Il Superuovo

“Ah da quando Baggio non gioca più”: Il calcio come metafora di vita

“Ah da quando Baggio non gioca più”: Il calcio come metafora di vita

“Ah da quando Baggio non gioca più” canta Cremonini e che dire di Totti? Di recente sono uscite una serie e un film riguardo questi due grandi campioni che ci insegnano come affrontare la vita, perché in fondo l’esistenza é come una partita di pallone in cui non dobbiamo aver paura di sbagliare un calcio di rigore.

 

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Dopo il successo che ha avuto la serie televisiva sulla vita di Fracesco Totti, noto calciatore romano, di recente é uscito un nuovo film Netflix che ci racconta la storia di un grande campione della Nazionale Italiana, Roberto Baggio. Ne ripercorre i ventidue anni di carriera, da quando inizia a giocare nelle giovanili del suo paese natale (Caldogno) a quando approda in serie A.
Roberto Baggio e Francesco Totti sono forse i due numeri 10 più amati della storia recente del calcio italiano eppure non hanno mai giocato insieme. Perché a prescindere dalla propria squadra del cuore, il vero sportivo sa ammettere quando davanti si ha un grande avversario.

Parola d’interista.

 

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Baggio: L’uomo dietro il campione

Il Divin Codino di Letizia Lamartire è il film sulle gesta (soprattutto con la Nazionale) e sulla vita privata di uno dei più importanti calciatori di tutti i tempi: Roberto Baggio. Si parte dal suo sogno da bambino: vincere i mondiali contro il Brasile.

Nel film non c’è tutta la carriera di Baggio, non c’è il periodo alla Juventus, all’Inter, al Milan e al Bologna. Non è un caso. La regista e gli sceneggiatori hanno scelto dei momenti precisi del suo percorso calcistico: «Abbiamo scelto di sviscerare le parti più dolorose nella carriera di Roberto – afferma Lamartire – come ha vissuto certi momenti dal punto di vista personale? Ci interessava svelare la parte più emotiva del campione. Per esempio quando nell’85 viene acquistato dalla Fiorentina e per due anni gioca solo due partite a causa di un grave infortunio. Baggio era all’inizio della sua carriera in serie A. Il film non si fa carico della biografia del numero 10, entra dentro le ossessioni di un atleta, soprattutto segue le sue ripartenze e salite, i continui sacrifici che fa per raggiungere un obiettivo e lo scontro con il padre (ferreo e mai fiero del figlio). Come dice Stefano Sardo, uno degli sceneggiatori insieme a Ludovica Rampoldi: «Non volevamo raccontare la storia di un fuoriclasse, ma di un campione che paga un prezzo alto per onorare il suo sogno. C’è qualcosa di struggente nella sua storia».

Il cuore del film è il rigore sbagliato ai Mondiali del 1994.

Per la prima volta la finale di un Mondiale si designa ai rigori: Da qual momento il campione comincia a dubitare di se stesso, ha ansia e incubi notturni. Nonostante quell’errore però Baggio è amato da tutti gli italiani, forse proprio perché ha mostrato il suo lato più fragile.

Un rigore sbagliato che ha insegnato tante cose giuste agli Italiani, tra queste il fatto che nella vita spesso si guarda solo l’esito finale, il risultato, invece con il tempo bisogna imparare, come afferma lo stesso Baggio, a giudicare il tragitto che facciamo, il percorso. L’importante è sentire di aver fatto tutto il possibile per raggiungere un obiettivo, non di arrivare per forza primi.

«Mi sono sempre trovato a dover combattere ogni volta che mi avvicinavo a qualcosa che desideravo – racconta Baggio – mi pesava, non avevo gli strumenti per reagire, poi ho scoperto la pratica del buddismo che mi ha aperto un mondo. Oggi vivo più serenamente le sfide».

E noi caro Baggio ti auguriamo di vivere al meglio la più grande sfida di sempre, quella con la vita e i suoi imprevisti, con la consapevolezza che saprai affrontare ogni difficoltà, perché un vero giocatore lo si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.

 

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“Speravo de morì prima” Totti e quello striscione dedicato a una leggenda

Il 28 maggio 2017 sugli spalti dello stadio Olimpico appare uno striscione, una frase scritta con inchiostro scuro su un tessuto bianco che recitava: Speravo de morì prima.

Speravo de morì prima, è la serie televisiva su Francesco Totti diretta da Francesco Ribuoli, scritta da Stefano Bises, insieme a Michele Astori e Maurizio Careddu, e prodotta da Sky e Wildside.

Il “prima” è proprio quel 28 maggio, il giorno in cui Francesco Totti, capitano della Roma, gioca la sua ultima partita, annunciando il suo ritiro dal calcio dopo un anno terribile passato sotto la guida sportiva di Luciano Spalletti.

Un periodo e un evento che è già stato al centro di un film, Mi chiamo Francesco Totti, e che proprio Francesco Totti aveva raccontato nel libro Un Capitano. Da questo è stata tratta la miniserie andata in onda su Sky dal titolo Speravo de morì prima, che vede Pietro Castellitto ereditare il “ruolo” di Totti.

Una serie in cui a momenti più apertamente (e volutamente) farseschi, come il cameo di Corrado Guzzanti, si miscelano momenti più drammatici, dove a venire a galla sono le fragilità di un uomo che una città intera ha eletto a divinità, a leggenda.

Come nel film su Baggio, il fatto di voler mostrare attraverso la serie, un momento delicato e sofferente della vita di un campione porta lo spettatore e il tifoso a chiedersi come sia possibile che due grandi calciatori che hanno visto le luci della ribalta, una volta che queste si sono spente, continuino a brillare di luce propria.

Il segreto è proprio nel loro percorso, tanta tecnica, tanto sudore, tanta fatica, allenamenti estenuanti che li hanno resi grandi giocatori, ma spesso, questo non è necessario. Come Baggio, Totti è un uomo ancora prima di essere un calciatore.

Così guardando la serie leggiamo tra le righe la storia di un eterno bambino che sognava di fare il calciatore, ha vissuto il suo sogno facendo sognare a sua volta i tifosi per poi capire che il suo percorso stava giungendo al termine ma che questo non avrebbe determinato la fine di tutto.

Perché un ciclo che si chiude è si un momento doloroso dell’esistenza, ma anche un motivo di crescita, di accettazione e perché no anche di motivazione.

Francesco ci insegna che sì, si può restare eterni bambini sognatori, ma sempre con la consapevolezza di avere la capacità di guardare al passato e al futuro da prospettive diverse e questo lo si impara con il tempo, specialmente alla fine di un percorso.

 

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Il calcio come fenomeno sociale

“Il calcio è roba da maschi” quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase… Eppure io sono una ragazza e anche se di calcio non ne so molto, mi ha sempre affascinato. Partendo dal presupposto che il 2019 è stato l’anno in cui la Nazionale Italiana di Calcio Femminile ha fatto sognare un intero paese arrivando ai quarti di finale con una grinta tale da tenere attaccati allo schermo milioni di spettatori che nemmeno la maschile… Pensate che potrà mai nascere una stella del calcio femminile paragonabile a Totti e Baggio?

Sempre più negli anni vale la teoria Calciocentrica: la terra non gira attorno al sole ma attorno a un pallone, al calcio.

Che lo si ami o meno, infatti, il calcio è il gioco che ci accompagna per tutta la vita, dalle prime pedate date ad un pallone in cortile (o in casa!), fino alle dispute tra tifosi di squadre antagoniste, agli sfottò, alle delusioni e alle esaltazioni provate per una sconfitta o una vittoria. Ed è per tale motivo che questo sport non è solo un gioco ma è anche un importante fenomeno sociale e psicologico che scandisce e condiziona l’esistenza di molti.

Credete che il calcio faccia da collante o sia un qualcosa che divide la società di oggi?

L’evoluzione del calcio in fenomeno sociale da ancora la possibilità di creare una comunità, di sentirsi parte di qualcosa, sia come tifosi, quindi pensando al calcio come spettacolo.

E’ pur vero che viviamo in un mondo individualista, allora perché, che siate ragazzi o ragazze, questo sport influenza, direttamente o indirettamente, noi e le persone ci ci circondano?

Sperando di non aver deluso i lettori amanti del calcio, immaginandovi come tutte le domeniche seduti sul divano a guardare la partita, durante l’intervallo, buona lettura.

 

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