Dilaga l’incendio in Amazzonia: Giovanni Pascoli già ci definì tutti colpevoli.

Terrore e disastro nella foresta amazzonica. Impotenza, senso di colpa, noncuranza per un territorio che appartiene a tutti? Un disastro ambientale che riguarda tutto il pianeta, ma Pascoli non ci aveva già definito ingordi?

Il 20 agosto 2019 il cielo sopra San Paolo si ingrigisce alle ore 15:00. Un grigiore così fitto che sembra sia arrivata la sera. Uno scenario apocalittico ripreso dai cellulari, numerosi video che girano in rete continuano a lasciarci sgomenti. La foresta amazzonica brucia e noi siamo increduli, fermi, senza comprendere che questa è solo una delle ciliegine sulla torta da noi stessi imbastita per la nostra autodistruzione.

Passiamo l’estate in nuotando in un mare di plastica, le api  muoiono, gli orsi polari soffocano, il polmone della Terra brucia e noi abbiamo fatto gli eroi da tastiera, ci siamo commossi a immagini strazianti di specie animali estinti o morenti, lo scriviamo su facebook, su instagram, su twitter e qualunque altro social. Lanciamo grida unanime in rete, ma la vera domanda è cosa possiamo e vogliamo realmente fare? Dinnanzi a tale disastro ambientale, che ci sta mettendo, obbligatoriamente di fronte la scelta di agire quale potrebbe essere l’azione più giusta? Ma non è forse colpa di tutta la centralità che abbiamo dato noi stessi al genere umano? Non curanti di tutte le conseguenze che sarebbero arrivate, abbiamo continuato il nostro sviluppo, costruendoci esigenze sempre più grandi. Siamo stati egoisti, ma non abbastanza. Se lo fossimo stati a pieno avremmo riconosciuto il valore delle nostre azioni, o siamo stati stolti perché abbiamo dimenticato che la terra che ci ha nutriti è la stessa che ci ha generato? Ma soprattutto abbiamo forse dimenticato che se muore la Terra, ci estinguiamo con lei?

Siamo come un alveare

La letteratura inneggia la natura da secoli, in tutti i modi possibili eppure ci è apparsa come una tematica un po’ superficiale se ad oggi non siamo riusciti a trarne il giusto insegnamento. Tra i primi ad inneggiare Madre Natura ci fu Virgilio (70-19 a.C.). L’autore nella sua opera le Georgiche descrive un mondo perfettamente ordinato e ne canta il suo spettacolo fino ad arrivare alla società umana.

La straordinaria natura e organizzazione delle api e del loro alveare, della vita che conducono e della loro collaborativa convivenza altro non è che un modello a cui fare riferimento. Se la società prendesse spunto dall’alveare, ognuno avrebbe il proprio ruolo finalizzato ad un benessere collettivo. Nell’alveare le api vivono, si riproducono e così piccole hanno ruolo fondamentale nell’ecosistema. Perché mai sulla pianeta ci reputiamo più importanti delle api? Insetti laboriosi, disposti al sacrificio, carichi di senso collettivo, così li descrive Virgilio, metaforizzando doti che sarebbero potute appartenere ad ogni uomo, idealizzandole certo, ma erano pur possibili. Proprio dalla visione naturalistica di Virgilio, lo stesso Giovanni Pascoli trasse questo amore e devozione per la natura, unica generatrice di ogni forma vitale. Ai nostri occhi questo autore di fine ‘800, sembra abbia trasmesso tante altre cose, questo è certo, ma non parlava forse lui delle “piccole cose”? Non era forse lui a dare dignità agli arbusti e alle tamerici? Non era forse lui ad inserire le sue dediche in contesti naturali? Non è di certo un caso.

La natura è madre di tutti

Myricae (1891) è il titolo della più importante opera di G. Pascoli: le tamerici, piccoli e aridi arbusti presenti sulle spiagge. L’autore, ispirato da Virgilio e dalla sua IV Bucolica in cui afferma “non omnes arbusta iuvant, humilesque myricae” (non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici), usa questo titolo proprio a simboleggiare il suo canto dalla terra, dalle più umili piante e forme vitali.

È proprio di questo che facciamo parte, di umili piante, di terra di acqua di aria, siamo forme vitali anche noi. È dalla sabbia che si elevano le tamerici, la natura sa essere grandiosa anche senza fare troppo rumore. Basta guardarla per trarne meraviglia, osservarla per comprenderne la grandezza, d’altronde noi, piccoli uomini, non possiamo avere la presunzione di immaginarla. Un invito, forse, a sentirci parte di questa madre grandiosa e previdente, collaborando con questa, diventando api laboriose di un immenso ed eterno alveare. Ma quest’opera non è l’unico esempio del pensiero naturalista di Pascoli, la poesia Al Serchio (1906, Odi e Inni) è un altro lampante invito alla collaborazione con la natura stessa. In una nota a questo componimento, infatti, egli afferma: “Gli alberi e le acque si amano e si aiutano con fraterna vicenda: gli alberi proteggono le acque, le acque alimentano gli alberi. E quando la bella selva nei meriggi estivi sta immobile sul dorso del monte, pare che porga ascolto alla voce sommessa e dolce, come un vagito nuovo, d’un rio a cui ella diede vita; e quando i ruscelli son divenuti il fiume, questo, con la sua gran voce inestinguibile, sembra che canti le lodi dei faggi e degli abeti, amici della solitudine e della meditazione, i quali tuttavia di lassù vollero ispirare e animare tanto fremebondo lavoro al piano.[…]”.  Tutto ciò di cui è composta la natura è essenziale alla vita della Terra stessa, ma Pascoli già nella prefazione di Myricae diede sugli uomini, privi del fanciullesco spirito e della meraviglia verso il mondo naturale, una lapidaria sentenza:

«Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene. E del male volontario danno a torto, a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima, che anche nello spengerci sembra che ci culli e addormenti

Simona Lomasto

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