Il Superuovo

Esiodo e Katharina Volckmer ci parlano del pene: quando è giusto tagliarlo via o trapiantarlo

Esiodo e Katharina Volckmer ci parlano del pene: quando è giusto tagliarlo via o trapiantarlo

“Anche dio, ovviamente, era un uomo. Probabilmente aveva un pene grande quanto una sigaretta.”

Se ci si dovesse mai interrogare su quale sia il paziente ideale per Freud e per le sue fasi dello sviluppo psicosessuale, si rimarrebbe sospesi nell’Iperuranio dell’indecisione, non sapendo scegliere fra Esiodo e il fallo evirato della Teogonia, e Katharina Volckmer con un quasi-pene, una sorta di fallo-work-in-progress, raccontato in un Un cazzo ebreo.

La falce che falciò il “martello”

Nei miti greci, la genealogia degli dei è strettamente linkata all’idea di ciclicità, con padri che mangiano i figli per evitare di perdere il potere e figli che evirano il padre per poter conquistare la possibilità di vivere, come se fosse un film di mafia ambientato nel 700 aC. Ma, qui la storia è diversa, qui c’è Crono, il figlio ingrato, megalomane e narcisista, un ibrido tra Briatore e Donald Trump, che evira con una falce, come se fosse un contadino sovietico in un kolchoz degli anni ’20, il padre Urano, senza trono e senza genitali, personificazione mitologica di “oltre il danno anche la beffa”. E, se davvero historia magistra vitae est, poi Crono, dopo aver ingoiato i suoi neo-dei-nati (più per conservare il trono che i gioielli di famiglia), viene detronizzato ed evirato da Zeus, l’unico figlio rimasto sullo stomaco (e, soprattutto, vivo) a sconfiggerlo. In questa sfida contro il cielo, cioè Urano, e battaglia contro il tempo, cioè Crono, a vincere è il nuovo sul vecchio, da qui il proverbiale luogo comune che sono i giovani a rubare i secolari posti di lavoro agli anziani. Ma, al di là di miti e di aforismi vitalistici sull’INPS, l’unica cosa a cui riesco a pensare è: davvero il pene è così importante per avere un po’ di potere? Cioè, non esiste altro che possa far sentire potente un uomo? L’umiliazione più grande è seriamente non avere le cosiddette “palle”? Posso sentire già da qui lo squillo delle trombe dei post super-titolati di Freeda su Instagram: “Ecco come Esiodo ha fatto per secoli il lavaggio del cervello col manspreading nell’istruzione dei giovani “.

 

Un chirurgo plastico (ebreo) come confessore

Ho sempre sognato di poter un giorno raccontare di quando ho avuto, di notte, certe fantasie sessuali con Hitler. Peccato, però, che io non le ho mai avute. No, perché sono quelle della protagonista del romanzo (e caso letterario), più spicy del salmone crudo nel sushi, Un cazzo ebreo, un’opera che sceglie di argomentarsi e articolarsi da sola attraverso lo stream of consciousness joyciano, ma con più giudaismo e meno identità di genere. Ciò che sorprende di questo libro, oltre al titolo estremamente dissacrante da far innorridire, tra gli scaffali delle librerie, le mammine più pancine che esistano, è come se, sin dall’inizio, ci sia un sipario pronto a calare sulla scena: la protagonista, a noi sconosciuta, ma a giudicare dai sogni erotici che ci confessa possiamo considerarla bene un’amica intima, sputa fuori tutto il suo disgusto per il corpo femminile e rifiuta di continuare ad impersonare il ruolo di donna. E, come ogni esistenzialista kierkegaardiano ben sa, dalla non-scelta nasce una scelta ben consapevole e cristallina. È il richiamo del fallo che lei, la donna di oggi, la donna tedesca che ancora non ha processato l’autoritarismo della madre, una storia d’amore insufficiente e l’Olocausto, vuole ascoltare. E a chi dovrebbe raccontare, con le gambe aperte (sul lettino), la tacitata voglia di essere se stessa e la sensualità di chi ha vissuto in un corpo in cui era insoddisfatto se non al proprio chirurgo plastico (ebreo, soprattutto)?

Sconfessiamo la libertà “di” e la libertà “da”

Ricordo che, quando ero piccola, alla domanda “che regalo vorresti per il tuo compleanno?” rispondevo, quasi nannimorettianamente, ma sempre in gran segreto con una fedele mano posata sul cuore, “una visita dallo psicoterapeuta, per favore”. Forse, l’onta del peccato originale di Adamo ed Eva, che mi ha inseguita fin qui, non ha mai mancato occasione di far pesare sul mio esile e cristiano (cristianissimo) collo la colpa storica di qualcosa di cui non sapevo assolutamente nulla, ma di cui sentivo la costante presenza irrisolta. E forse, la lettura pedissequa delle confessioni di Sant’Agostino e il poster di Martin Lutero appeso sopra il mio letto, accanto alla traduzione tedesca della Bibbia, non mi hanno mai permesso di andare davvero alla scoperta di quanto si cela sotto l’origine del mondo: il pene. Ma, attenzione, il mondo sta cambiando. Il candore della letteratura censoria di monaci vissuti secoli fa sta per essere soppiantato, a mano mano, dall‘educazione peniena a cura di tutte quelle persone che hanno scelto di affrontare la fisicità, che si può definire croce e delizia di ognuno di noi, per quel che davvero è, una cosa che ci definisce, in modo radicale e indispensabile. Le questioni di genere sono complesse e complessate, proprio come noi, è per questo che la confessione di come ci sentiamo liberi, di come vorremmo essere liberi, di come è essere liberi, un giorno, andrà affrontata, come andrà affrontata la suocera a Natale, come andrà affrontata ogni giorno la propria immagine riflessa allo specchio.

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