Il Superuovo

Donatella Francesca Versace e Bernard de Mandeville sfilano sulla passerella della vanità

Donatella Francesca Versace e Bernard de Mandeville sfilano sulla passerella della vanità

La vanità è propria dell’uomo, gli specchi in ogni angolo della casa ne sono la prova eppure non si limita a questo… è qualcosa che va oltre.

Si è dibattuto da sempre su che cosa fosse il “bello” nella sua accezione più ampia possibile, quesito che nel tempo ha trovato infinite risposte ma mai una universale e definitiva.

 

DONATELLA FRANCESCA VERSACE

Donatella Versace, un nome e un logo, uno stile “di rottura” come lei ama definirlo, è immediatamente riconoscibile ed è questo a cui deve mirare ogni brand di lusso.
Gianni Versace, il vero fondatore della casa di moda italiana tra le più note al mondo, è stato aspramente criticato agli albori della sua carriera -come nella recente intervista a Muschio Selvaggio ha ricordato la sorella Donatella- ritenuto lo stilista delle prostituite per i colori, i tagli e la tipologia di abito da lui prediletti.
Un pugno di primavera-estate in tutto il grigio che era allora la moda, un solo obiettivo quello di Versace: non essere bon ton.
Una storia che sa di film, una piccola famiglia che parte dalla realtà calabrese per conquistare tutto il mondo; proprio da Reggio Calabria prende origine il logo di Versace, durante alcuni scavi tra i vari reperti archeologici viene rinvenuta una statua raffigurante Medusa che rapisce da subito il cuore di Gianni Versace divenendo il logo ufficiale della maison.

Vanità

Che cos’è la vanità?
Da dizionario: “Frivolo compiacimento di sé e delle proprie qualità personali, vere o presunte: soddisfare, lusingare, solleticare la v.; la stolta v. di certi letterati; anche, eccessivo interesse per cose futili (la proverbiale v. delle donne) e innocente mania, debolezza.”
Tralasciando l’attribuzione di suddetta caratteristica alle donne, idea arcaica e maschilista, concentriamoci sul primo enunciato “Frivolo compiacimento di sé e delle proprie qualità personali”, è spesso associata la vanità alla superficialità, soprattuto a seguito di commenti di grandi filosofi a riguardo come Friedrich Nietzsche che scrisse della vanità: “è la paura di apparire originali: perciò è una mancanza di superbia, ma non necessariamente di originalità”.
Dopo una più approfondita analisi dell’espressione sopracitata, vediamo la vanità come una qualità caratterizzante l’uomo; sebbene Nietzsche consideri l’essere umano un mero evento tra gli eventi, spodestandoci dal piedistallo che dall’Illuminismo in poi abbiamo sempre sentito nostro, il filosofo intravede nella vanità un appiglio di diversità, al quale con coraggio bisogna aggrapparsi che non ci eleva ma ci caratterizza rendendoci, in parte, originali nel flusso delle cose che tutte uguali scorrono.

La favola delle api

La favola delle api, opera di Bernard de Mandeville da un volto nuovo al concetto di vanità indagando proprio sulla sua origine naturale/biologica, ragionando per assurdo ipotizza un mondo in cui gli uomini sono austeri, non vogliono il lusso o la bellezza, non si curano della meraviglia delle opere d’arte, dell’architettura semplicemente perché non la vedono, in questo grigio la società inizia a perire divenendo misera e impotente, è infatti questa spinta umana, la vanità, a creare ricchezza e prosperità nella realtà in cui viviamo è un vizio privato che produce una virtù pubblica.
Mandeville sostiene che la vanità coincida con la tendenza a voler preservare noi stessi, per fare ciò dobbiamo piacerci, amarci.
L’uomo, però, cade sempre nella domande del se sia effettivamente un bene questo autocompiacimento e dunque cerca insistentemente conferma negli altri, questa continua ricerca di riprove ha la forma di una garanzia di lode la quale è alla base della vanità stessa.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: