Elezioni Inglesi e sistemi elettorali: una democrazia non rappresentativa è ancora una democrazia?

Se una maggioranza opprima una minoranza si può parlare di democrazia? E se il 51% opprime il 49% la risposta cambia?

Come ben visibile dall’immagine precedente le recenti elezioni inglesi hanno riconfermato Boris Johnson e il suo Partito Conservatore alla guida del paese. Dei 650 seggi totali, 364 vanno al partito di Johnson, mentre crollano i Laburisti fermi a 203. Il leader conservatore ha poi commentato: “Siamo la più grande democrazia del mondo, ora la Brexit”. Ma agli occhi dei più attenti si nota un problema i Liberal Democratici con l’11% dei voti totali oltre 3 milioni e mezzo di votanti con 11 seggi. Ci si può davvero considerare la più grande democrazia del mondo rappresentando sproporzionatamente certe fasce di elettori?

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Come è  stato possibile?

Ovviamente sembrerà strano agli occhi di molti, come è possibile una tale disparità? Beh il trucco sta nel sistema elettorale Britannico, il cosiddetto Sistema Maggioritario Uninominale a turno unico, chiamato anche nei paesi anglosassoni First Past the Post (primo oltre la soglia) che ben descrive il suo funzionamento. In poche parole le elezioni nazionali Britanniche si dividono in una serie di più piccole elezioni locali a livello più o meno provinciale dove per ognuna di queste costituency ( regione elettorale) sono in palio un tot di posti al parlamento, e chi prende la maggioranza relativa dei voti prende tutti i seggi “in palio”. Questo implica che se i tuoi elettori sono sparpagliati e divisi anche con la maggioranza della popolazione dalla tua hai la possibilità di rimanere solo una presenza marginale all’interno del parlamento. Come in questo caso dove 3 milioni e mezzo di persone sono lasciate ad essere rappresentate da meno persone di quante ce ne stanno in una squadra di calcio, mentre un partito regionale (quello scozzese, votato da 1.200.000 persone, meno della metà) ne abbia quasi 5 volte tanto.

Sistemi elettorali

E evidente quindi che questi problemi sono rilevanti ma anche molto complessi, in quanto si entra in discorsi molto tecnici e dove facilmente si può modificare il sistema a favore di uno o un altro partito. Quindi prima di continuare spieghiamo bene per un attimo come funzionano i sistemi elettorali. Tradizionalmente, le formule elettorali vengono classificate in due grandi categorie: le formule maggioritarie (che sono le più antiche e tendono a premiare i candidati o partiti vincitori in collegi uninominali o plurinominali), formule proporzionali (che sono state elaborate a partire dalla seconda metà dell’Ottocento e tendono a stabilire un rapporto proporzionale tra i voti ottenuti da un partito e i seggi a esso assegnati). Le prima favoriscono la stabilità di un governo e le seconde garantiscono una migliore rappresentanza. Entrambi i sistemi sono però poco capaci di gestire quello che l’altro fa invece meglio e così a partire dagli anni novanta si è diffusa sempre di più una terza categoria, quella dei sistemi misti come quello che abbiamo qui in italia, che però sembra spesso riuscire a non risolvere i principali problemi anzi finendo per portare entrambi i difetti e quasi nessuno dei pregi.

Altre possibilità

Nel campo delle scienze politiche, ci si è interrogati a lungo su un sistema in grado di risolvere queste gravi falle, e sembra che al migliore soluzione sia il voto singolo trasferibile, o single transferable vote (STV) nel mondo anglosassone, è una formula elettorale proporzionale a voto di preferenza che permette all’elettore di assegnare più di una preferenza numerando i candidati sulla scheda elettorale. Questo sistema unisce due vantaggi: la possibilità di indicare il candidato preferito e la capacità di minimizzare il numero di voti non rappresentati, trasferendoli dai candidati che ne hanno in numero superiore a quello richiesto per l’elezione. Per essere eletti con questa formula occorre raggiungere un numero minimo di voti chiamato soglia e poiché il sistema è proporzionale, per essere eletti non occorre la maggioranza (assoluta o relativa) dei voti, ma soltanto il raggiungimento della soglia. La principale criticità e che rende più lungo e tedioso lo spoglio. Infatti al primo spoglio si contano le prime preferenze, e si assegnano i seggi a coloro che raggiungono la soglia richiesta con le loro prime preferenze ricevute; qualora rimangano dei seggi non assegnati, si effettua un secondo spoglio con cui si ripartiscono le schede che indicano il candidato più votato come prima preferenza, assegnandole in base alle seconde preferenze ivi riportate, e si continua fino a che ci sono candidati con un numero di voti superiore al necessario per essere eletti

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