Il Superuovo

Fabrizio de Andrè e Alda Merini: il suono della solitudine

Fabrizio de Andrè e Alda Merini: il suono della solitudine

“Sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.” (Fabrizio de Andrè, “Elogio alla solitudine”)

 

 

“Solitudine”: dal latino “solus”,  deriva dall’aggettivo “sollus” che significa “intero, intatto”: qualcosa che da per sé possa formare una totalità, qualcosa di intero, unico e inscindibile da se stesso. Da considerarsi una condizione nobilitante, un costante bisogno dell’anima che vuole nutrirsi.  

 

Il bisogno di raccogliersi in se stessi

Viviamo in una società in cui molto spesso si è abituati a reprimere stimoli naturali del proprio spirito per sottostare a delle regole preconfezionate che pretendono di poter essere indossate da ogni essere vivente. Ci si confonde nel caos del mondo, ci si immerge nella confusione per sfuggire da una voce interiore e soprattutto da se stessi e dalla propria intimità. La folla è un semplice anestetizzante emotivo: il caos permette di non ascoltarsi e di costruire dei fragili castelli di carta su cui vengono poste le illusioni. La solitudine, invece, è paragonabile ad un lungo e profondo respiro. E’ una condizione necessaria per continuare a vivere intensamente, piena consapevolezza di un mondo interiore variopinto e fluido e che ognuno nasconde dentro sé.

De Andrè e la sua “smisurata” preghiera ai solitari

Fabrizio de André compara gli spiriti solitari a delle “anime salve”: esseri che – anche inconsapevolmente – si sono liberati dalla mediocrità universale e hanno avuto il coraggio di elevarsi dalla propria staticità e dalla prigionia sociale semplicemente volgendo uno sguardo dentro se stessi. Le “anime salve” che de Andrè cuce sulle note delle sue canzoni dell’omonimo album sono anime che hanno un disperato bisogno della loro solitudine e non fanno altro che rincorrerla. Ognuno di loro ha un universo esclusivo: le sue “anime salve” sono la narrazione frammentata della sua solitudine in ogni sua sfumatura e in ogni sua forma; un autentico inno a chi, in qualsiasi modo, ha dedicato del tempo per rifugiarsi nella propria intimità. Tra le parole di “Prinçesa” – canzone d’apertura di “Anime salve”  –  vola leggera Fernanda: una donna transessuale che abbandona la sua quotidianità per inseguire l’impulso e l’eccitante desiderio della femminilità che sensualmente pulsava dentro di lei. L’eremitaggio di Faber nei diversi luoghi della psiche termina con una “smisurata preghiera”: dedicata a coloro che abdicano alla folla, le dinamiche sociali prettamente conformiste, la maggioranza che “sta come una malattia,  come una sfortuna, come un’anestesia, come un’abitudine”. Lo fanno seguendo il disperato bisogno di elevarsi ad una condizione di libertà assoluta che avvertono in loro stessi, un tumulto interiore che li ha destinati a “viaggiare in direzione contraria con il suo marchio speciale di speciale disperazione”. ” (“Smisurata preghiera” di Fabrizio de Andrè)

Incanto e disperazione: Alda Merini

Una personalità marchiata dalla disperazione e dall’incanto profondo è Alda Merini: un fiore sbocciato nel bel mezzo della primavera. La sua poesia è come un eco, un alito di vento che spira nella notte e si insinua tra le piante provocando brividi sulla pelle. Alda Merini scriveva per dare una forma geometricamente ordinata ai suoi pensieri nebulosi continuamente deformati da una malattia spesso dolorosa, inquieta che l’ha spesso fatta sentire soffocata, isolata, imprigionata in un corpo troppo stretto per un’anima così leggera, capace di volare. Percepiva la poesia come innocuo bisogno di rinchiudersi in se stessa e ascoltare con attenzione ogni accordo della sua anima fragorosa, si avvicinava con l’orecchio al suo cuore e raccogliere ogni pezzo mancante come se fossero dei petali di una rosa. Alda avvertiva il bisogno di perseguire l’amore – per se stessa, per gli altri, per i solitari come lei –  e di possederlo, farlo completamente suo e custodirlo gelosamente. Nonostante ciò, presto intuisce la natura effimera dei sentimenti e comprende, forse inconsapevolmente, l’unicità del suo rifugio interiore e della sua splendida  interiorità. Quasi la si può immaginare nella sua stanza, tra le pareti affumicate dal fumo stantio delle sigarette che ossessivamente fumava, mentre scriveva probabilmente con il suo rossetto rosso fuoco parole d’amore dedicate a se stessa:

 “ S’anche ti lascerò per breve tempo, solitudine mia,

se mi trascina l’amore, tornerò,

stanne pur certa;

i sentimenti cedono, tu resti.”

 

Giorgia Pizzillo

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