Donne guerriere: le combattenti curde sono l’incarnazione degli ideali platonici nella Repubblica

Le donne guardiane descritte da Platone difendono la città ideale, così come le curde combattono per la protezione del proprio popolo.

Alcune donne curde si sono riunite per formare l’Unità Difesa delle Donne nel 2013, hanno combattuto per ottenere la regione del Rojava e continuano ad agire per proteggere i propri ideali egalitari dagli attacchi fondamentalisti e nazionalisti.

Il popolo dei curdi è stato trascurato dalla comunità internazionale

Dal 2016 i media occidentali sono a conoscenza dell’esistenza delle combattenti curde: bellissime ragazze dagli occhi neri e dal sapore mediorientale, che imbracano il fucile e combattono per il proprio popolo. Queste donne sono realmente come le descrivono? Il luogo di provenienza del popolo curdo è il Kurdistan, tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, e come questo territorio montuoso, la comunità che lo abita è costretta a essere spartita tra gli stessi stati con il mero titolo di minoranza. Nel 1920, infatti, dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano, il trattato di Sèvres prevedeva la creazione di uno stato per i curdi; tuttavia, già nel 1923 la definizione dei confini della Turchia ignorò le disposizioni del precedente trattato. Il risentimento nei confronti delle politiche internazionali ha sfociato in ribellioni e rivendicazioni, in risposta delle quali i governi non hanno avuto pietà. In un contesto in cui l’unico collante del popolo senza terra sono le tradizioni e la cultura, sono nate le guerriere che hanno saputo prendere le armi e porsi in prima linea per salvaguardare la propria identità contro gli attacchi esterni. Riunitesi nel 2013 a formare la Yekîneyên Parastina Jin (YPJ), ossia l’Unità Difesa delle Donne, sono già riuscite a conquistare il controllo dei territori del Rojava in Siria, a maggioranza curda. Si tratta di un esercito sorto spontaneamente, senza alcun sostegno internazionale, che riesce a sopravvivere grazie all’aiuto dei locali. Nel 2014 le curde sono state in prima linea contro lo Stato Islamico durante l’Assedio di Kobane, respingendo il califfato e guardando negli occhi dei fondamentalisti il terrore di venire uccisi per mano di una donna, che precluderebbe loro l’ingresso in paradiso.

Le combattenti curde non temono l’azione per i propri ideali

Molte delle combattenti curde si arruolano volontariamente prima di compiere vent’anni, rinunciando alle loro case, ai propri sogni, agli affetti. Non sanno se torneranno ad abbracciare i propri cari, né contro chi dovranno combattere: una volta affrontato lo Stato Islamico, le curde hanno dovuto combattere contro l’esercito turco e chissà per quanto ancora saranno costrette a rivendicare con la forza alcuni territori per il proprio popolo. Nonostante ciò la difesa, come dichiara lo stesso nome del gruppo femminile, e la protezione della propria comunità sono per loro aspetti incommensurabili, per i quali vale la pena dare la propria vita. A rischio ci sono gli ideali che permeano le comunità curde: nella regione del Rojava si è raggiunta la parità dei sessi anche nei gradi più elevati dell’amministrazione. Le combattenti vogliono essere il simbolo di donne che possono combattere, trascendere il ruolo di moglie e madre ancora molto vivo in medioriente, mettersi in campo, sfidando alcuni tra i più temuti nemici del mondo occidentale che nonostante tutte le sue armi e i suoi eserciti non ha saputo garantire il diritto di uno spazio per i curdi. Si lamentano del fatto che gli Stati Uniti le abbiano illuse e poi abbandonate, ma non smettono di agire, non si arrendono davanti a quella che potrebbe essere considerata da molti una battaglia persa. L’elemento che scorre nelle loro vene è la pura forza, la sagacia, la resilienza e l’amore del proprio popolo. Non si accontentano di riempire i ranghi delle squadre maschili, non vogliono esser loro da supporto, quanto piuttosto creare una squadra agente, che sullo stesso piano dei guerrieri combatte per i medesimi ideali.

La città perfetta descritta nella Repubblica sarà difesa anche dalle donne

L’uguaglianza nella difesa del popolo non è un ideale contemporaneo, ma l’esplicitazione di un principio già noto a Platone, quasi duemilacinquecento anni fa. Nel libro quinto della Repubblica, Socrate sta ancora delineando la sua città ideale, quando gli viene richiesto dagli interlocutori un approfondimento riguardo alla sua massima koina ta philon, comuni sono le cose tra gli amici. Ciò che potrebbe stupire i lettori di oggi è che Socrate auspica per la sua città ideale una sorta di comunanza non solo dei beni, ma anche delle donne e dei figli. Tale situazione sociale dovrebbe però avverarsi solamente all’interno della classe dei guardiani, quella caratterizzata dalle persone dall’anima coraggiosa che hanno lo scopo della difesa della città. La comunanza delle donne non deve tuttavia far pensare ad una loro sottomissione al patriarcato o un loro accostamento alla funzionalità di oggetti sessuali. Infatti è proprio all’interno di questa classe che Socrate parla di un ruolo attivo delle donne, giustificato dal fatto che non esistono funzioni prettamente maschili e altre fatte su misura per la donna. Attraverso un paio di metafore, il filosofo perviene alla conclusione che ciò che realmente differenzia i generi sono solamente i diversi compiti nella riproduzione. Una volta partorito, la donna rimane libera di adempiere alle proprie funzioni di difesa e guardia perché la città si prenderà in cura il figlio e lo farà crescere da guerriero senza che egli conosca i propri genitori. In questo modo viene garantita alle donne la libertà dagli impegni tradizionalmente ad esse attribuiti, risultando in una gratificazione personale (per il fatto di essere consapevoli di un proprio ruolo attivo nella città) e in quella della città stessa che vedrà rinvigoriti i propri ranghi difensivi. In un contesto del genere la donna viene definita nei termini delle opportunità che le sono riservate in base alle proprie capacità, senza che si necessiti una specificazione sul suo sesso. Si scoprono così i motivi che animano un’impresa come quella dell’Unità Difesa delle Donne nel Medio Oriente: la libertà di agire per dimostrare il proprio valore senza l’intervento del pregiudizio. Socrate non sarebbe soddisfatto se potesse guardare all’azione delle curde come ad un adempimento ideale delle sue teorizzazioni?

Lascia un commento