Elezioni USA 2020: quando la tecnica comunicativa della provocazione prevale sul confronto tra i programmi

Joe Biden e Donald Trump non se le sono mandate a dire. Critiche, insulti, foga eccessiva: il riassunto perfetto del confronto tra i due candidati alla Casa Bianca avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì ore italiane.

Il dibattito tra i due candidati è ruotato attorno a sei macro tematiche. Ma l’aspetto più importante su cui è bene soffermarsi, è sicuramente quello del modo in cui i due sfidanti hanno tentato di far prevalere l’idea. Uno scenario quindi, davvero interessante per gli studiosi di comunicazione politica.

 

Tra outfit e scelta delle parole

Sono tanti gli elementi di spunto che sorgono da questo duello. Tutti oggetti di studio per i teorici della comunicazione politica. Il Tycoon (Donald Trump) si è presentato più abbronzato del solito, ammusonito e sulla difensiva, come se non avesse null’altro da dimostra al popolo americano. Il suo sfidante, invece, Joe Biden, è apparso rinvigorito dall’appuntamento al barbiere, sfoggiando un tono canzonatorio e all’attacco, d’altronde, è lui a dover rubare lo scettro all’avversario e non viceversa. La sfida, poi, prosegue con frecce scagliate al cuore dell’emotività dei due candidati. Partono insulti, espressioni che ruotano tutte al concetto del “io sono io e tu non sei nessuno”, del “ma chi ti credi di essere?!”, del chi si crede più competente o più incompetente dell’altro. Perché nei comizi della nostra epoca, non è importante quanto il tuo programma sia utile per il bene della collettività. Piuttosto, conta quanto forte riesci a dimostrarti, quanta sicurezza e carisma riesci a trasmettere alla collettività. Ed è qui che entrano in gioco le teorie della comunicazione politica.

Le teorie della comunicazione politica

Fin dai tempi antichi il discorso politico si pone con l’obiettivo di persuadere, convincere e manipolare. I messaggi politici rispondono a determinate esigenze costitutive: stabilire il contatto con l’uditorio e mantenere aperto il canale di ricezione e aggregare forze, mantenere alto il consenso. Il discorso politico viene diffuso e propagandato privilegiando quei canali ritenuti di volta in volta più idonei in vista dei processi di ricezione-comprensione attivati dagli interlocutori, partendo da forti legami consensuali con l’uditorio. I percorsi da effettuare ai fini di un’interpretazione degli impliciti e delle direttive consone agli scopi sono comunque “dentro” il testo: i messaggi contengono sempre gli schemi di ricezione idonei alle operazioni di trasferimento o investimento del senso. Il discorso politico non è quindi un discorso rappresentativo; anziché mirare a una rappresentazione fedele degli eventi, costruisce un sistema di ruoli in corrispondenza del suo rivale ed edifica la propria verità come un dire vero. I discorsi politici sono infatti luogo di intimidazioni, sfide, negazioni, negoziazioni, promesse, deleghe e simulazioni. Insomma, tutto quello che c’è stato nel dibattito statunitense della scorsa notte.

La tecnica comunicativa della provocazione

Il dibattito tra il candidato democratico (Joe Biden) e il candidato repubblicano (Donald Trump) è stato definito dagli studiosi di comunicazione politica come “Discorso politico della provocazione”, basato principalmente sulla spettacolarizzazione di un proprio comportamento. Un principio ben lontano dal game of politics tradizionale. Questa tecnica, secondo gli esperti, sfugge dalla logica di ogni retorica e viene vista dal mondo politico moderno come necessaria e obbligatoria. Provocare, nel senso letterale di “suscitare una reazione, sfidare, addirittura irritare”, è dunque diventato oggi un imperativo categorico per un qualunque processo di comunicazione che voglia dirsi compiuto. E questo è tanto più vero nel mondo della comunicazione politica, dove l’appiattimento delle differenze e la frammentazione delle voci rende la competizione per “emergere” ancora più spietata. La politica della provocazione, a parere degli analisti di comunicazione, si rifiuta di investire anche un solo minuto per occuparsi dei contenuti. Quindi, sulla base di quanto appena detto, tra i due duellanti, si possono notare i seguenti elementi:  l’imperativo di dire quello che “la gente” vuole sentirsi dire (possibilmente con qualche decibel in più dell’avversario); l’accantonamento delle grandi questioni, con l’alibi della complessità e della difficoltà di comprensione; la trattazione dei problemi reali del paese nei dibattiti che è inversamente proporzionale alla prossimità della scadenza elettorale; il tornaconto immediato che diventa l’unica cartina di tornasole per orientare le scelte di comunicazione, che dunque da elettorale si trasforma in elettoralistica.

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