo, Leopardi e De Andrè, non sono stati poi così diversi dai suicidi a cui hanno prestato le loro parole.

Non c’è inferno nel mondo del buon Dio

Per Fabrizio De Andrè la notizia del suicidio di Tenco è stata un fulmine a ciel sereno. Il vuoto improvviso ha colto il cantautore di Sant’Ilario dopo aver appreso che il carissimo amico e collega si è tolto la vita, nel gennaio del 1967, nella sua camera d’albergo di Sanremo. Tenco era lì a partecipare al Festival della Canzone Italiana, una partecipazione che De Andrè stesso ricorderà come avvenuta molto controvoglia da parte di Tenco. E così, dopo un’eliminazione dal Festival che Tenco considerava ingiusta (per dirlo con un eufemismo), ha deciso di farla finita e di lasciare questo mondo con l’emblematico suo ultimo ricordo, il ritornello “Ciao amore, ciao“. Un saluto, che forse potremmo simbolicamente rileggere come un “ciao” a quella vita che ha tanto amato, ma le cui delusioni lo hanno oppresso. Attenzione però: oppresso, non sopraffatto. Perché alla fine, col suo gesto, l’ha avuta vinta lui.

Questo è quello che vuole dire De Andrè con la sua canzone “Preghiera in gennaio“, una vera e propria preghiera che trasuda dolore da ogni parola. La sincera supplica di De Andrè a Dio affinché accolga un anima così pura e sincera presso di lui è figlia di un’amicizia così brutalmente stroncata, ma anche della voglia, da parte di “Faber“, di difendere la dignità del suo caro amico e del suo gesto così improvviso ma coraggioso. La morale vigente, in quella società di “signori benpensanti” dentro la quale Tenco si sentiva un pesce fuor d’acqua, condannava senza appello il gesto del suicidio, in virtù soprattutto della religione cristiana e dei suoi insegnamenti. Ed è per questo che De Andrè si rivolge direttamente a Dio, padre misericordioso di tutti gli uomini.

Quando attraverserà
L’ultimo vecchio ponte
Ai suicidi dirà
Baciandoli alla fronte
Venite in Paradiso
Là dove vado anch’io
Perché non c’è l’inferno
Nel mondo del buon Dio

Non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio. Non può esserci l’Inferno per un’anima così pura e limpida come quella di Tenco, il cui doloroso elogio funebre da parte di De Andrè si arricchisce anche di una vena polemica nei confronti di quella società che ha contribuito ad ucciderlo. Ma questo lo vedremo in seguito.

Se Dio è padre misericordioso non può esistere l’Inferno, non per chi ha sempre denunciato gli oltraggi altrui e della vita e, non potendo sconfiggerli, ha deciso di non lasciarsi sopraffare. Tenco ha scelto di togliersi la vita per estrema rivolta nei confronti di chi lo ha oltraggiato, nei confronti di chi si è opposto ai valori in cui credeva. E De Andrè non si fa scappare neanche un verso per rammentare a Dio che i valori per cui Tenco si batteva (e soprattutto quelli contro cui si era schierato per tutta la vita) sono gli stessi di quei Santi che ora siedono accanto a lui.

Perché se il “tuo bel Paradiso l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso“, allora Tenco non può che essere paragonato ad un martire, a quelle persone che hanno vissuto la sofferenza propria e altrui e ne hanno fatto una missione di vita. Tenco deve avere posto in Paradiso, accanto ai Santi e tra le braccia di Dio. Non importa se si è suicidato, perché quella di togliersi la vita è stata una scelta di ferma e definitiva opposizione a chi non l’aveva capito, a chi non poteva capirlo. Tenco, in fin dei conti, è un martire della canzone e dell’arte come forma di espressione e denuncia sociale. Un martire che si è dato la morte da solo, che ha avuto l’estremo coraggio di martirizzarsi da solo.

Fate che a voi ritorni
Fra i morti per oltraggio
Che al cielo ed alla terra
Mostrarono il coraggio

Luigi Tenco (1938-1967) (www.capital.it)

“Il prode guerreggia, di cedere inesperto”

Anche il Bruto di Leopardi è un uomo che ha mostrato il suo estremo coraggio al cielo e alla terra. Due realtà così distanti, cielo e terra, ma verso le quali, allo stesso modo e con la stessa rabbia, Bruto rivolge il suo grido. Sì perché, se la canzone di De Andrè è una preghiera, la canzone di Leopardi (in versi naturalmente) è un grido. Bruto, ormai sconfitto nella battaglia di Filippi, è fermamente deciso a darsi la morte trafiggendosi con la sua spada, ma prima (con una teatralità incredibile dei gesti e delle parole) declama la sua rabbia dolorosa nei confronti del mondo, della sorte, degli dei e della società degradata in cui vive. Tutto quello che lo spinge a darsi la morte, insomma.

Procedendo con ordine, Leopardi dipinge un Bruto irato nei confronti degli dei, creando anche qui, come per De Andrè, un’interfaccia in cui ci si rivolge direttamente alla divinità. Quelle divinità che, secondo il Bruto leopardiano, hanno destinato gli uomini ad una misera condizione di infelicità irrimediabile e inappellabile, quasi vogliano sollazzarsi delle sofferenze e del dolore umano. La condizione infima dell’umanità è certa, senza possibilità di essere modificata, secondo Leopardi.

Ed è una consolazione per gli uomini, soprattutto per i deboli, quella dell’ineluttabilità: essi cedono alla necessità e “se ne fanno conforto tra le sventure, dicendo che sarebbe da pazzo il ripugnare e il combatterla” (“Zibaldone” pagine 503-504). Sarebbe da pazzi combattere un destino già scritto, quindi, come un alibi consolatorio, accettano a capo chino la loro sorte. Anche perché solo agli uomini, tra tutti gli esseri viventi, la morte (come consolazione degli affanni) appare temibile. Ma a Bruto no e infatti afferma:

Preme il destino invitto e la ferrata

necessità gl’infermi

schiavi di morte: e se a cessar non vale

gli oltraggi loro, de’ necessari danni 

si consola il plebeo. Men duro è il male

che riparo non ha? Dolor non sente

chi di speranza è nudo?

Guerra mortale, eterna, o fato indegno

teco il prode guerreggia,

di cedere inesperto.

Bruto non è un “plebeo“, ma è un magnanimo. Non può accettare gli oltraggi del destino invitto e per questo lo combatte in ogni modo, incapace di arrendersi (“Di cedere inesperto“). E quando ormai comprende che non è possibile sconfiggerlo, allora decide di darsi la morte, che rappresenta il modo di sancire la sua ribellione, la sua libertà. In questa decisione, in quel verso “fermo già di morir” (“già deciso a morire”) che precede la sua accusa rabbiosa nei confronti di un Cielo troppo malevolo col genere umano, sta la prova del grande valore di Bruto.

Rabbia, forza di volontà immensa e la dignità di un uomo che non si è arreso e non si arrenderà mai: questo è il cuore del monologo di Bruto, che si uccide mentre “maligno alle nere ombre sorride“. Questo sorriso è davvero il punto culminante della fierezza della sua persona, poiché Leopardi descrive l’atto del sorridere come “Simile a quello della vendetta eseguita da un uomo crudele dopo forte, lungo e irritato desiderio […] l’ultima espressione dell’estrema disperazione e della somma infelicità“. E se De Andrè, riferendosi a Tenco, in “Preghiera in gennaio” dice che

L’inferno esiste solo per chi ne ha paura

allora vediamo che anche Bruto il magnanimo, col suo sorriso beffardo, sa guardare in faccia le tenebre, gli avversi Numi, il “destino invitto”, la morte, l’infernosenza averne alcuna paura. Proprio come il Tenco di De Andrè. Solo i grandi animi mai domi, che non si rassegnano alla loro infima condizione, sono capaci di rivendicare a tal punto la loro battaglia e la loro dignità da saper abbracciare la morte gridando verso il cielo con il sorriso amaro che sa di sconfitta a metà.

Giacomo Leopardi (1798-1837)

“All’odio e all’ignoranza preferirono la morte”

Ci troviamo di fronte ad una cosa molto curiosa quando vediamo due poeti così grandi come Leopardi e De Andrè parlare di due suicidi a loro particolarmente cari. Tutti in epoche diverse, con De Andrè e Tenco praticamente coetanei e vissuti a oltre cento anni di distanza da Giacomo Leopardi. Leopardi che, a sua volta, si ritrova a cantare di un uomo vissuto e morto nel primo secolo a.C., epoca lontanissima da quella del “giovane favoloso” ma spesso da lui rimpianta. La cosa curiosa, dicevamo, non è il simile argomento, ma una similitudine tra i personaggi e i loro autori.

Sia De Andrè che Leopardi cantano di qualcun altro, del suicidio di un altro. Ricordano ed esaltano qualcuno che non accettava e combatteva la situazione della sua epoca e ha scelto infine la via del suicidio. E a loro modo anche De Andrè e Leopardi denudavano e fronteggiavano la loro epoca, e tramite queste due figure da loro cantate, sfogano la loro denuncia nei confronti di una realtà che vorrebbero cambiare ma sembra troppo più grande. Il destino, gli dei, Dio, l’ipocrisia della società che hanno portato all’estrema scelta Bruto e Luigi Tenco si riflettono anche nel pensiero e negli altri testi dei due poeti.

Bruto era per Leopardi il rappresentante del valore degli Antichi e di un mondo in cui ancora c’era posto per la magnanimità che, nell’Italia romantica di inizio Ottocento, era scomparsa. E già Bruto, ancora prima di Leopardi, avverte profeticamente la scomparsa dei valori, la decadenza di Roma, pronta ad essere sottomessa da “barbari cavalli” e “gotici brandi” e che, con la fine della grande età repubblicana, ha corrotto definitivamente quanto di grande e buono ancora c’era.

Anche per questo Bruto (che sarebbe morto lo stesso, sotto i colpi di Ottaviano e Marco Antonio) non ci sta e preferisce darsi la morte, piuttosto che sopravvivere in quella e con il destino maligno che incombe sul genere umano. A maggior ragione Bruto rinuncia anche alla memoria dei posteri, i “putridi nepoti” a cui “Mal s’affida l’onor d’egregie menti e la suprema d’emisferi vendetta“. Per Bruto già i tempi sono bui, ma quelli che verranno lo saranno ancora di più. E Giacomo Leopardi non può che confermarlo, vista l’opinione che ha della sua epoca.

Lo stesso vale per Tenco, le cui labbra smorte

All’odio e all’ignoranza preferirono la morte

come dice la canzone. Gravato e appesantito dall’odio e dall’ignoranza che gli stanno attorno, Tenco si accorge di vivere in un mondo a cui non appartiene, fatto di quegli inganni e ipocrisie che De Andrè stesso, con altre sue canzoni, si preoccuperà di denunciare. Anche per Tenco c’è un’unica strada: fregarsene della memoria dei posteri e salutare tutti.

Sia che il saluto sia urlato da un microfono su un palco, scritto a penna su un foglietto intriso di sangue o gridato con un sorriso amaro “nell’atra notte in erma sede“, il loro andarsene è stato egualmente impressionante, con un coraggioso gesto carico di dignità.

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