Il film Collateral Beauty e la filosofia di Heidegger ci insegnano come solo la morte possa dare senso alla nostra vita.

Un giorno capisci che devi morire. Non c’è nulla, proprio nulla che tu possa fare per evitarlo. Tu devi morire. Il momento di realizzazione altera per sempre il corso del tempo, perché il tuo orologio protende verso un attimo sempre più certo e vicino: la tua morte. La verità, però, è che la morte può essere la tua peggior nemica o la tua migliore alleata. Dall’istante in cui comprendi che dovrai morire, potrai esserne terrorizzato o prenderla come un monito a vivere la vita a pieno.
La tua esistenza ha un prezzo
L’esistenzialismo insegna proprio questo: che la vita acquista un senso solo se si è consapevoli della propria morte. Questo è quello che tenta di spiegare anche Mezzosangue quando canta:
Tutti credono che l’esistenzialismo sia una filosofia della disperazione, ma, in realtà, è esattamente l’opposto.
Questo movimento intellettuale, a cui hanno preso parte non solo filosofi, ma anche letterati, artisti, registi e altri uomini e donne di cultura, cerca di indagare l’esistenza umana in quanto prodotto della società di massa. Infatti, questa corrente si afferma alla metà del XX secolo nel tentativo di dare senso alle paure di un’intera generazione, come diretta conseguenza di due guerre mondiali e l’uso di due bombe atomiche come armi di distruzione su vasta scala.
A quei tempi, le informazioni relative alle politiche internazionali venivano diffuse alla popolazione globale prevalentemente attraverso l’uso di quotidiani, simbolo di una collettività che fa sempre più uso dei mezzi di comunicazione perché vuole rimanere aggiornata. Le news sono essenziali in un contesto così instabile, dominato dalla possibilità di morire ogni giorno.
Questa ansia, generata dal contatto ravvicinato con la morte, porta gli intellettuali di quest’epoca a indagare in maniera più profonda il senso dell’esistenza per comprenderne le infinite possibilità. L’uomo, infatti, sempre padrone delle proprie scelte, viene, talvolta, soffocato dalla quantità opprimente di occasioni che gli si aprono di fronte e dal fatto inevitabile che compiere una scelta significa sempre, in qualche modo, precludersi altre opportunità che sono state valutate e rigettate.
L’esistenza vissuta come un’infinità di possibilità ha, però, un prezzo: la necessità di sussumere su di sé il senso e il peso della propria fine. Questo inevitabile passaggio è preso in considerazione e analizzato da tutti gli esistenzialisti. Tra intellettuali di questa generazione e, in particolare, tra quelli che hanno fatto parte di questa corrente, si è scelto di riproporre qui parte della teoria di Martin Heidegger.

Essere-per-la morte
Nel novero dei pensatori novecenteschi più amati e più odiati di tutti i tempi, Martin Heidegger si configura in assoluto come una delle personalità che più ha indagato il senso della morte nel proprio pensiero filosofico. Il mastodontico Essere e Tempo, pubblicato nel 1927, opera una distinzione tra vita autentica e vita inautentica che sarà centrale per gli esistenzialisti a lui successivi che inquadra perfettamente il senso della nostra ricerca.
Nonostante si indaghi ancora su quanto la filosofia heideggeriana abbia un debito o serva da ancella alle scelte politiche del proprio creatore (da quando quest’ultimo decise nel 1934 di aderire al partito nazista), non si può dimenticarne la capitale importanza teoretica e storica.
La maggior parte degli esseri umani vive, secondo il filosofo, una vita inautentica, sommersa dal trantran quotidiano e dettata dal fatto che le interazioni col mondo e con gli altri ci impediscono di comprendere fino in fondo il senso di noi stessi e della nostra esistenza. La vita vera, quella propriamente definita “autentica” dal pensatore, inizia quando capiamo la nostra finitudine, la nostra provvisorietà, la nostra limitatezza.
L’uomo che si interfaccia con la propria morte con angoscia comprende il valore della propria vita e diventa un cosiddetto “essere-per-la-morte“. L’angoscia scatena in lui la certezza che, dato il proprio tempo limitato, le sue opportunità devono essere consumate subito. Al contrario, la paura della morte lo raggela e gli impedisce di agire. I più risoluti, allora, sono coloro che comprendono questa dicotomia e si fermano a riflettere sull’importanza cruciale che riveste la loro tempo limitato.
La morte permette agli esseri umani anche di interfacciarsi col tempo, inteso non come il ticchettio di un orologio, ma, piuttosto, come nella relazione che creano con le fasi della loro vita. Il presente non è altro che la nostra quotidianità, il passato è la nostra nascita e il futuro sarà la nostra morte. Questo è tutto ciò che resta all’umanità: il sapere che il proprio tempo è regolato da queste tre fasi fondamentali e che tutto verrà scandito da esse.
La bellezza collaterale
Secondo Heidegger, il problema maggiore è tentare di comprendere come possano gli uomini, nella totale impossibilità di esperire in prima persona la propria morte senza cessare, per l’appunto, definitivamente di vivere, interfacciarsi con la propria finitudine e con il proprio limite. La risposta è che generalmente esperiamo dei lutti tali da farci soffermare a riflettere sul perchè della nostra stessa esistenza.
Nel film di David Frankel Collateral Beauty, Howard Intel (impersonato da Will Smith) compie uno straordinario percorso di crescita personale nel tentativo di accettare la perdita della figlia Olivia, morta, ancora bambina, a causa di un tumore al cervello. Le prime scene del film ci mostrano un uomo al collasso, la cui salute mentale è interamente compromessa.
Howard accetta di andare a frequentare le sedute di un gruppo di sostegno e lì incontra Madeleine (Naomie Harris). A primo impatto, i due sembrano perfetti sconosciuti, ma alla fine del film si scopre che lei è la madre di Olivia, la cui morte prematura ha portato alla distruzione di ogni legame tra i due. Commovente è il biglietto conservato Madeleine su cui Howard, dopo la dipartita della piccola, ha scritto se solo potessimo essere di nuovo estranei.
In ospedale, qualcuno spiega a Melaine il concetto di bellezza collaterale, da cui il film prende il titolo. La bellezza collaterale dipende dal fatto che ogni evento, anche il più drammatico, ha delle inevitabili conseguenze positive. Si basa sul fatto che la bellezza si cela in ogni luogo e sa fare da casa a chi voglia viverci dentro. Howard imparerà, alla fine del film, a riconoscerla e vederla in tutto.
Ma Tempo, Amore e Morte non si possono controllare e questo è l’insegnamento più grande che Howard ricaverà dall’intera vicenda. Infatti, i colleghi, nel tentativo di convincerlo a vendere l’azienda all’orlo del fallimento, decidono di filmarlo mentre parla con questi tre concetti astratti, impersonati da degli attori da loro stessi assunti. I tre ruoli non sono, però, scelti, in maniera casuale, ma dipendono dal fatto che Howard, dopo la morte di Olivia, avrebbe scritto delle lettere indirizzandole proprio ad Amore, Tempo e Morte.
Questi ultimi sono temi centrali anche nella teoria heideggeriana, come si è già visto: la morte stabilisce il nostro tempo e ci permette di vivere con amore. Inoltre, Howard è un vero seguace del filosofo, poiché impara a comprendere la propria vita solo quando esperisce la fine della cosa che aveva più cara al mondo, la morte di sua figlia.
Ma, in fin dei conti, questa non è la storia di Howard o la filosofia di Heidegger, questa è la vicenda dell’umanità. Si riassume nel fatto che, per quando possiamo sognare di essere infiniti, ciò che ci permette di sfruttare al massimo le nostre potenzialità è proprio la consapevolezza della nostra fine. Di tanto in tanto, un articolo, un film o un filosofo ci ricordano della nostra condizione e, allora, noi iniziamo a rifletterci su, consapevoli, però, che la morte è la nostra unica certezza e possibilità di realizzazione.
Memento mori. Ricordati che devi morire.
