C’era una volta… Un re! diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

Così Carlo Collodi, all’anagrafe Carlo Lorenzini, dà inizio ad uno dei libri più celebri della cultura italiana: Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, più noto come Pinocchio, pubblicato a più riprese tra il 1881 e il 1883. La storia di Pinocchio è nota a tutti, o quasi, così come il suo modello, di uno scansafatiche, che non si impegna nello studio e, soprattutto, di un bugiardo. Un burattino, Pinocchio, che forse anche inconsapevolmente, sa fare bene tutte queste cose come non lavorare, marinare la scuola, mentire, insomma: cacciarsi nei guai. Cosa ne ricava? Una trasformazione, in stile “Le metamorfosi” di Apuleio, in un asino destinato agli spettacoli circensi. Molto discutibile la scelta dell’autore di utilizzare l’asino come emblema dell’ignoranza e dell’inconsistenza, soprattutto se contribuisce questa, allo sviluppo di un luogo comune, molto diffuso ancora oggi.La società che ci mostra Collodi, la periferia di Firenze di prima metà dell’ Ottocento, è altamente degradata, povera economicamente e culturalmente. Non esattamente l’ideale per un burattino che per la prima volta si affaccia al mondo e trova un posto volgare, intollerante, schiavo di luoghi comuni e dell’ignoranza, in poche parole: scontato. Qual è il luogo, apparentemente, opposto a questo? Senza dubbio l’Atene democratica del quinto secolo avanti Cristo, dove vive ed opera l’uomo meno scontato e più sapiente di tutti: Socrate.

Dotti, medici e sapienti

Nel sedicesimo capitolo del libro Pinocchio la fata turchina fa raccogliere il burattino dopo l’aggressione ad opera del Gatto e della Volpe, lo mette a letto e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto. I tre medici sono un Corvo, una Civetta e un Grillo (il celebre Grillo Parlante che Pinocchio lo conosce bene).

A quest’invito, il Corvo, facendosi avanti per primo, tastò il polso a Pinocchio: poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:                 

-A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo! -Mi dispiace, -disse la Civetta- di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega; per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero.

E lei non dice nulla?- domandò la Fata al Grillo-parlante.

-Io dico che il medico prudente, quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è di star zitto. Del resto quel burattino lì, non m’è fisionomia nuova: io lo conosco da un pezzo!-

Pinocchio in lacrime con, ai lati, i medici e la Fata. Pinocchio, Carlo Collodi, Rusconi Libri 2002. Illustrazione copertina, Simonetta Marongiu

L’inutilità e la saccenza di questi medici è uno spunto importantissimo nell’ottica di un discorso più ampio, ossia: di chi si può fidare l’ingenuo Pinocchio? Quei medici che dovrebbero salvarlo non perdono occasione per sfidarsi in una battaglia per la gloria a chi ne sa di più. In questa società egoista tutti coltivano solo il proprio orticello e quando un bambino viene a chiedere un tozzo di pane, o lo si manda via a calci o lo si mette ai lavori forzati. Nel sedicesimo capitolo ritorna, prepotente, questo tema. Chi può salvare Pinocchio da questo Homo omini lupus ? Una voce, un appello, circa un secolo e mezzo dopo Collodi, sembra guidarci nella direzione giusta.

Nel 1977 il cantautore napoletano Edoardo Bennato pubblica Burattino senza fili, un concept album, ossia un album all’interno del quale tutte le canzoni ruotano attorno ad un unico tema: le avventure di Pinocchio. La quinta delle otto canzoni di nome Dotti, medici e sapienti ha come fondamento proprio il sedicesimo capitolo del romanzo scritto da Carlo Collodi. Bennato immagina un dibattito tra professori e altri sapientoni intorno al letto su cui giace quasi esanime Pinocchio. Il dibattito riguarda non la cura da somministrare al malato ma i provvedimenti da prendere affinché non contagi nessuno. L’ultima strofa rappresenta un barlume di speranza in una canzone per lunghi tratti triste perché specchio di un umanità che si crede realizzata.

Permettete una parola,
io non sono mai andato a scuola
e fra gente importante,
io che non valgo niente
forse non dovrei neanche parlare.
Ma dopo quanto avete detto
io non posso più stare zitto,
e perciò prima che mi possiate fermare
devo urlare, e gridare,
io lo devo avvisare,
di alzarsi e scappare
anche se si sente male,
vai, scappa…! scappa!…scappa!
Prendetelo…! Prendetelo…guardie!
Scappa!!!

Apologia di Socrate

Circa 2280 anni prima de Le avventure di Pinocchio, poco più ad est, viene condannata a morte una della figure più influenti del pensiero occidentale: Socrate. Il motivo? Lo dice Bennato nell’ultima strofa. O forse è proprio Socrate che parla con la bocca del cantautore di Napoli e che fa scappare Pinocchio da questi ciarlatani? Sicuramente Socrate ne ha scovati tanti, troppi, di falsi sapientoni,sia chiaro non consapevolmente. Egli voleva solo sapere se l’oracolo di Delfi avesse ragione a definirlo Il più sapiente di tutti.

“[…] Esaminandolo con cura e discutendo con lui – non occorre far nomi, ma colui dal quale ebbi questa impressione, cittadini ateniesi, era un uomo politico – mi sembrò che quest’uomo apparisse sapiente a molti altri e soprattutto a se stesso, ma non lo fosse. Perciò cercai di dimostrargli che si riteneva sapiente, ma non lo era. E così diventai odioso a lui e a molti dei presenti.(Apologia di Socrate, VI 21d)

Socrate fa tabula rasa di ogni falsa certezza, falsa nella misura in cui si basa su una presunzione o peggio, su di una menzogna. Ecco perché è il più sapiente di tutti, perché è a conoscenza della verità più autentica: “So di non sapere”. Sono illusi tutti coloro che si ergono a Dotti , medici e sapienti quando in realtà sanno solo accarezzare il proprio ego. Contro di loro Socrate combatte una dura battaglia, che vince, ma che gli costa la vita. Esemplare è la sua reazione al responso della condanna a morte. Non di questo mondo, ma di quello che si apprestava a raggiungere, le parole finali del testo:

“[…] i miei figli, quando fioriranno, castigateli voi,ateniesi, con le stesse torture di parole con cui vi torturavo io, nel caso vi diano l’impressione che il loro impegno vada ai soldi, o a qualche altro oggetto, prima e più che al migliorarsi. Se poi si illudono di essere qulcuno, e invece non sono nessuno, mordeteli, come io mordevo voi, perché s’impegnano in direzione errata, e pensano di valere qualcosa, ma sono inconsistenti. Ammesso che lo facciate, questo, allora vorrà dire che ho ricevuto da voi altri il giusto trattamento: io e i figli miei. Ma ormai è ora di partire: io verso la morte, voi verso la vita. Chi di noi cammini a una meta superiore, è buio per chiunque: non per il mio dio.” (Apologia di Socrate, XXXIII ,41e-42a)

Francesco Monda

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.