Il celebre dilemma amletico trova le sue radici nella filosofia esistenziale di Parmenide e della Scuola Eleatica.

La tragedia di Shakespeare non è solo un’opera teatrale ma riflette tematiche che sono state affrontate dall’alba della Filosofia, dai Presocratici agli Umanisti del XV secolo, in quanto si è sempre cercato il senso della propria esistenza nell’universo, e Amleto ricerca questo proprio quando è davanti alla decisione più importante della sua vita.
Amleto
Amleto è sicuramente uno dei più famosi drammi shakespeariani, ma non si ferma al teatro perché diventa materia di studio anche per teologi, psicologi e filosofi, soprattutto grazie ai vari monologhi del protagonista che ci offrono una vasta introspezione del personaggio. La vicenda narra della vendetta di Amleto, principe danese, contro suo zio Claudio che ha ucciso il fratello per usurpare il trono. Inizialmente Amleto non conosceva la cospirazione dello zio, ma grazie all’apparizione dello spettro di suo padre ne viene a conoscenza e riesce anche ad ingannare Claudio mettendo in scena una rappresentazione teatrale dell’omicidio del re facendolo così confessare il delitto. E’ da quel momento che Amleto comincia a interrogarsi sul da farsi e cerca di capire se sia meglio agire, quindi “Essere” visto come stimolo per la vita, o restare estraneo alla situazione rimanendo indifferente, quindi “Non Essere” tradotto come inazione o morte ipotizzando un suicidio piuttosto che affrontare la realtà. Il monologo mette in luce un dilemma esistenziale influenzato anche dallo scetticismo.
«Essere o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, porre loro fine.» (Atto III, Scena I)
Elea

La scuola filosofica più antica dopo Mileto è sicuramente quella di Elea, città fondata nel 545 a.C. circa in Campania dai coloni focesi in fuga dalla patria dopo l’invasione persiana. Il primo filosofo della scuola è Senofane di Colofone, anche se lui non si è mai identificato come membro della scuola ma è stato Platone nel “Sofista” ad attribuirgli il merito della fondazione, e non ha tutti i torti in quanto il pensiero di Senofane è “l’Uno è tutto” che riprende anche l’ideologia degli eleati successivi come appunto Parmenide, suo discepolo e vero fondatore della scuola. Infatti il padre della scuola, Parmenide si interroga su ciò che è l’esistenza confrontandola al Divino e al Cosmo. In seguito con i discepoli di quest’ultimo ritratteranno la sua tesi definendo che l’Essere è molteplice e non può essere Uno, come sostiene Zenone, e che l’Uno in realtà è più vicino e concreto al mondo sensibile, come asserisce Melisso.
Parmenide

Parmenide (540-470 a.C.) era discepolo di Aminia, un pitagorico, ed è anche il fondatore della scuola eleatiche, che ha tra i suoi discepoli Zenone e Melisso. Il pensiero principale di Parmenide si sviluppa su tre Vie: la Verità, dell’Errore e della Doxa plausibile. La Via della Verità è quella che ci interessa maggiormente anche per i suoi legami con il monologo amletico, perché enuncia: l’Essere è e non può non-Essere, il non-Essere non è e non può Essere. Quindi riassumendo questo principio Parmenide intende dire non si può conoscere ed esprimere ciò che non è, infatti è lo stesso pensare ed essere (frammento 28 B 3 Diels-Kranz), e di conseguenza non si può pensare a qualcosa che non esiste in quanto non fa parte dell’Uno. Infatti secondo Parmenide l’Essere è ingenerato e incorruttibile, quindi è Uno che non ha ne inizio ne fine, è immobile tneuto nelle catene del limite. Mentre il non-Essere è corruttibile e generato, è solo una creazione artificiale che non è opera del Cosmo quindi è illimitato perché non comprensibile. Seguendo questo filone si arriva alla Via dell’Errore che è anche ammettere l’esistenza di ciò che appare in modo ingannevole, dove l’Esperienza si scontra con la Ragione, che definisce la vera natura delle cose. Quest’ultimo passaggio porta alla terza Via, quella della Doxa (opinione) plausibile dove Parmenide si scontra con il “divenire” di Eraclito in quanto le cose non possono passare dall’Essere al non-Essere, per esempio secondo il principio igneo-notte (luce=vita, notte=morte) nell’opposizione giorno-notte tutto è pieno di entrambi, perché non sono il nulla. Queste tre Vie quindi delineano la prima apparizione del pensiero esistenzialista nella Storia della Filosofia.