20 anni. Chiunque lo considererebbe un lungo periodo. Se le cose cambiano nel giro di pochi mesi, come potrebbero rimanere invariate dopo venti lunghi anni. Dal 1999 la tecnologia si è evoluta, la società ha conosciuto nuove prove.

Insomma, la musica in Italia è cambiata. E con questo non si vuole intendere che solo il clima del paese ha avuto un mutamento, ma anche che alcune delle note che lo descrivevano con passione si sono bruscamente interrotte. Esattamente l’11 gennaio 1999, infatti, si spegneva a Milano uno dei maggiori poeti in musica che la nostra storia avesse mai conosciuto: Fabrizio De André.

 

La storia di un cantautore 

De André nasce il 18 febbraio 1940 a Pegli, un quartiere occidentale di Genova. Gli anni non sono dei migliori per l’Italia e tutta la famiglia si trasferisce per gli anni della guerra in campagna. Qua un giovane Fabrizio inizierà ad amare quella natura che poi loderà con la sua musica e che lo richiamerà a lei in età più adulta, portandolo a trasferirsi in Sardegna.

Tornato a Genova, frequenta le migliori scuole, distinguendosi per il suo carattere ribelle e sfrontato. Carattere che lo porterà ad avere problemi con i professori e con il padre, ma non con Paolo Villaggio, con cui condividerà la gioventù (scorribande e bravate comprese). Con il futuro comico, morto nel 2017, instaura infatti una forte amicizia che perdurerà negli anni. È proprio lui a dargli il soprannome di Faber con cui la grande comunità dei suoi fan lo chiama con affetto, vista la sua passione per le matite Faber-Castel.

Fabrizio con Paolo Villaggio

Anarchico come Brassens, suo modello indiscusso, gestisce una vita all’eccesso. Per un periodo intraprende la carriera da vice preside per necessità, ma gli è subito chiaro che non è quella l’esistenza che si adatta alle sue mille sfumature. Ha problemi di alcool e di fumo e solo il primo di questi vedrà la fine dopo la morte del padre; l’altro sarà una delle cause principali della sua morte. Si sposa due volte, con ‘Puny’ con cui ha Cristiano e dopo molti anni con la cantante Dori Ghezzi.

Lei era la donna della sua vita, che l’ha seguito in Sardegna e gli ha dato la figlia Luvi. La donna con cui ha subito il rapimento del 1979 da parte dell’Anonima sequestri. I due vengono tenuti prigionieri nel luogo che poi diventerà celebre come Hotel Supramonte fino alla fine di dicembre dello stesso anno. I rapitori verranno successivamente perdonati da De André, che li considera più delle vittime che dei carnefici (‘Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai‘), mentre continuerà a condannare i mandanti.

 

Il genovese sembra la lingua creata per le canzoni

Tutte queste esperienze, questa vita al limite, alternativa e fortemente trasgressiva, contraria a tutto quello che il nome De André significa nella Genova del periodo, sono state la base per la poetica del cantautore. Poetica, perché il suo essere cantante era prima di tutto un essere poeta, scrittore di parole immortali che scuotono gli animi esattamente come quelle di Leopardi o di Saba.

Un animo tormentato, un amico fragile, che si riflette nei suoi testi che ricordano per temi quelli di Baudelaire. Gli emarginati erano i suoi protagonisti, gli individui ai confini di una società che li ripudiava e cercava di cancellare dalla memoria ,ma che poi, nella notte, chiamava a gran voce:

Vecchio professore cosa vai cercando
in quel portone
forse quella che sola ti può dare
una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo
pubblica moglie
quella che di notte stabilisce il prezzo
alle tue voglie

Se il francese diceva Fleur du mal, intendendo la poesia che nasce dal male e che solo con la realtà può trovare uno sfogo, il genovese intonava con lo stesso spirito ‘dai diamanti non nasce niente; dal letame nascono i fior‘. Forse per questo le sue muse erano i vicoli nascosti e la cronaca scabrosa.

Via del Campo, luogo ‘di perdizione’ della celebre canzone

Ma le corrispondenze con la Francia non finiscono qui. In primis, perché come già detto, il suo più grande maître è stato proprio Brassens. Ma anche Villon compare nelle sue ballate, basate sulla sua voce profonda e sulle sue note di chitarra. Non bisogna però dimenticare anche il suo distacco dalla tradizione dell’esagono e il grande contributo di De André alla scuola genovese.

‘La canzone di Marinella’, ‘Il pescatore’, ‘Hotel Supramonte’, ‘La canzone dell’amore perduto’, ma anche ‘Crêuza de mä‘ e tutte le sue compagne in genovese, o  ‘Zirichiltaggia’ in gallurese. Un insieme di temi, di passioni e di lingue. Un insieme di denunce sociali e inni all’amore che ipnotizzano ogni generazione, lasciandole abbandonate a loro stesse, con gli occhi chiusi ed il cuore aperto.

 

A Genova ci tornerò volentieri, perché Genova è mia moglie

Uno dei più grandi amori che fuoriesce dalla sua opera è Genova. Città natale del Faber, suo punto di riferimento anche da lontano. Una moglie per lui a tutti gli effetti, che ha raccontato dalla sua casa, proprio davanti all’attracco dei traghetti per la (anch’essa sua) Sardegna.

Sono i suoi vicoli, le sue crêuze, che da subito lo hanno ispirato. La sua lingua ‘fatta apposta per le canzoni’, il suo mare. Quest’ultimo, protagonista della canzone di svolta Crêuza de mä, che lo vede primeggiare, senza dubbio alcuno sulla terraferma nei cuori dei marinai. Che alla fine della canzone, diventano i cuori di tutti noi.

Via del mare Fabrizio De André

E chissà cosa direbbe oggi il Faber della sua Genova. Sicuramente sarebbe felice di constatare che nessuna statua (solo buone per i piccioni) porta il suo nome, ma che rimane comunque eterno grazie alla ‘Via al mare Fabrizio De André’, proprio dietro all’acquario al Porto Antico. E forse, seduto su una panchina alla sua fine, osservando le onde ed il porto, sarebbe fiero della sua Genova resiliente e forte e condividerebbe il pensiero di Renzo Piano:

Genova è l’unica città al mondo dove si vedono volare i gabbiani dall’alto.

 

Insomma, in 20 anni tutto cambia. Tranne l’amore per De André, eterno principe libero.

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