Il Superuovo

Don Luigi Sturzo: il clericale che credeva nelle libertà sociali e nella democrazia

Don Luigi Sturzo: il clericale che credeva nelle libertà sociali e nella democrazia

Il 26 Novembre 1871 nasceva a Caltagirone, provincia di Catania, Don Luigi Sturzo, prete cattolico romano italiano e un politico di spicco. Era conosciuto durante la sua vita come un ” socialista clericale ” ed è considerato uno dei padri della piattaforma democratica cristiana, sancendo il definitivo distacco dal principio del “non expedit”.

Sturzo fu uno dei fondatori del Partito Popolare Italiano nel 1919, ma fu costretto all’esilio nel 1924 con l’ascesa del fascismo italiano , e successivamente nel dopoguerra Democratici cristiani. Egli era un convinto assertore della necessità di coerenza per i credenti tra vita religiosa e impegno politico, un attento analista dei rapporti tra Chiesa e Stato. Fu sempre fedele all’idea che le libertà sociali e la democrazia costituissero un binomio inscindibile a patto che non venissero schiacciate dagli eccessi dello statalismo.

Dal “Non expedit” alle prime collaborazioni tra Cattolici e politica

La partecipazione diretta e indiretta dei cattolici alle elezioni politiche passò attraverso un graduale affievolimento del divieto imposto dalla Santa Sede a partire dall’Unità d’Italia. Tale divieto, comunemente riassunto con la locuzione latina “non expedit” (“non conviene”) dalle prime parole del Decreto della Curia romana del 1874 che rese doverosa l’astensione dei cattolici dalla vita politica a causa della fine del potere temporale dei papi e più volte ribadita, durò ufficialmente fino al 1919. Fu Benedetto XV a consentire ai cattolici di entrare nel Partito Popolare di don Luigi Sturzo, revocando implicitamente il non expedit. La scelta della Santa Sede era piuttosto chiara: essa, tra la fine del Diciannovesimo secolo e i primi vent’anni del Ventesimo, stava iniziando a temere la conquista del potere da parte di partiti anticlericali. Non solo, questo cambio di rotta era stato favorito anche dall’apertura di alcuni Presidenti del Consiglio, i quali, conoscendo bene la potenza della Chiesa sulle masse e in campo internazionale, preferivano cominciare con essa una sorta di rapporto di amicizia, piuttosto che continuare ad averla come nemica. La storia italiana di inizio Novecento ci riporta, però, alla mente, anche un primo caso di collaborazione tra politica (mondo liberale) e l’elettorato cattolico, addirittura precedente alla decisione di Benedetto XV: il Patto Gentiloni. In vista delle elezioni del 1913, le prime a suffragio universale maschile, Giolitti e il presidente dell’Unione elettorale cattolica Ottorino Gentiloni stipularono un accordo non ufficiale, secondo il quale l’elettorato cattolico avrebbe sostenuto i candidati liberali che si fossero impegnati a non promuovere leggi anticlericali. Il patto Gentiloni fruttò ai liberali un incremento di oltre 60 deputati rispetto al 1909.

 

Il Partito Popolare Italiano e la sua natura confusionaria

Il Partito Popolare Italiano (PPI) è stato un partito politico italiano fondato il 18 gennaio 1919 da Luigi Sturzo. Ispirato alla dottrina sociale della Chiesa cattolica, il PPI rappresentò per i cattolici italiani il ritorno organizzato alla vita politica attiva dopo lunghi decenni di assenza a causa del non expedit conseguente alle vicende dell’unificazione nazionale. Le direttive programmatiche del nascente partito furono esposte nell′Appello ai liberi e forti. L’Appello accettava ed esaltava il ruolo della Società delle Nazioni, difendeva le libertà religiose contro ogni attentato di setta, il ruolo della famiglia, la libertà d’insegnamento, il ruolo dei sindacati. I proponenti ponevano particolare attenzione a riforme democratiche come l’ampliamento del suffragio elettorale (compreso il voto alle donne) ed esaltavano il ruolo del decentramento amministrativo e della piccola proprietà rurale contro il latifondismo. Il PPI, però, secondo l’espressa volontà di Sturzo, era apertamente interconfessionale (partito di cattolici ma non cattolico), interclassista, che traeva la sua ispirazione dalla dottrina sociale cristiana, ma che non voleva dipendere dalla gerarchia cattolica. Durante il primo congresso del 1919 Sturzo, motivando la scelta di non avere riferimenti alla religione cattolica nel nome del partito, affermava: “È superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico. I due termini sono antitetici; il cattolicismo è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, ed abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione“. Questa iniziale confusione del ruolo del partito non contribuì a farne comprendere la vera natura, forse troppo moderna per l’Italia di quegli anni. Sturzo, infatti, faticò molto a mantenere l’autonomia del partito dalle gerarchie, anche perché il partito aveva raccolto anime tenute spesso insieme solo dalla comune ispirazione religiosa.

Il pensiero di Sturzo e la politica odierna

L’«Appello ai liberi e forti» fu rivolto cento anni fa da Don Sturzo ad un Paese che non seppe ascoltarlo e scivolò verso la deriva totalitaria. Uno sguardo anche rapido alla situazione dell’Italia d’oggi mostra l’immagine di un Paese in larga parte sfiduciato e diviso, con tratti per alcuni aspetti non dissimili da quelli dell’Italia cui si rivolgeva l’Appello ai liberi e forti firmato da don Luigi Sturzo e dalla Commissione Provvisoria del Partito Popolare il 18 Gennaio 1919, esattamente un secolo fa. La stanchezza si profilava allora e si profila oggi soprattutto nella perdita di carica utopica, riscontrabile specialmente fra i giovani, e in quella diffusa disaffezione nei confronti dell’impegno politico, che sembra sempre più ricompensare chi promette quanto maggiormente rassicura o piace. Il messaggio che viene a noi dall’appello di Sturzo sta soprattutto nella convinzione che alla vita politica occorrono donne e uomini capaci di pensare in grande, di osare per uno scopo giusto, di pagare il prezzo anche a livello personale per il conseguimento di un fine che valga la pena per il bene comune. C’è bisogno di protagonisti capaci di misurarsi costantemente con l’esigenza dei giudizi etici, promuovendo con il massimo impegno la dignità della vita di tutti, unendo al soddisfacimento dei bisogni materiali la cura delle esigenze spirituali. Nell’idea di don Sturzo, infine, il servizio al bene comune non può realizzarsi come avventura solitaria, ma ha bisogno della comunità da cui attingere ispirazione e forza e con cui verificare l’onestà e l’efficacia dell’impegno. Due atteggiamenti opposti hanno danneggiato questo rapporto nella storia del nostro Paese: da una parte, il collateralismo, che ha spinto talvolta i cattolici a ritenere un unico partito politico braccio secolare dei propri interessi e i politici che si fregiavano del nome cristiano a considerare la comunità come fonte di facili consensi e di sostegno sicuro. Dall’altra, il disimpegno verso l’azione politica, che ha portato al disinteresse e all’abbandono dell’attenzione ai più deboli, che dovrebbe essere sempre viva nel cuore dei credenti. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati: occorre costruire un rapporto di fiducia e di stimolo critico fra coloro che si riconoscono nella vocazione al servizio politico e la comunità nel suo insieme.

 

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