A un passo dal referendum: il voto tra diritto e responsabilità

In occasione dell’imminente referendum consultivo sul futuro dell’Atac, tutti i cittadini sono chiamati a votare per esprimere il proprio parere circa la possibilità di liberalizzare il trasporto pubblico della capitale. Secondo un questionario dell’Eurostat solo il 32% degli italiani si considera felice del servizio offerto dai trasporti, contro l’89% di Londra, l’87% di Berlino e l’80% di Parigi. Ad abbassare notevolmente la percentuale è di sicuro la grandissima insoddisfazione dei cittadini romani da anni sotto il monopolio Atac. Saranno circa 2,4 milioni i votanti che domani andranno alle urne con la speranza, in ogni caso, di migliorare la gestione dei trasporti e rendere più efficienti i servizi. Per il sì, o per il no, è quindi indubbia l’importanza di andare a votare per un tema così delicato e che ci riguarda nel quotidiano. Questo articolo non sarà una critica a chi, confuso e spaventato dall’immenso mondo dell’impegno politico, alla vigilia del referendum, decide timidamente di chiedere ai genitori “Quindi, voto sì o no?”. Immagine correlata

È piuttosto un tentativo di mettere in luce la portata filosofica (morale, oltre che politica) del voto, cercando di offrire una prospettiva che vada in una direzione completamente diversa: siamo sicuri, infatti, che tutti dovrebbero votare

È universalmente noto che tutti abbiano il diritto e il dovere di partecipare alla vita politica del proprio paese, perché il voto è la più diretta e autentica espressione delle proprie opinioni che tutti sono chiamati ad esprimere. Tuttavia il dubbio sollevato dalla domanda è lecito.  In “Contro la democrazia” il filosofo americano Jason Brennan divide i cittadini in tre categorie: gli hobbit, coloro che non hanno alcun interesse per la politica, gli hooligan, gli elettori medi che valutano approssimativamente le informazioni, e i vulcaniani, i cittadini più informati e possessori di un’acuta capacità di giudizio e analisi. Il filosofo pone così l’attenzione sul lato, possiamo definire, più “spaventoso” del voto, ossia quello che implica una certa responsabilità che in pochi riconoscono, ma per cui molte persone hanno lottato e di cui bisogna approfittare. Brennan dimostra così come il voto non sia una scelta semplicemente individuale in quanto ricade, inevitabilmente, sull’intera collettività. Il filosofo propone una semplice riflessione “Vale la pena votare? Vale la pena perdere tempo per andare a dare un voto che non è detto cambierà l’esito?”

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Il caso della Brexit

L’importanza di andare a votare è pressoché indiscutibile e lo dimostra il fatto che se tutti pensassero che il proprio voto non cambierebbe le cose, allora si cadrebbe in una situazione di astensione totale e quindi, solo allora, ciascun voto sarebbe determinante. Per votare però bisogna essere informati, lo sappiamo bene, ma certe volte è complicato conoscere tutte quegli effetti e i potenziali sviluppi che possono essere conseguenze inaspettate della nostra scelta. E la Brexit, sotto questo punto di vista, ne è un esempio perfetto. O meglio la “regrexit” (ossia il sentimento di pentimento provato subito dopo il voto). L’Inghilterra rimane o esce dall’Unione europea? Molti di coloro che hanno votato a favore si sono pentiti, hanno rinnegato la scelta, si sono dichiarati inconsapevoli delle conseguenze o, semplicemente, non pensavano che il proprio voto avrebbe determinato un esito del genere (quando invece sono più di 1 milione coloro che vorrebbero tornare indietro e allora sì che avrebbero fatto la differenza). Quindi ritornando alla domanda “quanto di personale e autentico c’è dietro al voto?”, si può rispondere che votare è espressione del proprio modo di pensare in relazione ai problemi sofferti da un’intera collettività. Si tratta di quanta voglia abbiamo di partecipare ad una realtà politico-sociale decisamente più grande di noi. È un invito che può mettere paura, ma che in fondo va oltre qualsiasi imposizione etica (ciò che un vero e bravo cittadino dovrebbe fare): è più che altro un invito, per noi stessi, a imparare a pensare autonomamente. Significa soprattutto iniziare a ragionare a prescindere dal pensiero che hanno gli altri e, soprattutto, dall’influenza che hanno su di noi. Ciascun voto, per quanto sbagliato, imperfetto, istintivo o influenzato che sia, vale e ha in sé la propria ragione di esprimersi.

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