Distruggere il razzismo a colpi di pallone: la lezione della sociologia e di Daniel Alves

Quando le discriminazioni entrano negli stadi.

Alves con la maglia della Juventus

Dicono che il razzismo non abbia confine e difatti non sa distinguere nemmeno le maglie delle squadre di calcio. Approfondiamo questo aspetto acquistando un biglietto per Sociologia-Razzismo insieme a Daniel Alves.

UNA PARTITA DIVERSA DALLE ALTRE

Era il 27 aprile del 2014 e doveva essere una partita come tante altre che vedeva il Villareal sfidare il Barcellona sotto il tifo di migliaia di tifosi spagnoli e non. Dopo i primi due goal segnati dal Villareal che resero la vittoria per il Barca sempre più lontana, durante il secondo tempo vediamo Dani Alves apprestarsi per battere calcio d’angolo. Fra l’euforia e la tensione per un calcio che poteva cambiare le sorti della partita, dagli spalti del Madrigal venne lanciata una banana che aveva come bersaglio proprio il nostro giocatore. Dani Alves poteva avere tante reazioni, poteva lasciare inorridito il campo lasciando soli i propri compagni o andare a cercare l’autore del gesto fra migliaia di tifosi per dargli un ceffone proprio come fece l’attore Will Smith al comico Chris Rock durante gli Oscar, e invece fra tutte le reazioni possibili scelse quella più elegante. Non fa una piega, anzi, si piega, la mira, la raccoglie, la mangia e solo alla fine tira il suo calcio d’angolo. E mentre il Barcellona rimonta con un 3 a 2 conquistando il Madrigal, il gesto di Alves lo porterà ad essere il vincitore morale di quella partita. Un morso al razzismo senza precedenti, che resta purtroppo uno dei tanti che vedono schierati da un lato i giocatori di squadre che, nel corso degni anni, sono diventate sempre più multicolore, e da un lato i tifosi che, spesso e volentieri, scambiano il tifo per una gara a chi insulta di più. E mentre da un lato la procura FIGC ha aperto un’inchiesta a seguito degli insulti ricevuti da Kalidou Koulibaly, difensore senegalese del Napoli, a cui ha dovuto rispondere personalmente lanciando su Twitter l’hashtag #NoToRacism, da un lato gli episodi di razzismo all’interno degli stadi sembrano non voler diminuire.

Fotogramma che mostra il momento in cui Alves mangia la banana lanciata contro di lui.

LA SOCIOLOGIA CHE ENTRA IN CAMPO

L’anatomia del razzismo è ben più complessa di quanto si possa pensare: gli stereotipi ne sono la base, costituendole le basi del pregiudizio e della discriminazione. Quando parliamo di pregiudizio parliamo di attitudini, credenze e sentimenti negativi che implicano a rapportarsi in modo diverso con una persona, da cui ne scaturisce il classico “non giudicare mai il libro dalla copertina”, consiglio che in pochi hanno saputo cogliere. La discriminazione che ne scaturisce avviene in ambiti che vanno dall’istruzione, all’assistenza sanitaria fino al sistema di giustizia penale, mentre solo negli ultimi anni siamo riusciti a documentare i picchi di violenza che le tifoserie riescono a raggiungere. Nonostante gli stereotipi, i pregiudizi e la discriminazione spesso interagiscano tra loro, essi si possono anche non verificare assieme, poiché nella lettura psicanalitica di un tifoso non si nascondono in realtà vere motivazioni che lo spingono ad essere razzista, ma è tutto frutto dell’euforia del momento che lo trascina a chiamare “scimmia” un giocatore dalla carnagione scura appartentente alla squadra avversaria. Quando parliamo di razzismo, implichiamo una minoranza a cui vengono attribuite caratteristiche negative, creando in seguito le circostanze che mantengono quel gruppo in condizioni di svantaggio. Il razzismo può essere visto come un sottotipo della xenofobia che si traduce come “paura degli estranei”, molto più ampia rispetto alla classica idea razzista, coinvolgendo le credenze, gli atteggiamenti ed i pregiudizi che rifiutano, escludono e diffamano i gruppi che non fanno parte del gruppo sociale dominante. Alcuni sociologi sostengono inoltre che una parte della più ampia cultura degli Stati Uniti è una “cornice razzista bianca” attraverso la quale i bianchi vedono la razza. La cornice razzista bianca comprende una serie di idee razziste, degli stereotipi razzisti, storie e racconti modificati su base razzista, immagini razziste (quali lanciare una banana ad un giocatore solo per la sua carnagione scura che, seguendo l’idea razzista di base, sarebbe una carnagione da attribuire ad una scimmia o alla sua terra d’origine). Il razzismo è stato spesso, e può esserlo ancora, una questione di dominazione fisica sulle minoranze da parte, per esempio, di un intero stato dove predomina la carnagione chiara. Una razza è oggi subordina di un’altra razza più sulla base di idee dominanti, in particolare sulle differenze culturali, che attraverso vincoli materiali. E questo il nostro tifoso che durante le partite di calcio, fa partire un coro razzista in cui imitano il verso della scimmia all’ignaro Mario Balotelli che, preso dall’ira, calciò il pallone violentemente in direzione degli spalti minacciando anche di lasciare il campo. Ma il nostro Super Mario, esattamente come Duncan, Maignan e tanti altri giocatori, vanno soltanto compresi. Ma attenzione! Se il giocatore senegalese della squadra del nostro tifoso razzista segnasse un goal, diventerebbe l’idolo del nostro tifoso

UN CALCIO AL RAZZISMO

Che si tratti dell’Inter, del Milan o della Juventus, è sempre grande il cerchio di solidarietà che si chiude attorno a questi giocatori. Anche il compagno di squadra e nazionale dell’epoca Neymar ha dimostrato solidarietà nei confronti del collega Alves, pubblicando una foto di sè con il figlioletto su Instagram con una banana e la frase “Siamo tutti scimmie”. Ma purtroppo tale messaggio non viene mai recepito da parte dei numerosi gruppi d’odio che sono sempre più presenti negli stadi italiani. Per loro associare un giocatore straniero ad un’immagine stereotipata sarà sempre una prassi, un “gioco” che li allontana sempre di più dal gioco per cui avevano pagato il biglietto. Il loro resterà sempre una forma di divertimento ben lontana dai valori su cui il calcio si fonda, trasformando le tifoserie in una bolgia di avventati. Quando dimenticheranno il loro razzismo? Semplice, quando giocherà la Nazionale.

 

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