È davvero possibile parlare di “senso di umanità”? A confronto Sartre, Murdoch e Brunori Sas

Una riflessione sulla consistenza del concetto di “umanità”, il riferimento più elevato di qualunque dottrina morale per promuovere la buona condotta sociale. 

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Le origini del “senso di umanità” sono ben più recenti di quelle dell’umanità stessa. I membri dei primi rudimentali gruppi sociali, per lo più familiari, non si ponevano di certo il problema di capire cosa potesse accomunarli agli individui di altre tribù, se non il fatto di condividere lo stesso irrefrenabile desiderio di sopravvivere. Nel corso dei millenni la formazione di civiltà molto avanzate ed estese sul territorio ha portato l’uomo a sondare il sentiero inesplorato della riflessione morale, in particolare con la sofistica greca e Socrate. È possibile determinare a priori cosa è giusto e cosa è sbagliato nei nostri comportamenti? Come far collimare l’interesse egoistico dell’individuo con la necessità etico-sociale della convivenza pacifica con gli altri? Nel tentativo di rispondere a queste domande molti filosofi hanno appurato l’esistenza di un vero e proprio ‘senso’ di umanità, che ci spinge a perseguire la solidarietà e l’altruismo nei confronti degli altri in modo disinteressato.

Sartre e la responsabilità

Jean Paul Sartre è stato uno dei filosofi più influenti e conosciuti dello scorso secolo, anche fuori dal panorama accademico. Partendo da una riflessione prettamente ontologica, Sartre distingue l’essere “in sé“, cioè le cose del mondo per come sono oggettivamente, e l’essere “per sé“, cioè la coscienza individuale. Fin dalla nascita la coscienza tende ad annullare l’oggettività dell’ in sé per rimodellarlo, attribuendo ad esso una serie di significati. Questo succede ogni volta che interagiamo con persone od oggetti del mondo esterno, come quando, per fare un esempio, entriamo in una stanza piena di persone. Una volta varcata la soglia, la nostra mente comincerà ad attribuire ad ognuna di esse dei significati puramente soggettivi (la persone che mi piace, quella simpatica, quella che odio ecc), non limitandosi dunque a classificare gli altri individui da un punto di vista puramente numerico-impersonale. È in tale attribuzione di significati nullificanti del dato oggettivo che consiste la nostra libertà individuale, cioè il nostro specifico ‘modo’ di esistere nel mondo come coscienze. Paradossalmente si tratta però di una libertà a cui non abbiamo aderito liberamente: tutto ciò che scegliamo di fare e di essere è vincolato ad essa, in ogni possibile situazione, ma prima di venire ‘gettati’ nell’esistenza non abbiamo potuto scegliere se effettivamente era questo il modo di vivere che volevamo.

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In questo contesto, se l’individuo è ciò che sceglie di essere, non ha alcun senso parlare di “umanità”. Non può esistere un tale sentimento collettivo di solidarietà universale se ognuno determina il suo essere a posteriori. Inoltre, allo stesso tempo, nulla di ciò che accade all’uomo può essere definito “inumano”, dalle guerre alle atrocità più efferate, perché tutto dipende dalla volontà e dalle scelte degli uomini, sia che agiscano o che si astengano dal farlo. La molla della buona condotta sociale non dovrebbe dunque risiedere in un sentimento comune di cui nessuno potrà mai definire compiutamente i contorni, bensì ripartire dalla responsabilità del singolo di fronte alla proprie scelte, che si concretizza nel corso dialettico della storia umana. L’unica via per perseguire l’ideale di impegno collettivo è il marxismo, che Sartre si propone di rivisitare in chiave anti-sovietica e con particolare attenzione data all’alienazione dell’individuo rispetto alle proprie scelte e azioni.

L’anti-esistenzialismo di Iris Murdoch

Filosofa e scrittrice attiva durante tutto l’arco del Novecento, Iris Murdoch sviluppa una riflessione morale che muove dalla critica delle tesi esistenzialiste riguardo al concetto di libertà. Secondo la pensatrice inglese la vita morale degli esseri umani si basa principalmente sull’insieme di valori e preconcetti con cui ci approcciamo al mondo, che solo in un secondo momento si riflette nelle nostre scelte. In La Sovranità del bene si descrive una situazione immaginaria in cui una suocera detesta la propria nuora perché ritenuta eccessivamente superficiale e perciò immeritevole di aver sposato il figlio. Questo sentimento negativo è motivato da una serie di pregiudizi dei quali la suocera è ignara, ma che al contempo determinano radicalmente i suoi comportamenti. L’unica soluzione per risolvere il conflitto consiste nello sforzo consapevole di affrancarsi da tali cliché per aprirsi all’altro con benevolenza. Il bene e la solidarietà non sono dunque convenzioni prive di scopo alla luce della libertà individuale, bensì condizioni focali dalle quali si può e si deve partire per costruire relazioni vantaggiose e proficue con gli altri. Chiunque pretenda di raggiungere la verità senza consapevolezza del retroterra culturale a cui appartiene (e dunque senza affrancarsi dai propri cliché) cadrà sempre in un circolo infinito all’interno del proprio io e della propria soggettività. Essere “umani” significa essere disposti a uscire dai propri vincoli morali verso gli altri – oppure, rivisitando il mito della caverna, essere umani significa emanciparsi dalla prigionia del proprio io, fronteggiare il fuoco, che rappresenta il pregiudizio, e uscire all’esterno, nell’ignoto.

Brunori Sas e Cip!

Il pensiero di Iris Murdoch ritorna nelle parole di uno dei cantautori italiani più importanti degli ultimi anni, Brunori Sas. Nel gennaio del 2020 esce il suo ultimo album, “Cip!”, in cui si riscontrano molte tematiche trattate in questo articolo. Di tutti i brani uno in particolare rispecchia il pensiero della filosofa inglese, cioè Mio fratello Alessandro. La storia che viene raccontata riguarda il legame che intrecciamo con le persone a cui vogliamo bene, soprattutto i familiari, ma si presta ad essere intesa in contesti diversi e più ampi. Nelle prime due strofe si sottolinea quanto è importante mettersi nei panni dell’altro ed assisterlo nelle difficoltà, perché sarà come occuparsi anche di se stessi. Una disposizione dell’anima favorevole all’empatia permette di uscire dai limiti del proprio io e guardare ai propri problemi da altre prospettive. È un azione che supera il semplice ‘attribuire un significato’ a ciò che sta al di fuori; e che ci rende in grado di guardare alle persone senza filtri, senza coercizioni auto-imposte, per conoscere meglio loro e noi stessi. In questa prospettiva dobbiamo fare attenzione al rischio di isolarci volutamente dagli altri e dal sé, rigettando il bene che si sviluppa nel coltivare i rapporti con gli altri e dunque andando ben oltre la solitudine (che invece talvolta è salvifica).

Perché gli uomini smettono di essere buoni / Solo quando si sentono soliQuando perdono di vista la luce / Che sta in tutte le cose”

Il senso di umanità sorge in virtù del contatto con gli altri e ci aiuta a vivere meglio la propria vita in qualsiasi contesto sociale. È la “luce” in grado di unire tutti gli uomini, “persino nel filo che unisce, lo sguardo dell’uomo che uccide, e dell’uomo che muore“.

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