Il Superuovo

Giacomo Leopardi ha scritto anche poesie d’amore: vediamo quali sono le donne da lui eternate

Giacomo Leopardi ha scritto anche poesie d’amore: vediamo quali sono le donne da lui eternate

Giacomo Leopardi è stato il poeta del pessimismo, delle illusioni, dell’infinito, della natura matrigna, dell’infelicità umana ma anche il poeta delle grandi passioni, dell’affetto e dell’innamoramento.

Giacomo Leopardi (da www.initalia.virgilio.it)

Il 29 giugno 1798 nacque il grandissimo poeta di Recanati, autore di opere di valore incommensurabile. Nelle sue poesie compaiono diverse figure femminili di cui egli parla con caldo trasporto, alle volte personificazioni di concetti astratti ma in altri casi figure in carne ed ossa. Vediamo tutte le donne che hanno fatto battere il suo cuore e tremare la mano mentre componeva i suoi versi eterni.

“Alla sua donna” è un canto ad un’ideale irraggiungibile

“Alla sua donna” è una canzone scritta nel 1823 ed è una dedica sentimentale ad una donna non identificata. Un’essere ideale, dalla perfetta bellezza, una lei che nella realtà circostante non esiste o comunque non si trova. Forse è vissuta in epoche antiche o forse ancora deve nascere, l’unica cosa che sembra sicura è che non ci sia nel presente. Nessun’altra donna può essere paragonata a lei, le altre sono solo pallidi riflessi del suo fulgore. Leopardi la desidera ardentemente, brama di amarla ma è consapevole della vanità della sua volontà. Colei il cui amore potrebbe renderlo beato è solo un’illusione che a malapena può rincuorarlo nei sogni e nell’immaginazione. Ogni speranza di vederla è inutile, lei probabilmente è un’idea divina a cui non è stata data una degradante forma materiale. Ecco di seguito alcuni versi:

di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess’io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L’alta specie serbar; che dell’imago,
Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

Silvia, il tenero emblema delle speranze giovanili

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Già nell’immortale incipit di “A Silvia”, composta nel 1828, è condensata la malinconica e struggente tenerezza che impregna tutta la canzone. Silvia sembra essere ispirata a Teresa Fattorini, figlia del cocchiere della famiglia Leopardi, morta prematuramente per tubercolosi. Tuttavia è una figura priva di reale consistenza, è solo il simbolo delle speranze giovanili spezzate dalla morte. Parola dopo parola trapela il profondo affetto verso questa giovane, nelle dolci rievocazioni dei suoi comportamenti e gesti, fino al culmine di pathos nella seconda metà del componimento. Sull’inquietante e angosciante baratro dell’esistenza c’è la fragile e “tenerella” Silvia, “lacrimata speme”, che sconsolata indica la morte. Sia il poeta che Silvia sono innamorati della giovinezza e di tutti i sogni che le appartengono, entrambi si scontrano duramente con la cruda e impoetica realtà, con il vero di fronte al quale ogni attesa cade sconsolata.

“Aspasia conversa con Alcibiade e Socrate” di Aspasia conversa con Alcibiade e Socrate

Il ciclo di Aspasia descrive la passione per Fanny Targioni Tozzetti

A Firenze nel 1830 Giacomo Leopardi incontrò Fanny Targioni Tozzetti, una donna bella e colta, della quale si innamorò fervorosamente. Dalla frustrante delusione per la passione non ricambiata deriva la caduta definitiva e irreversibile dell’ultima illusione rimastagli: l’amore. Quest’esperienza trova sfogo in alcune poesie riunite sotto il titolo di “ciclo di Aspasia”, dal nome greco con cui  indica l’amata, Aspasia era l’amante di Pericle. L’amore è inizialmente il sentimento che lo fa sentire davvero vivo, è il pensiero che infesta senza tregua la sua mente ma poi rivela drasticamente la sua natura di forza distruttiva, l’ennesimo inganno crudele. In queste poesie si manifesta un Leopardi inedito, non quello tramandatoci dall’opinione comune, lo sfortunato pessimista, ma un uomo che arde di vita e ne rimane disperatamente scottato. Ecco alcuni dei bellissimi versi di “Il pensiero dominante”:

Quanto piú torno
a riveder colei
della qual teco ragionando io vivo,
cresce quel gran diletto,
cresce quel gran delirio, ond’io respiro.
Angelica beltade!
Parmi ogni piú bel volto, ovunque io miro,
quasi una finta imago
il tuo volto imitar. Tu sola fonte
d’ogni altra leggiadria,
sola vera beltá parmi che sia.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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