Se son rose, appassiranno: il senso della morte in American Beauty e Heidegger

La certezza più grande che abbiamo nella vita è che essa non è eterna. La morte deve solo disturbarci, o può anche insegnarci qualcosa? 

American Beauty, scritto da Alan Ball e diretto da Sam Mendes, fa il suo trionfale ingresso nelle sale cinematografiche americane il 1° ottobre 1999. Vincitore di ben cinque premi Oscar, il film tratta della drammatica ma al contempo esilarante vicenda di Lester Burnham, un quarantaduenne in preda ad una crisi di mezza età che, schiacciato dalla monotonia della sua vita quotidiana, non riesce più a godere del proprio lavoro, né della relazione con sua moglie Carolyn e sua figlia Jane. 

È possibile pensare la morte con serenità?

Già al principio del film,  Lester ci guarda in faccia con tutta onestà, informandoci di essere destinato a morire nel giro di un anno. Questa notizia scioccante è riservata solo a noi spettatori: Lester non è assolutamente a conoscenza del tragico epilogo che lo attende. Di fronte a una tale dichiarazione si apre in noi lo squarcio di un paradosso: infatti, la cosa in sé non è poi così sorprendente, tutti noi sappiamo che la morte non risparmia nessuno, ma allo stesso tempo restiamo sgomenti, perché ci accorgiamo di sentire la morte come qualcosa che è profondamente distante da noi e che quindi non ci appartiene.  Non sentiamo la morte perché in fondo non vogliamo sentirla: la morte ci terrorizza perché con essa non possiamo scendere a patti, perché ci tiene sospesi nel gioco dell’esistenza, un gioco che la vedrà sempre trionfare. Ma la morte è davvero così terribile? Se non si riesce a trovare serenità nel rapportarsi alla morte, c’è almeno un giusto modo di fare i conti con essa? Uno dei grandi teorici della morte, Martin Heidegger, risponderebbe affermativamente: secondo il filosofo tedesco la morte è, sorprendentemente, proprio ciò che dà senso alla nostra vita. La morte viene descritta da Heidegger come la possibilità più estrema dell’essere umano, come quella possibilità che annulla tutte le altre possibilità, portando all’annichilamento dell’esistenza così come la conosciamo. La morte non è quindi altro che questo: un annullamento, un progressivo  e allo stesso tempo istantaneo cibarsi, da parte del nulla, del nostro principio di vitalità. Forse la morte ci spaventa proprio per il nulla che la caratterizza, noi che siamo abituati a voler possedere e controllare tutto e, di conseguenza, a vivere nella paura costante della perdita.

Avere o essere?

Questa dimensione di possesso che caratterizza intrinsecamente la vita occidentale è messa in luce dal filosofo e psicologo tedesco Erich Fromm, che distingue nettamente due modalità di esistenza: la modalità dell’avere e la modalità dell’essere. Certo, possedere qualcosa è lecito, e serve anche ad alimentare il nostro amor proprio: le cose che riusciamo a fare nostre sono anche estensione ed espressione di noi stessi. Dobbiamo però stare attenti a non lasciarci definire dalla logica del possesso, finendo per trattare noi stessi e gli altri come oggetti inanimati. Anche Heidegger concepisce la vita come incorniciata da un aut-aut decisivo: la scelta tra un modo di esistenza autentica e un modo di esistenza inautentica. Esistere autenticamente altro non significa che prendere in mano le redini della nostra vita, abbandonando la via dell’omologazione per dischiudere davanti a noi il nostro vero essere, caratterizzato da incertezza e dinamicità. Quando viviamo inautenticamente, invece, stiamo vivendo (seppure inconsapevolmente) la vita di qualcun altro, o peggio, la vita di tutti gli altri. In questa vita che  si vive nell’immediatezza del quotidiano, tendiamo a cosificare tutto, a determinare non solo le cose esterne a noi ma anche ciò che è per definizione indeterminabile: il nostro io, o ancora peggio, gli altri esseri umani. Nel mondo quotidiano (che Heidegger chiama sfera del si) ci relazioniamo gli uni agli altri come se fossimo piccole tacche di un metro o scivolosi gradini di una scala: per dirla con Heidegger, siamo in una continua contrapposizione commisurante l’uno rispetto all’altro. Così Carolyn definisce se stessa paragonandosi ossessivamente agli altri imprenditori, e soprattutto al migliore di loro: il “re dell’immobiliare”. La prima cosa che Carolyn dice misurandosi con il re, infatti, è di non sentirsi alla sua altezza. La donna, inoltre, non riesce a lasciarsi andare in un momento di intimità con Lester, terrorizzata dalla possibilità che il marito rovesci della birra sul divano. Lester così si scaglia contro la moglie:

“È solo un divano! Non è la vita. Questa è solo roba, e per te è diventata più importante che vivere.”

Quella morte che in realtà è vita

“E io non posso provare altro che gratitudine per ogni singolo momento della mia stupida piccola vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro. Ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete.”

Carolyn teme il cambiamento di Lester perché sente che la libertà del marito si sta progressivamente sottraendo al suo controllo. In realtà, Lester sta semplicemente andando in una direzione opposta rispetto a quella della moglie: una direzione più autentica, e aprirsi all’autenticità significa aprirsi all’insicurezza. Secondo Heidegger, per vivere autenticamente, non si può prescindere dal nostro rapporto con la morte. Non dobbiamo trattare la morte alla stregua di una cosa, cercando di prevederla (Lester, infatti, non sa quando morirà), dobbiamo semplicemente mantenerla quale essa è: una possibilità che sempre incombe su di noi. Perché, per quanto può essere triste da accettare, la verità è questa: la morte non è qualcosa che arriva alla fine della vita, lasciandoci sbrigare le nostre faccende indisturbati e bussando cordialmente alla nostra porta quando abbiamo messo tutto a posto, al contrario, la sua minaccia è sempre presente. Percependo la morte in tal modo capiamo quanto la vita sia effettivamente fragile e sentiamo su di noi il peso emotivo dell’angoscia, un’emozione tutt’altro che negativa perché è la sola che ci permette di comprendere quanto sia prezioso il tempo che ci resta. Allora raccogliamo la forza necessaria per imboccare quella che, secondo Heidegger, è la strada decisiva: scegliere di scegliere, scegliere di agire in accordo con noi stessi e di smettere di farci dettare le nostre possibilità dagli altri. Secondo Heidegger, infatti, la tendenza più frequente dell’essere umano è quella di fuggire da se stesso per omologarsi agli altri. La consapevolezza della morte è ciò che ci richiama severamente dalla nostra fuga, per questo Lester smette di ascoltare Carolyn, sempre pronta ad istruirlo su come debba vivere. Secondo Heidegger, infatti, ciascuno di noi è insostituibile, e la responsabilità relativa a noi stessi, alla nostra morte e alla nostra vita è da riporre interamente nelle nostre mani. La crisi di mezza età di Lester è in realtà una crisi strutturale che l’essere umano sente sempre in sottofondo ma che in pochi casi ha il coraggio di affrontare di petto, facendola emergere in superficie, perché ciò significherebbe sentire su di sé di aver vissuto fino a quel momento la propria vita prigioniero in una pelle estranea e inospitale. Heidegger chiama questa scelta della scelta “risoluzione anticipatrice“: essa recupera, anticipandola mentalmente, la sciagura della morte dall’angolo lontano nel quale l’uomo è solito relegarla e le spalanca la porta, accogliendola come parte integrante del mistero della vita. 

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