Siamo appena stati catapultati nel Settecento, secolo di ribaltamenti e lotte che hanno nutrito i nascenti Café, dandogli carattere liberale e alternative-aristocratico. Più in là, diversi artisti, tra cui annoveriamo il disturbato ma geniale Vincent Willem Van Gogh, nobiliteranno il caffè a forma d’arte.

Non si può certamente definire i Café “luoghi di uguaglianza e sostenitori del proletariato” ma hanno saputo soppiantare i salotti nobili e le accademie universitarie, più inclini ad appoggiare e tenere vivo l’ordine pre-costituito. Siamo nel boom dell’ascesa borghese, aggregazione tra intellettuali dell’epoca impregnati di idee illuministe prima, e fermenti romantici poi. Sopravvivono tutt’oggi, ma conservano solo i rimasugli di un tempo ormai troppo lontano per una platea accecata, occupata solo e soltanto dalle luci dei propri cellulari.
I Caffè letterari: crocevia intellettuale e humus di idee
Il Settecento non è il mio numero preferito, né il biglietto conservato con artigli e fauci dei risultati della Lotteria Italiana 2022( risultati a breve). Quest’apparente ossessione soffocante è soltanto un dato storico imprescindibile, per ricordare il senso che storicamente hanno avuto i Café letterari nel panorama europeo. Andirivieni continui , pestate e scoppiettii sul selciato piuttosto che scarpe rococò impastate con fanghiglia: potrà sembrare teatrale e romanzesco ma si tratta di roba più volgare; l’inizio dell’urbanizzazione-spostamenti degli individui dalle campagne alle città in cerca di fortuna- favorirono la crescita del commercio e nuovi elementi di svago, e distrazione dalla frenesia della vita. Parliamo di una diffusione generalizzata del café letterario, dovunque in Europa (Francia, Austria, Italia, Spagna), luoghi d’incontro degli intellettuali dell’epoca, dove si discuteva di letteratura, arte filosofia e l’immancabile politica-con l’assolutismo regnante all’epoca, per quanto forti e rivoluzionarie fossero le loro dissertazioni, valevano meno delle chiacchiere da bar sul Reddito di Cittadinanza.

C’era una volta un caffè nell’arte, e viceversa?
C’era una volta un caffè, un omino inconsistente, gracile e tenue ma dalla forza espressiva inebriante. È sempre fumante e diventa insopportabile quando è freddo, va assaporato lentamente per coglierne ogni sua sfumatura; amaro nell’essenza ma dolce nel ricordo e in mani esperte può prosperare sino a trasformarsi in arte.
Fare arte nell’arte, è un concetto parnassiano, una forza estetica che è stata intagliata e affinata dalle più grandi menti della storia: il caffè ne fa parte. Quest’ultimo è arte semplice, personaggio in primo piano dei migliori schizzi su tela e tesoriere di momenti indimenticabili. Immagina di vivere la quotidianità del XVII secolo: camminare lungo le calli (vie) della Serenissima e vivere l’emozione del caffè, in bella vista di gondole fluenti in uno specchio d’acqua. Venezia è stata la culla del caffè, partendo dalla parte che si affacciava sul percorso di navi provenienti dall’Oriente. Sorge il primo “bar” nel 1720. Oggi, Caffè Florian è ancora il più ricercato.
Il caffè non è solo monopolio italiano, diventa un simbolo di socializzazione in tutta Europa. A consumarlo? Voltaire, nel settecento, con le sue moderate 40 tazzine di caffè al giorno per poter “combattere tiranni e imbecilli”. Ludwing Van Beethoven esperto conoscitore del caffè, tanto da creare una dose di chicchi di caffè personale per tazza. E come poter dimenticare il quadro che immortala il blu della notte e lo arricchisce con un vivace cafè notturno: Terrazza del caffè la sera di Van Gogh. L’artista prova a cancellare il buio sostituendolo con l’alternarsi di blu, viola e verde; mentre nelle vicinanze la piazza illuminata è colorata con giallo limone. La narrazione del quadro è amica alla nostra miscela bruno dorata, mette in risalto il contrasto cromatico che passa dal brusio del caffè nelle ore notturne al silenzio, senza infastidire la serenità degli avventori.

Cafè e Bar raccontano una storia diversa
Esistono ancora oggi luoghi dove ci si impegna con il mantice della volontà a tenere viva la fiamma di socialità, scambio d’idee e piacere nello stare assieme. Esistono ma riscontrano i peggiori risultati. Hanno una funzione ricreativa, avendo perso lo scopo originale e ritrovatasi a fare i conti con la società contemporanea della messaggistica istantanea. Oggi ci viene spiegato come comunicare: decalogo sulle “Cose da non fare” a un appuntamento, un colloquio di lavoro, alla presentazione di un brand aziendale e forse anche sulla tavoletta di un orinatoio.
Comunichiamo in maniera più qualificata, sì, ma tra noi esiste ben poca interazione sincera. Fortunatamente possiamo smorzare la conversazione online con un mi piace facilone e blocca utente. Le emozioni sono superate ragazzi, ci sono le emoticon che eliminano il fastidio della parola, il faccia a faccia diventa una formalità: come tale, utilizzata in rare occasioni.
Anche il caffè al bar è diventata occasione di stories tattiche. Scollegarsi è, oggi, una possibilità alla vera connessione tra persone. Ritrovare il piacere di stare al bar stando fuori dal mondo, un lusso da riottenere.
Ora è tempo di andarsi a fare un caffè e dimenticare il resto. Sto rivivendo il romanticismo di Gino Paoli mentre cantava: “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo”: riesumare il significato originario del caffè è anch’esso un modo per iniziare a cambiarlo.