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Donare il sangue non è per tutti: analizziamo la questione del “gay blood”

Donare il sangue non è per tutti: analizziamo la questione del “gay blood”

Imparzialità della scienza ed egualità: quali sono i limiti e le contraddizioni? Analizziamo la questione del “gay blood” e la sua radice discriminatoria.

Opera di Keith Haring

Sangue. È solo sangue. Eppure, anche il sangue può essere discriminazione, anche l’altruismo, anche il senso civile: nonostante tutto, preferiamo rifiutare una preziosa donazione di sangue pur di non abbandonare il pregiudizio.

PRECAUZIONE O DISCRIMINAZIONE? DONARE IL SANGUE NON È MAI STATO COSÌ DIFFICILE

Donare il sangue è sintomo di grande senso civile, un gesto che nasconde filantropia e cura per gli altri. Un discrimine, una postilla, ciò che si legge prima di potersi sottoporre al prelievo: importante l’astinenza da rapporti omosessuali fra uomini entro tre mesi prima della donazione o, per le donne, di rapporti sessuali non protetti con uomini che hanno avuto partner di sesso maschile. “Precauzione”, questa la motivazione dell’AVIS, per scongiurare il rischio di AIDS: un’ “esposizione al rischio” che altro non è che uno stereotipo. Sì, perché, dati alla mano, non è possibile stabilire una correlazione fra il virus HIV e gli uomini omosessuali e bisessuali: l’AIDS non si fa scrupoli e colpisce la popolazione senza distinzioni di sessualità; le percentuali del 2019 fornite dall’ISTISAN – Istituto Superiore di Sanità, infatti, raccontano una situazione equamente distribuita fra persone omosessuali ed eterosessuali (rispettivamente 42,2% e 42,3%). Un’ulteriore prova della mancata credibilità scientifica di questa selezione è l’estensione della prescrizione anche a coloro che sono in una relazione stabile, al contrario di quanto chiesto a coloro in una relazione eterosessuale. Si parla di “limiti temporali” – che solo “grazie” all’emergenza COVID sono stati ridotti a tre mesi a differenza dei precedenti dodici mesi di astinenza sessuale – e “MSM” – ovvero “men who have sex with men”. Altra caratteristica peculiare è la mancanza di riferimenti all’HIV nelle donne WSW o ai rapporti eterosessuali: se sappiamo che la malattia è sessualmente trasmissibile senza distinzioni di genere o sesso, perchè continuiamo ad usare questi dati come discrimine?

Fonte: Nguyễn Hiệp su Unsplash

LA “PESTE GAY”: L’INCUBO DELL’AIDS NEGLI EIGHTIES

Vedersi negata la possibilità di effettuare una donazione di sangue, non è una violazione dei diritti vera e propria. Bensì, un sacrificio per la collettività, il preferire un limite falsamente scientifico alla realtà effettiva, una discriminazione velata che racconta il panorama sociale dell’ondata di AIDS che colpì gli anni ’80. Non è un caso se le prime definizioni di questo virus furono “gay compromise sindrome”, “immunodeficienza gay-correlata (Grid)” o “cancro dei gay”: il mondo omosessuale soffrì notevolmente per l’epidemia a causa del sesso non protetto, molto comune nel mondo LGBT, ma non ne fu l’unica vittima. Un virus è un virus, non seleziona gli organismi da attaccare a seconda del loro orientamento sessuale, gli uomini, però, sì e preferirono (e preferiscono) discriminare i loro simili anche in un momento così delicato come quello dei primi casi di AIDS.

Ciò che è più sconcertante, però, è il parere scientifico alla base di questa limitazione: come già detto, una “precauzione”, senza fondamento medico – nel 1982 era già chiaro che il virus si potesse diffondere in chiunque – o statistico – vedi sopra. L’atteggiamento, per analogia, è lo stesso di coloro che additarono l’intera popolazione cinese come untrice ad inizio 2020, scatenando una violenta ondata di razzismo, senza vera giustificazione.

BIOETICA ED IMPARZIALITÀ DELLA SCIENZA: DOVE SI PONE IL LIMITE

Il problema è radicato in quella che si chiama bioetica: il termine è noto, d’altronde si è guadagnata il posto di protagonista del mondo scientifico moderno, che deve oggi scontrarsi con questioni etiche e morali. Questa disciplina lavora a stretto contatto con la scienza ed ha come fine quello di regolarla onde evitare effetti pericolosi – certamente non apocalissi zombie, anche se sicuramente non passerebbero lisce ad una commissione bioetica. La questione è importante: si parla di imparzialità. La scienza non può più essere considerata come apolitica, anzi, non lo è mai stata. Come ogni altro campo del sapere umano, essa è difettosa e soggettiva, riferita alla società del tempo ed ai suoi bisogni specifici: basta volgere lo sguardo alla medicina orientale, ad esempio, per rendersi conto di non poter effettivamente riassumere le conoscenze umane in un’unità neutrale. Ogni scienziato, ogni medico, ogni biologo, porta con sé il mondo che lo circonda: che sia tradizione o morale personale. Un esempio semplice? Gli obiettori di coscienza. In questo caso, dove sarebbe l’apoliticità della scienza?

È proprio per questo se, quando leggiamo che Cina, Filippine, Grecia, Libano, Singapore e Slovenia sono fra i paesi che negano le donazioni di sangue da parte di uomini omosessuali, non dobbiamo poi stupirci così tanto. Il problema, però, persiste, così come la domanda: preferiamo davvero non poter curare qualcuno al discriminare?

 

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