Un cubo, mille possibilità. Questo è stato per i due speedcuber campioni mondiali. Conosciamo la loro storia.

Cosa possono avere in comune un cubo di Rubik e l’autismo? E’ quello che vediamo nel documentario Netflix Gli speedcuber, scoprendo il ruolo che può avere questo rompicapo nella vita di un ragazzo.
Non solo un gioco
Un mondo si nasconde tra i 54 quadratini che compongono il cubo di Rubik. Un mondo che possiamo conoscere grazie al documentario Gli Speedcuber. Interviste, foto, home video, ma anche competizioni, gare, premi sono ciò che vediamo in un’appassionante racconto della vita quotidiana di due prodigi: Feliks Zemdegs e Max Park. Entrambi molto giovani, hanno fatto di quel cubo una passione, maneggiandolo con una velocità e una precisione che lasciano senza parole. Per risolvere quello che è a tutti gli effetti un puzzle, ci sono diverse strategie e algoritmi, ma per gli speedcuber ciò che è importante non è solo questo. Fondamentale è la velocità.
Il documentario, però, non fa vedere solo questo. Ci fa entrare nelle vite dei due protagonisti, permettendoci di conoscere meglio anche Max Park, che, nel cubo, non ha trovato solo una passione, ma anche un grande aiuto per l’autismo. Tra le interviste possiamo ascoltare i genitori raccontare la sua storia e come le gare, le competizioni siano stati fondamentali nella sua crescita.

Scopriamo qualcosa sull’autismo
A due anni gli fu diagnosticata la sindrome dello spettro dell’autismo, un disturbo del neurosviluppo. Si caratterizza per la presenza di deficit persistenti principalmente in 2 aree: nelle relazioni sociali e nella comunicazione. Risulta difficile così, ad esempio, costruire delle amicizie, comunicare con gli altri, capire cosa provano le persone.
Parte della sindrome riguarda anche l’area dei comportamenti, degli interessi e delle attività. Un individuo con l’autismo ha spesso bisogno di routine molto rigide, pochi cambiamenti, ha interessi molto ristretti, intensi e fissi, può essere ipo- o iper-sensibile agli imput sensoriali. Non c’è ancora un’unica causa identificata, ma ci sono diversi studi e dati a sostegno dell’importanza del ruolo dei fattori genetici. In circa l’80-90% dei casi è possibile risalire a fattori ereditari. A livello anatomico è stato dimostrato come in età prescolare la circonferenza cranica dei bambini con autismo sia il 10% maggiore rispetto ai bambini che non lo hanno. La crescita del volume, però, si arresta e all’inizio dell’adolescenza viene raggiunto da quello degli altri bambini.
Una risorsa inaspettata
Per Max il cubo di Rubik è stato e ancora è un trampolino per imparare a stare in mezzo agli altri. Non è stato solo una nuova attività in cui cimentarsi e concentrarsi, ma anche una sfida dove mettersi alla prova e crescere. Innanzitutto, come dicono anche i suoi genitori, le competizioni sono state fondamentali. Lo hanno messo di fronte alla sfida di dover interagire con molte persone, che gli hanno insegnato a relazionarsi. Importantissima è stata l’amicizia stretta con il suo idolo e avversario, Feliks Zemdegs. L’ha accolto, sostenuto, si è sempre dimostrato disponibile.
Un altro aspetto che ha potuto allenare è anche la regolazione emotiva: gestire le emozioni pre-gara, la tensione, ma anche la delusione dopo una sconfitta. Tutti questi aspetti risultano spesso molto difficili da gestire per un individuo con autismo, ma grazie a questo allenamento Max ha imparato e sta imparando sempre più come fare.
