Esiste il Karma? Dal πάθει μάθος al moderno concetto di Karma, attraverso la figura di Agamennone

L’antica e cruenta storia del “chi la fa, l’aspetti”, da Agamennone alle Upanishad.

La storia delle culture antiche, greca e indiana, può aiutarci a comprendere meglio un meccanismo di causalità che attualmente spopola sui nostri memes, evitando di usare impropriamente concetti di filosofia morale molto delicati.

Repetita iuvant: la legge eschilea del πάθει μάθος

“Saggezza attraverso la sofferenza: anche a chi non vuole arriva saggezza”, così Eschilo, nella celeberrima parodo dell’Agamennone, offre la definizione più abusata e bistrattata della cultura greca: il πάθει μάθος.

Πάθει μάθος significa letteralmente: “attraverso la sofferenza l’apprendimento”. Nella cultura greca del V secolo a.C., Eschilo non ha ancora in mente un’idea di spirito moderna, bensì corporale: lo spirito è considerato un organo, le sue ferite sono viste come qualcosa di tangibile, al pari di una scottatura sulla pelle, e curabile attraverso un faticoso percorso di consapevolezza.

Nel caso del dramma greco, tuttavia, spesso la sofferenza dello spirito, che effettivamente conduce alla conoscenza, è intensificata da un dolore corporale. Agamennone, il personaggio eponimo della tragedia, tornato vittorioso dalla guerra di Troia, è il paradigma più compiuto per riflettere su questo complesso meccanismo morale. Agamennone è descritto trionfalmente come un personaggio positivo per la prima metà della tragedia, fino a quando, simbolicamente, la sua indole malvagia viene rappresentata dal cammino sui lussureggianti panni purpurei preparati da Clitemnestra; drammaturgicamente, le imprese da lui positivamente descritte nella prima ῥῆσις, il primo monologo del protagonista, gli si rivoltano contro nel corso del dramma, che si conclude con l’assassinio dell’Atride.

Il lettore moderno non sia timido, lo chieda: Karma? Ebbene si!

 

Dal Karma apprendiamo il tortuoso percorso della responsabilità umana

Nelle Upanishad-. un insieme di riflessioni religiose e filosofiche risalenti al IX-VIII secolo a.C – il Karma è il principio regolatore della causalità, ed è strettamente legato al senso di rinuncia volto a migliorare la reincarnazione. Più si approfondiscono queste riflessioni, più si arriverà al concetto maggiormente conosciuto del Karma odierno: la “buona condotta”, ovvero, tramite le buone azioni si genera del “bene” e tramite le cattive azioni si genera del “male”. La causalità è quindi connessa a un principio di responsabilità umano, per cui i desideri degli uomini sono il motore degli eventi: a desideri malvagi la natura risponde con malvagità.

In Grecia non erano diffuse le Upanishad vediche, ma il principio regolatore è analogo, e per comprenderlo dovremmo introdurre un termine altrettanto diffuso e abusato al giorno d’oggi: ὕβϱις. La ὕβϱις è un atto malvagio, di assoluta tracotanza, con cui l’uomo, vittima di un accecamento moraleἌτη), esprime il suo sprezzo del timor di dio e valica i confini della giustizia, della misura, e del bene. A un atto di ὕβϱις succede automaticamente la pronta risposta divina, che fa soffrire immensamente il colpevole (πάθος). Quel che più ci stupisce è che l’uomo colpevole di ὕβϱις non è mai consapevole dei suoi errori al momento dell’azione.

Come avviene al giorno d’oggi nel caso del Karma, per cui, quando ci capita qualcosa di spiacevole, ripensiamo agli errori commessi in precedenza scrivendo su Twitter “Perché a me? Che ho fatto di male? #karma #tutteame”, anche l’eroe tragico è inconsapevole del motivo della sua sofferenza, perché crede di aver agito correttamente in precedenza.

L’inconsapevolezza di Agamennone apre il cammino della conoscenza

Torniamo al nostro paradigmatico Agamennone: torna vittorioso dalla guerra di Troia, conflitto che ha assicurato a tutti gli uomini partecipanti un verso di Omero nel prezioso Catalogo delle navi del II libro dell’Iliade; ha riportato i suoi uomini a casa, in barba a Ulisse che sta ancora navigando ramingo per l’Egeo; non si è fatto corrompere dagli usi orientali, ma è rimasto un primus inter pares; torna a casa con una graziosa concubina, un po’ svampita e farneticante, l’affettuosa Cassandra, che prevede morte e innumerevoli disgrazie per le generazioni future.

Cosa ha sbagliato? Dal punto di vista del povero Agamennone, proprio nulla, ma analizzando oggettivamente quanto accaduto sappiamo che: ha deciso di condurre la guerra più sanguinosa della storia arcaica greca per una donna (il fantasma di una donna, come dirà Euripide nell’Elena); ha sacrificato sua figlia Ifigenia per salpare con un vento propizio, ha spedito al massacro migliaia di uomini, assicurando il ritorno a un decimo di loro; dice di non essere stato corrotto dai costumi orientali, ma non si fa poi pregare molto dalla moglie per cambiare idea sul lusso della porpora e del banchetto offerti in suo onore. Agamennone muore alla fine della tragedia, ucciso dalla dolce Clitemnestra, perciò non ha avuto il tempo di “vedere” il suo errore e imboccare la via della saggezza. Questo onore spetta al sacrilego Edipo, che pur nel buio della cecità e in esilio, a Colono abbraccia la saggezza.

Come direbbe Esopo, la favola insegna che chi la fa, l’aspetti!

 

"Agamennone" di Eschilo, in scena al teatro greco di Siracusa, durante la stagione del 2014.
“Agamennone” di Eschilo, in scena al teatro greco di Siracusa, durante la stagione INDA del 2014.

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