Le esperienze ai confini della morte – note anche come Near Death Experience (NDE) – rappresentano tutt’oggi uno dei grandi misteri della mente umana, da sempre appartenenti a quella lunga lista di fenomeni capaci di trovare risposta solo ad un passo dalla morte. Eppure, un gruppo di scienziati pochi mesi fa sembra aver trovato il modo di simulare queste esatte sensazioni pre-morte nella vita di tutti i giorni.  

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Credit: Cammina nel Sole

“Quel che viene dopo la morte è qualcosa di uno splendore talmente indicibile, che la nostra immaginazione e la nostra sensibilità non potrebbero concepire nemmeno approssimativamente. Prima o poi, i morti diventeranno un tutt’uno con noi; ma, nella realtà attuale, sappiamo poco o nulla di quel modo d’essere. Cosa sapremo di questa terra, dopo la morte? La dissoluzione della nostra forma temporanea nell’eternità, non comporta una perdita di significato: piuttosto, ci sentiremo tutti membri di un unico corpo”

Con queste parole, lo psichiatra analitico Carl Gustav Jung descriveva la propria esperienza pre-morte avventa in seguito di un infarto miocardico, che nel 1944 lo portò in uno stato di incoscienza per il quale venne curato con iniezioni di canfora. I ricordi deliranti di quei momenti saranno poi raccolti all’interno del suo testo autobiografico “Ricordi, sogni e riflessioni”.

Esperienze pre-morte simulate: il “trip” del DMT

“Mi pareva di essere sospeso nello spazio, sotto di me, lontano vedevo il globo terrestre avvolto in una splendida luce azzurrina e distinguevo i continenti e l’azzurro scuro del mare. In molti punti, il globo sembrava colorato o macchiato di verde scuro, come argento ossidato. Sulla sinistra, in fondo, c’era una vasta distesa, il deserto giallo rossastro dell’Arabia; come se l’argento della terra in quel punto avesse preso una sfumatura di oro massiccio. Poi seguiva il Mar Rosso e lontano – come a sinistra in alto su una carta – potevo scorgere anche un lembo del Mediterraneo, oggetto particolare della mia attenzione. Tutto il resto appariva indistinto. Vedevo anche i nevai dell’Himalaya coperti di neve, ma a quella distanza c’erano nebbia e nuvole. Non guardai per nulla verso destra. Sapevo di essere sul punto di lasciare la terra”

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Credit: dogbrindle.com

Quello descritto da Jung appartiene perfettamente alla definizione di NDE: dalla profonda sensazione di benessere e beatitudine eterea, fino alla visione di paesaggi paradisiaci e quasi surreali. Quello di cui però non poteva rendersi conto lo psichiatra era che, seppur di una bellezza divina, quelle rischiavano di essere le ultime immagini che il suo cervello in punto di morte gli avrebbe concesso di vedere.
Lo stesso rischio, invece, non si è assolutamente presentato nel caso nei 13 volontari che hanno preso parte all’ultimo studio del rinomato Imperial College di Londra, pubblicato con successo su Frontiers in Psychology. L’obiettivo della ricerca era, infatti, quello di simulare in soggetti perfettamente in salute un’esperienza ai confini della morte, per verificare se le sensazioni ed immagini descritte a posteriori combaciassero con quelle dai numerosi pazienti che avevano riacquisito le funzioni vitali dopo un encefalogramma piatto, un arresto cardiocircolatorio o uno stato di coma.
Grazie all’assunzione di dimetiltriptammina (DMT) – un potente allucinogeno presente nel nostro fluido cerebrospinale – i partecipanti hanno così provato sulla propria pelle il brivido dell’ultimo “respiro”, raccontando poi ai ricercatori gli effetti del “trip psichedelico” appena testato.

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Credit: portugalmundial.com

Quelle descritte dai 13 candidati sono state delle vere e proprie esperienze extracorporee, unite alla sensazione di attraversare una nuova dimensione e alla percezione di una forte quiete interiore e quasi trascendentale: insomma, testimonianze decisamente simili a quelle descritte dai pazienti ospedalieri, che hanno portato gli sperimentatori ad escludere qualsiasi coincidenza casuale.
Allo stesso tempo però, a detta degli esperti, non si tratterebbe nemmeno di qualcosa di spirituale o inspiegabile: le NDE si potrebbero infatti verificare a seguito della maggiore produzione di DMT da parte dell’organismo, rilasciata per lenire il dolore pre-morte e difenderci da uno shock imminente.

La vita che ci scorre davanti agli occhi

Proseguendo nel suo viaggio allucinogeno, uno spaesato Jung fluttuante nello spazio cosmico avrebbe poi scorto una specie di meteorite, grande come una casa e all’interno del quale era “scavato” un tempio: al suo interno, in attesa, un indù a gambe incrociate.

“Quando mi avvicinai ai gradini che portavano all’entrata accadde una cosa strana: ebbi la sensazione che tutto il passato mi fosse all’improvviso tolto violentemente. Tutto ciò che mi proponevo, o che avevo desiderato o pensato, tutta la fantasmagoria dell’esistenza terrena, svanì, o mi fu sottratta: un processo estremamente doloroso. Nondimeno qualcosa rimase: era come se adesso avessi con me tutto ciò che avevo vissuto e fatto, tutto ciò che mi era accaduto intorno. Potrei dire: era tutto con me e io ero tutto ciò. Non vi era più nulla che volessi o desiderassi. Esistevo, per così dire, oggettivamente: ero ciò che ero stato e che avevo vissuto”

Quella dell’esperienza di contatti con entità superiori, persone del nostro passato e figure religiose è un’altra delle tipiche immagini riportate da pazienti sopravvissuti alle esperienze pre-morte. Quello che queste persone descrivono è, allo stesso tempo, un forte sentimento di vicinanza e co-esistenza: due elementi che ben presto diventeranno capisaldi della psicologia junghiana, intrisa di un forte senso collettivo e di un respiro che unisce non solo intere civiltà ma, addirittura, tutta la storia umana.
Lo stesso pensiero, oltre a Jung, si dimostrerà vicino anche ad altri storici psicologi sociali, tra cui Kurt Lewin – che descriverà i gruppi come una “gestalt dinamica le cui proprietà strutturali globali risultano diverse da quelle delle singole parti sommate” – o Henri Tajfel, noto per aver posto la natura sociopsicologica delle civiltà prima di quella storico-politica.

La discesa verso il proprio corpo e la percezione dell’esterno

Come descritto da coloro che hanno vissuto questo tipo di esperienza (tra cui lo stesso Jung), la fase conclusiva è rappresentata generalmente dal “ritorno” nel proprio corpo, vissuto come un percorso a ritroso che ci riporta alla nostra carnalità.

“Mentre così meditavo, tuttavia, accadde qualcosa che richiamò la mia attenzione. Dal basso, dalla direzione dell’Europa, fluiva verso l’alto un’immagine: era il mio medico…Quando questa immagine mi fu dinanzi, ebbe luogo tra noi un muto scambio di pensieri. Il mio medico era stato delegato dalla terra a consegnarmi un messaggio, a dirmi che c’era una protesta contro la mia decisione di andarmene. Non avevo il diritto di lasciare la terra, dovevo ritornare. Non appena ebbi sentito queste parole, la visione finì”

La percezione di ciò che accade nel mondo reale è un’altra delle esperienze che i soggetti ammettono di aver vissuto consapevolmente durante la NDE, nonostante – e questo è un dato di fatto – il loro cuore in quel momento non stesse battendo.

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Credit: Healthline

Può quindi esistere uno stato finale di consapevolezza anche se il nostro cuore si è fermato? Secondo i ricercatori dell’Università di Southampton la risposta è .
Stando a quanto riscontrato dopo una ricerca di ben quattro anni su un campione di oltre 2.000 pazienti reduci da un arresto cardiaco in 15 ospedali britannici, americani e austriaci, quasi il 40% dei soggetti avrebbe infatti descritto di aver vissuto momenti di consapevolezza nel lasso di tempo in cui ognuno di loro era clinicamente deceduto. Uno dei partecipanti avrebbe addirittura ricordato di aver assistito alle manovre della propria rianimazione, riportando nel dettaglio le azioni degli infermieri ed arrivando persino a descrivere il suono dei macchinari.
“Sappiamo che il cervello non può funzionare quando il cuore smette di battere, ma in questo caso la consapevolezza cosciente è continuata per più di tre minuti nel periodo in cui il cuore non batteva, nonostante il cervello si disattivi 20-30 secondi dopo che il cuore si è fermato” ha chiosato il coordinatore del progetto Sam Parnia – attualmente ricercatore presso la State University di New York – per poi soffermarsi sul caso specifico del partecipante sopracitato. “L’uomo ha descritto tutto quello che è accaduto nella stanza. Ma cosa ancor più importante, ha udito due beep di un macchinario che fa un rumore a intervalli di tre minuti: così abbiamo potuto misurare la durata della sua esperienza. Ci è apparso molto credibile: tutto quello che ci ha detto gli era davvero accaduto”.

Che si tratti di uno strano “palliativo” del nostro cervello, di un trip allucinatorio o piuttosto di una vera e propria esperienza extracorporea, nessuna di queste ipotesi priverà le esperienze ai confini della morte dell’incredibile alone suggestivo che le circonda, il quale – ancora una volta – può essere descritto in modo esaustivo solo da chi l’ha provato sulla propria pelle.

Conclude Jung: “Sebbene in seguito io abbia ritrovato la mia fede in questo mondo, pure, da allora in poi non mi sono mai liberato completamente dall’impressione che questa vita sia solo un frammento dell’esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo… Posso descrivere la mia esperienza solo come la beatitudine di una condizione atemporale nella quale presente, passato e futuro siano una cosa sola”

Francesca Amato

 

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