L’arte della guerra attraverso i secoli: analizzata tramite i testi letterari

La guerra, nei tempi odierni, è un argomento scomodo, tuttavia non è sempre stato così. Le battaglie, non hanno solo stravolto i regni o gli imperi, hanno anche ispirato grandi opere letterarie, che, ancora oggi, rappresentano capolavori della letteratura mondiale. Ma com’é cambiata l’arte della guerra attraverso i secoli?

Beh che dire… il cambiamento è stato radicale. Si è passati dal corpo a corpo ad un uso sempre più elettronico delle armi. Nell’Antica Grecia si combatteva nella breve distanza, invece, nelle due scorse guerre la differenza la facevano i cannoni sulla lunga distanza. Non è solo cambiato il modo di fare la guerra, ma anche la visione che si ha di essa. Prima era fonte di gloria, ora non c’è nulla di glorificante, anzi è solo una spietata carneficina.

 

LE GUERRE NELL’ ANTICHITÀ

Gli Antichi vedevano la guerra come un’opportunità per potersi elevare. Non c’era onore più grande che la morte suo campo di battaglia. Gli Spartani venivano addestrati fin dalla nascita nell’ arte della guerra; venivano sottoposti ad allenamenti durissimi, che non sviluppavano solo le capacità motorie, ma tempravano anche il carattere. Nel combattere gli spartiati erano sicuramente i migliori del mondo classico-ellenico. Basta citare l’indimenticabile impresa di Leonida alle Termopili, che con trecento uomini riesce a contenere l’esercito di Serse, o le guerre contro l’Attica. Per gli Spartani lo svantaggio numerico non è mai stato un problema…erano nati per combattere, e la guerra ce l’avevano nel sangue. Le imprese di guerra cominciano a diventare materia letteraria proprio nell’Antica Grecia l’Iliade è l’esempio più chiaro. Le imprese di Greci e Troiani vengono cantate durante tutti i banchetti nei palazzi nobiliari. Diverso invece è il discorso per i Romani. Per loro la guerra era politica, e infatti erano estremamente più cinici. Nessuno di voi crederà alla scusa del “Bellum iustum”, i Romani combattevano solo ed esclusivamente per estendere il loro dominio e il loro potere sugli altri popoli ( l’esportazione della “civilitas” era una conseguenza indiretta della sottomissione dei barbari). A differenza dei Greci, i Romani erano più realisti nel descrivere le guerre. Il “De bello gallico” di Cesare, il commentario dedicato all’imperialismo romano, racconta in maniera minuziosissima la campagna condotta in Gallia. Cesare non trascura nemmeno le atrocità da lui commesse, giustificandole come necessarie per il bene della “res publica”. Nel “De bello civili” la guerra civile per Cesare sembra essere inevitabile. Da una parte Pompeo, l’ultimo baluardo di una repubblica “vecchia e consumata” dalla corruzione; come dirá Lucano: “Pompeo è una quercia che si fa trasportare dal vento, è troppo anziano e rammollito dal lusso per combattere una guerra così importante”. Dall’altra abbiamo il solito Cesare, giovane, intraprendente e indomabile, però anche avido e bramoso di potere. Egli combatte per far crollare la res publica e sostituirla con il principato. Per Lucano, Cesare è un “fulmine a ciel sereno” sicuro anche dalla campagna appena terminata in Gallia. Qual è la grande differenza tra guerre antiche e quelle più recenti? Le armi erano diverse, il numero di soldati non era così fondamentale, importante era l’addestramento dei guerrieri, si  combatteva per l’onore e per la gloria, la morte sul campo di battaglia era simbolo di fedeltà alla patria, nulla per un milite poteva essere migliore.Legionari romani schierati sul campo di battaglia

LA GUERRA NEL MEDIOEVO

Le guerre dell’Alto Medioevo sono, sotto certi punti di vista, simili a quelle romane: si combatte sempre per la gloria…ma non più quella della patria, l’onore personale. La cavalleria diventa determinante, un cavaliere vale dieci fanti. Non più aedi e cantori esaltano le opere delle milizie, ma sono ora menestrelli e giullari a cantare le imprese dei gloriosi paladini. La più grande testimonianza di cavaliere fedele ed eroico è Orlando. La “Chanson de Roland”, saga del ciclo carolingio ispirato a Carlo Magno. Orlando incarna il codice morale da seguire per un cavaliere. Forte e valoroso sul campo di battaglia, consapevole della morte certa, imbocca il pericolo senza paura di perire. E anche quando la vita lo sta abbandonando egli non perde la fierezza regale del cavaliere. La saga, narrando la rotta di Roncisvalle, mette in evidenza l’importanza delle abilità dei cavalieri. Questa è la grande differenza con le guerre del Basso Medioevo, in cui si comincia a capire che, forse, con le prime armi da fuoco, le abilità dei cavalieri diventano secondarie davanti al rateo degli archibuggi. Boiardo scrive quindi “L’Orlando innamorato”, un poema che sembra sbiadire le glorie dei grandi paladini del passato. Ormai la loro bravura non fa più la differenza. Viene a mancare anche la loro fedeltà e il loro rigore. Infatti Orlando si fa “corrompere” dall’amore e anche da vizi terreni. I cavalieri, secondo Boiardo, non sono più casti come un tempo. Carica di paladini templari

LE GUERRE MODERNE

Le guerre a partire dal ‘700 hanno cambiato nuovamente aspetto. Le potenzialità delle armi da fuoco sono state intuite e sviluppate. Insieme a fanteria e cavalleria viene introdotta l’armeria. Il reparto più avanzato degli eserciti napoleonici era proprio l’armeria, che con Bonaparte diventa definitivamente la protagonista degli scontri campali. Napoleone capí la grande forza distruttrice dei cannoni, sia per mietere vittime, ma anche per aprire varchi nelle roccaforti nemiche. Sarà proprio la cavalleria, protagonista indiscussa delle battaglie medievali a lasciare il posto all’ armeria. Nascono i fanti armati, i soldati vengono equipaggiati con fucili d’assalto. Tolstoj in “Guerra e Pace” presenta le condizioni degli eserciti e dei civili nei momenti di guerra. Le battaglie non esaltano più soldati o eroi, ora non c’è più un Orlando, un Achille o un Ettore che possano spiccare per coraggio, audacia o imprese eroiche. La guerra diventa solo ed esclusivamente morte e violenza, davanti a cui tutti sono uguali e nessuno può sottrarsi. L’incontinenza, l’ira e la rabbia trasformano l’uomo in un essere irrazionale, come direbbe Dante: “Un bruto”. Tolstoj immortala questa cruda immagine in più occasioni; quella che forse rende meglio è Mosca in fiamme, occupata dalla “Grande Armée”. Non può non ricordare Troia in quella notte.

Matteo Dell’Acqua

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.