Ecco quali sono gli elementi che condizionano le nostre decisioni: euristiche, Maslow, dilemma del prigioniero

Prendere una decisione può essere una dura prova anche per le menti più abili; vi stanno alla base strategie di risparmio di energie e risorse cognitive!

Nel momento in cui decidiamo di compiere scelte, la nostra mente ci porta automaticamente a stilare una lista di pro e contro per chiarificarci la situazione e vedere che cosa sia più conveniente fare per noi; quello che sorprende è che sovente incappiamo in paradossi e compromessi assurdi. Vediamo che processi mentali si trovano alla base delle nostre scelte e perchè tendiamo a ragionare in determinate maniere.

 Soddisfiamo in primis i nostri bisogni: la Piramide di Maslow

Sviluppata tra il 1943 e il 1954 la teoria della Hierarchy of Needs di Abraham Maslow elenca ed organizza l’insieme dei bisogni delle persone in 5 livelli, dai più basilari ai più complessi, definendo il graduale percorso che porta alla realizzazione dell’individuo, conseguita dopo il graduale soddisfacimento di suddetti bisogni. Alla base della piramide ci sono i bisogni fisiologici, i primi cioè che devono essere soddisfatti per garantire il benessere dell’individuo; fame, sete, sonno, sesso, omeostasi etc. Seguono i bisogni di sicurezza e protezione, occupazione morale e proprietà, i quali garantiscono una adeguata serenità psicologica. Al terzo livello si trova il bisogno di appartenenza e affiliazione, la possibilità quindi, di far parte di un contesto umano positivo che valga come riserva di affetto e aiuto. Quindi si collocano quasi in cima i bisogni di stima, prestigio e successo, fondamentali per la conferma del Sè e per la sua identificazione. Infine al vertice ci sono i bisogni di autorealizzazione e conferma della propria identità all’interno di un contesto, unite all’apprezzamento e all’accettazione dell’individuo come membro degno di nota e parte di un gruppo sociale. Attenzione, però, perchè questa scala di bisogni di tipo psicofisiologico è da intendersi prettamente da un punto di vista funzionale, poichè teorizzare una vera e propria classificazione secondo l’importanza del soddisfacimento dei bisogni parrebbe, diciamo così, appiattire le differenze individuali che invece sono tanto care all’ambito psicologico.

Il valore delle euristiche

Euristica, deriva dal greco e significa “scoprire, trovare”. Nell’ambito delle strategie decisionali, queste hanno il valore di semplificare e limitare il quantitativo di informazioni processate per snellire e rendere meglio gestibili i percorsi di decisione.  Secondo Payne, Bettman e Johnson (1992), prendere una decisione nella nostra testa viene coniato come una proposizione condizionale del tipo “se…poi/allora…”. Le Euristiche si basano sulla salienza delle informazioni che un determinato individuo ha a disposizione in quel momento, ciò significa che dispongono  di un grado di validità ed efficacia nella misura in cui la conoscenza dell’individuo e il suo status emotivo gli consentono di ricercare dati affinchè venga presa la decisione migliore. Perchè trattare di conoscenze e di status emotivo al momento della decisione? Ebbene, la tendenza sarebbe quella di sovrastimare degli eventi che godano di un particolare impatto situazionale e rilevanza cognitiva piuttosto che fare affidamento ad una probabilità più oggettiva che questi si verifichino effettivamente. Quello che è più facilmente reperibile dalla memoria diventa automaticamente più rilevante per il soggetto in questione. Ancora, la carica emotiva che ci lega a determinate situazioni o persone, fa sì che attribuzioni di tipo interno siano il filtro che condiziona una nostra scelta; in altre parole, il focus non è su cosa stia succedendo effettivamente ma su come avvengano gli eventi e soprattutto su come ci sentiamo noi in relazione ad essi. Se, da un lato, le euristiche ci rendono più semplici i processi decisionali, dall’altro bisogna prestare attenzione a non rimanere ancorati alle nostre convinzioni senza tenere in considerazione tutti gli elementi che appartengono al contesto, privandoci così delle parti più stimolanti per il nostro cervello.

Il paradosso del prigioniero

Alan Tucker propone il gioco del Dilemma del Prigioniero negli anni ’50 del XX secolo. Il contesto proposto coinvolge 2 criminali che vengono accusati di aver compiuto un reato; arrestati entrambi e impedito loro di comunicare, i poliziotti li mettono di fronte a delle condizioni che riguardano il loro futuro destino in cella. Se si accusano a vicenda, entrambi sono condannati a 6 anni in carcere; se uno dei due accusa l’altro, collaborando, questo evita la prigionia mentre l’altro dovrà scontare 7 anni di carcere; se infine, nessuno dei due collabora, dovranno scontare entrambi un anno di carcere. La domanda è: cosa mi converrebbe fare, non sapendo se l’altro collaborerà o meno?  Ebbene, la logica matematica suggerisce che la soluzione migliore sia effettivamente collaborare coi poliziotti, poichè l’obiettivo è minimizzare la propria condanna e il rischio è di 0-6 anni, mentre non collaborando si alza in 1-7 anni. Il paradosso sta nel fatto che apparentemente il criterio di razionalità sembra fallire poichè la scelta indicata è quella che sfavorisce entrambi. In realtà, in questo contesto, è preferibile collaborare per avere la certezza di una pena minore, piuttosto che non collaoborare e correre il rischio di avere una pena maggiore. Cosa concludiamo da tutto ciò? Analizzare il contesto e sapervisi calare all’interno è fondamentale per trarre le conclusioni migliori e sebbene non sempre sia possibile stilare un bilancio matematico per tentare di prevedere ciò che ci attende, possiamo almeno valutare attentamente i pro e i contro per riuscire a decidere al meglio!

 

 

 

 

 

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: