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Ecco quali miti greci potrebbe nascondere il Signore degli Anelli: tra leggenda, fantasia e realtà

Ecco quali miti greci potrebbe nascondere il Signore degli Anelli: tra leggenda, fantasia e realtà

Il Signore degli Anelli e i grandi classici greci: il collegamento è possibile o parliamo di due mondi completamente separati? Cosa di Platone, di Omero o di Eschilo possiamo forse trovare tra le righe di Tolkien? Scopriamolo insieme.

Una delle location dove è stato girato La Compagnia dell’Anello, primo film della trilogia di Peter Jackson. Siamo in Nuova Zelanda.

Il Signore degli Anelli, opera nata dalle geniali mani di J.R.R. Tolkien, fu pubblicata tra il 1954 ed il 1955 in tre distinti volumi, riscuotendo da subito un’enorme successo. Tra il 2001 ed il 2003 il regista neozelandese Peter Jackson gli rese onore portando l’opera sul grande schermo. Furono tre i film prodotti, e molte furono le onorificenze tributategli. Il terzo, in particolare, vinse ben 11 premi Oscar sui 14 possibili.

Tolkien a Oxford nel 1972 © Foto Bill Potter

Capitolo 1: Odisseo, Frodo e il viaggio

Partiamo dal tema di più ampio respiro: il viaggio. Tutti i personaggi principali ne sono coinvolti. Nessuno ne rimane completamente esente. Viaggia Gandalf, lo stregone, spingendosi fino ai confini della vita e della morte; viaggia Aragorn, l’erede di Isildur, destinato a riconquistare il trono di Gondor; viaggiano Gimli, il nano, e Legolas, l’elfo; ma soprattutto viaggiano i quattro giovani hobbit: Frodo, Sam, Pipino e Merry. Sarà in particolare il viaggio dei primi due (tra quest’ultimi) ad emergere e nel quale il suddetto tema si esplicherà maggiormente: il cammino che i due giovani, infatti, intraprenderanno per giungere al famigerato Monte Fato è denso di difficoltà, pericoli, morte, tradimenti e sofferenza. Non è banalmente solo un viaggio fisico, scandito dalla fatica a muoversi attraverso territori inospitali, oscuri, abbandonati, ma è anche e soprattutto un viaggio psicologico, in cui i due protagonisti si confronteranno con delle realtà molto più grandi di loro, in cui saranno costretti a prendere decisioni e fare scelte difficili, in cui, infine, metteranno a dura prova le loro capacità fino allo stremo delle proprie forze. E ne usciranno cambiati. Profondamente. Più consci, alla fine, dei propri limiti, desideri e soprattutto del loro ruolo, scopo. Ciò lo scorgiamo soprattutto nelle enigmatiche parole che Frodo rivolge a un Sam che, in lacrime e verso la fine dell’opera, gli chiede spiegazioni sulla sua nuova partenza : “Sono stato ferito troppo profondamente, Sam. Ho tentato di salvare la Contea, ed è stata salvata, ma non per merito mio. Accade sovente così, quando le cose sono in pericolo: qualcuno deve rinunciare affinché altri possano conservarle” (libro VI). E Frodo parte. Di nuovo. Dopo tutto quello che ha dovuto sopportare. Ma parte consapevole, volgendo con serenità un ultimo tenero sorriso verso gli amici che lo vedono dileguarsi all’orizzonte. C’è un altro famoso viaggio nella storia della letteratura occidentale, ed è quello di Odisseo. L’eroe greco che, sopravvissuto alla guerra di Troia, sarà destinato per altri dieci anni ad essere separato dalla propria casa, dalla sua amata Itaca, bramata e desiderata. Come Frodo, il nostro Odisseo visiterà luoghi inospitali, si imbatterà in orribili mostri e dovrà superare momenti difficili, terribili, passando attimi di estrema sofferenza e apparente arrendevolezza, durante i quali ogni speranza sembra essere ormai svanita. Frodo in quei momenti avrà Sam, Odisseo Atena. L’uno ha una missione, precisa, definita, l’altro no. L’uno deve distruggere il malvagio anello del potere e salvare così l’umanità, l’altro, come sappiamo, no. Ma entrambi, forse, hanno qualcosa in comune: vogliono entrambi tornare a casa. E ciò che li tiene ancora aggrappati a questo forte desiderio è il ricordo. Il ricordo delle cose semplici, quotidiane, abitudinarie: la famiglia, la casa e i suoi forti sapori, odori, colori. L’eroe greco, nonostante i vent’anni lontano da Itaca, rimane con tutte le forze aggrappato ai momenti passati, lotta per essi e non si arrende, non perde e non dimentica mai se stesso: è per eccellenza l’uomo del ricordo. Frodo invece, in uno dei momenti più cupi dell’intero libro, dimenticherà. L’anello lo aveva consumato a tal punto da non ricordare più nulla, e assieme al ricordo perde se stesso. Ma, distrutto l’oggetto e liberatosi del fardello “era lì, pallido e consunto eppure di nuovo se stesso. Era di nuovo il caro padrone dei giorni sereni nella Contea” (libro VI). Il ricordo ritorna, vivido, forte e Frodo se ne riappropria.

Frodo e Sam alle pendici del Monte Fato, qualche attimo prima di gettarvi dentro l’anello

Ricordate quel pezzetto di coniglio, signor Frodo? […] E il nostro rifugio caldo nel paese del Capitano Faramir, il giorno che vidi un olifante?”.“No, temo di no, Sam […]. Né il sapore del cibo, né il gusto dell’acqua, né il rumore del vento, né il ricordo d’erba, albero o fiore, né l’immagine della luna e delle stelle sopravvivono in me. Sono nudo nell’oscurità, Sam, e non vi sono veli fra me e la ruota di fuoco” (J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, libro VI)

Capitolo 2: Gige, Sauron e l’anello

L’anello. Un oggetto apparentemente insignificante. Ma in realtà protagonista e veicolo motore di innumerevoli miti, storie e racconti delle più disparate tradizioni: dalla mitologia norrena, fino agli antichi greci, passando anche per la remota India. Simboleggiante talvolta il fato, la ruota del destino, talvolta il vuoto e infine la ciclicità è un oggetto potenzialmente pregno di simbologia. Per fare un esempio, possiamo citare un mito che Platone racconta nel secondo libro della Repubblica attraverso la bocca di Glaucone, uno dei protagonisti del dialogo. Parliamo dell’episodio dell’anello di Gige. In questo si racconta che un certo Gige, pastore di greggi nelle terre del re di Lidia, un giorno fece una scoperta a dir poco sorprendente. A seguito di un terremoto infatti si era prodotta nella terra una profonda spaccatura, nella quale il pastore, incuriosito, discese. Con sua grande meraviglia vi trovò dentro un grande cavallo di bronzo, forato, che al suo interno recava un cadavere. Il pastore si accorse che questo stringeva nelle mani un misterioso anello e, non resistendo, lo prese. Risalito in superficie, si accorse casualmente che esso custodiva un grande potere: quello dell’invisibilità. A questo punto, resosi consapevole delle potenzialità dell’oggetto, riuscì con l’inganno a procurarsi una posizione di prestigio vicino al re e poco dopo a divenire l’amante della regina. Infine, ordita con essa una congiura, uccise di suo pugno il sovrano, divenendo, grazie all’anello, il capo supremo della Lidia. Cosa dunque possono aver in comune i due anelli? Oltre che esser stati entrambi smarriti e ritrovati poi casualmente e oltre a donare il potere dell’invisibilità entrambi esercitano un influsso tale che porta i possessori a cambiare radicalmente. Da una parte abbiamo un anello, quello di Sauron, che, dotato di una propria volontà, schiaccia e soggioga quella altrui, spingendo, chi ne entra in possesso, a compiere atti orribili; dall’altra un anello, quello di Gige, che, seppur privo di questa, spinge, grazie al suo potere, l’onesto pastore a compierne altrettanti. Il risultato è sempre, potenzialmente, il medesimo. Il trapasso verso una condizione di ingiustizia.

L’Unico Anello, il più potente tra gli anelli del potere. L’iscrizione recita: «un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli».

Capitolo 3: i fuochi di Gondor e di Argo

Un terzo parallelismo riguarda il cosiddetto episodio delle fiamme di Gondor, quando Pipino, dietro ordine di Gandalf, accende il fuoco di segnalazione sulla sommità della città bianca, Minas Tirith. Questo, essendo visto dalla base successiva, provoca un vero e proprio effetto a catena, fino a giungere, dopo l’accensione di ben sette picchi, fino a Rohan, dove il re Thèoden viene informato di portare soccorso alla capitale del regno. Tale scena ricorda straordinariamente da vicino l’inizio della tragedia Agamennone di Eschilo, quando Clitemnestra, dalla sommità del suo palazzo ad Argo, viene a sapere prima di chiunque altro l’arrivo imminente del marito. Il testo così recita: “Efesto […], per mezzo del fuoco annunciatore, mandava qui segnale: l’Ida fino alla rupe Ermea di Lemno; e poi dall’isola gran fiamma, la terza, la vetta dell’Athos sacra a Zeus accolse; e balzando così da valicare il dorso del mare […], trasmetteva il messaggio alle vette del Macisto. E questo […] non trascurò il suo ufficio di messaggero: e di lontano il bagliore della fiaccola annunzia alle vedette del Messapio di esser giunto presso le correnti dell’Euripo. E queste […] trasmisero più oltre il messaggio […]: la luce rinvigorita e per nulla oscurata […], presso la rupe del Citerone risvegliò un successivo messaggio di fuoco“(versi 281-299). E cosi via. Passando da monte a monte, il fuoco si propaga e giunge infine a destinazione, ad Argo, comunicando, da Troia, la fine della guerra.

Il fuoco acceso di Minas Tirith, sulla sommità della torre bianca

Capitolo 4: Arwen, Odisseo e l’immortalità

Preferirei vivere una sola vita con te che affrontare tutte le ere di questo mondo da sola, io scelgo una vita mortale“(libro II).Queste sono le parole che Arwen rivolge ad Aragorn sul ponte di Gran Burrone. In una scena molto toccante e intensa lei, l’elfo, comunica al futuro re di Gondor che è pronta a condurre una vita mortale, rinnegando per sempre ciò che gli uomini più bramano: il potere di sconfiggere la morte, l’immortalità. Lo fa, pur essendo consapevole che tale scelta la porterà a soffrire, a vedersi davanti non solo la morte del compagno, ma anche quella dei futuri figli ed infine a subire la propria. E’ una scelta ardita, coraggiosa, che muove dalla consapevolezza, nel caso non la prendesse, di un futuro ed eterno rimpianto. C’è un personaggio dell’epica omerica che ha il coraggio di compiere una scelta simile e costui è di nuovo lui, Odisseo. Questo, ormai da sette anni sull’isola di Ogigia, vive in compagnia della ninfa Calipso ( letteralmente “colei che nasconde”, dal verbo greco kalýptο:nascondere), e ha la possibilità di vivere assieme a lei una vita immortale, lontano da ogni sofferenza. Ma, come Arwen, vi rinuncia. Sono queste, nell’Odissea, le parole che l’astuto Odisseo rivolge alla Dea del mare prima di abbandonarla e prendere per l’ennesima volta la via del mare: “ O dea sovrana, non adirarti con me per questo: so anch’io, | e molto bene, che a tuo confronto la saggia Penelope | per aspetto e grandezza non val niente a vederla: | è mortale, e tu sei immortale e non ti tocca vecchiezza. | Ma anche così desidero e invoco ogni giorno | di tornarmene a casa, vedere il ritorno” (libro V, 215-220). L’una ha già l’immortalità, l’altro potrebbe averla, ma entrambi compiono una scelta. Una precisa e coraggiosa scelta. Vi rinunciano. E lo fanno, scegliendo un’esistenza più breve, ma sicuramente più intensa, più viva.

Ulisse e Calipso nell’isola di Ogigia

 

 

 

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