Il Superuovo

“Dignità”: analizziamo come lo Stato Greco scalfirebbe i sacrosanti valori odierni

“Dignità”: analizziamo come lo Stato Greco scalfirebbe i sacrosanti valori odierni

I valori guidano le nostre civiltà, sono l’acqua di cui si nutrono i semi per germogliare; come sarebbe una vita priva di questi?

 

Analizzeremo oggi la visione nietzschiana a riguardo: considerato l’autore non sorprenderà una lettura completamente anti convenzionale, il tutto accompagnato dalle note di De Gregori.

Francesco De Gregori – Dignità

Francesco De Gregori vanta una carriera sorprendente e molto discussa visto il gusto per le canzoni a sfondo politico.

Uno stile che spazia dal rock alla musica popolare, testi ricercati come mostra il frequente uso di figure retoriche quali sinestesia, metafore. Un solo obiettivo: dare un senso profondo alle parole, l’artista sostiene infatti che la musica e il testo debbano avere la medesima potenza, senza che l’una prevarichi sull’altra.
“Dignità”, un titolo denso di significato, brano uscito nel 2015 insieme all’album in cui è contenuto “De Gregori canta Bob Dylan – Amore e furto”.

“ […] Hanno ucciso qualcuno la notte a Natale
La dignità è stata la prima a scappare
Io sono stato in giro, sono stato al mondo
Dentro la notte a ritrovare il giorno
Guardo in alto, guardo in là
E guardo la strada che va
Ai guardiani che incontro chiedo dove sarà
Dov’è che abita la dignità
Il cieco si libera dall’illusione
E fruga negli angoli di una visione
Va cercando nel buio la sua occasione
Di dignità
Sono andato alle nozze di Marylou
Mi ha detto “È molto meglio non parlarci mai più”
Potrei essere uccisa se dicessi in realtà
Quello che penso della dignità
Sono sceso nel pascolo degli avvoltoi
Ho visto il tempo non cambiare mai
Diavoli con la coda, angeli con le ali
Nel buio sembravano uguali […]”

Ci chiediamo che cosa sia la dignità, dove vada cercata e perché, seppur invisibile, sembra pesare come un macigno quando sentiamo di averla persa; chissà se forse un giorno troveremo la soluzione all’arcano.

Lo Stato Greco

Il testo “Lo stato greco” è uno scritto nietzschiano sicuramente inattuale, contrario alla nostra sensibilità politica. Noi non possiamo più esprimerci con le sue parole, sono cambiati gli interpretanti (direbbe Peirce), e dunque non possiamo non rifiutare le concezioni politiche espresse in questo testo. Nietzsche non deve essere tacitato negli aspetti oscuri, dobbiamo solo essere consapevoli della distanza che ci separa. Si tratta, nel caso del testo in analisi, di un’analisi storico-filologica. Noi dovremo adottare un approccio analogo nei confronti di Nietzsche, ricostruirlo storicamente e riconoscere che anche questa è una parte del suo pensiero.

“Noi moderni abbiamo due concetti che mancavano ai Greci e che sono dati, per così dire, come strumenti di consolazione a un mondo che si comporta in modo del tutto degno di schiavi, pure evitando timorosamente la parola “schiavo”: noi parliamo di dignità dell’uomo e dignità del lavoro.”

Nietzsche sottolinea l’assenza di un vero e proprio umanesimo nell’età classica, la centralità e la regalità dell’uomo nei confronti del cosmo sono idee eminentemente moderne. Allo stesso modo, il lavoro nell’antichità era denigrato, una cosa per schiavi. I migliori, gli aristoi, erano coloro che vivendo del lavoro altrui potevano dedicarsi alla lotta, alla guerra, alla poesia e alla filosofia. Una concezione aristocratica.

Origine

L’interesse di Nietzsche è anche qui genealogico, gli preme capire come siano sorte queste concezioni. L’esistenza della schiavitù è necessaria all’esistenza dei geni, “la schiavitù rientra nell’essenza della cultura”. Nietzsche si concentra non sull’istituzione, o sull’individuazione di chi deve essere schiavo in base a criteri sociali o razziali, ma sulla condizione in sé di soggiogamento, che è  logicamente necessaria affinché qualcuno domini e possa dedicarsi alla cura del proprio intelletto.

Un elemento interessante è che l’origine è in sé, qualcosa di vile, di basso. Anche nel caso dello stato e del diritto, non vi è alcuna origine nobile, ma un istinto di dominio come in ogni altro luogo. Nietzsche nelle sue opere torna spesso sul tema della necessità della guerra, che viene trasfigurata nell’arte. Il filosofo invita a non essere ipocriti, ad essere sospettosi di ciò di cui è vietato dubitare. Francesco Remotti, nella Prima Lezione di Antropologia, ha declinato questo atteggiamento affrontando il problema dei cosiddetti diritti umani universali.

Dietro ad ogni immagine limpida, luminosa, si deve saper vedere la lotta tra forze, di cui l’immagine è il velo oppure la trasfigurazione. Nella Repubblica di Platone, il filosofo-re che domina essendo il migliore – un’aristocrazia dell’intelletto – guarda con disprezzo la massa e la domina con la violenza dei guardiani.

Nel testo si argomenta che allo stato è necessario non solo lo schiavo ma anche la guerra: è proprio questa necessità, secondo Nietzsche, a fare di uno stato, un grande Stato.

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