Di recente hanno avuto inizio le prove per il concorso docenti 2023-24. La pedagogia rientra tra i principali argomenti che i candidati hanno dovuto studiare per la prova scritta. John Dewey, figura fondamentale della pedagogia tra XIX e XX secolo, ha un debito con Quintiliano, oratore e maestro di eloquenza della Roma imperiale.

Circa 500mila candidati per poco meno di 30mila posti messi a bando: questi i numeri del “concorso scuola 2024”. Poco tempo fa hanno avuto inizio le prove scritte per scegliere la classe docente che siederà dietro le cattedre del nostro paese nei prossimi anni. Si tratta di un concorso con tratti di unicità perché la prima selezione ha avuto come argomenti principali materie come pedagogia, psicologia dello sviluppo e metodologie didattiche. Senza dubbio, nelle ultime settimane chi si è preparato alla prova scritta ha letto diverse volte il nome di John Dewey e dell’Attivismo, corrente pedagogica a cui può essere ascritto. Può sembrare strano ma uno dei massimi pedagogisti contemporanei si rifece a numerosi aspetti della produzione di Quintiliano.
John Dewey e l’Attivismo
Negli ultimi anni dell’Ottocento nascono, tra Europa e Stati Uniti, le new schools. Esse costituiscono il tentativo di rinnovare un impianto scolastico che, ormai da anni, arrancava a tenere il passo con il grande processo di globalizzazione che andava galoppando e con un mondo sempre più interconnesso. Le “scuole nuove”, quindi, nell’ottica dei pedagogisti che le idearono, dovevano rappresentare il luogo privilegiato dove si sarebbe formata la futura classe dirigente. In questo contesto, John Dewey (1859-1952) svolse un ruolo fondamentale nel concepire e progettare questo nuovo modo di far scuola. Egli, formatosi a Chicago, è considerato il padre dell’Attivismo, l’orientamento della pedagogia moderna finalizzato ad educare il bambino in modo che egli stesso abbia un ruolo attivo nella sua formazione. Dewey delinea un modo innovativo di educare le nuove generazioni. Nell’opera Il mio credo pedagogico descrive l’educazione come il processo principale mediante il quale un bambino può conoscere l’impianto morale e il sapere dell’Umanità; ancora, Dewey ritiene che la scuola sia il luogo privilegiato dove i giovanissimi possano fare esperienza collettiva e possano partecipare alla vita sociale della comunità. Dewey, fervente sostenitore del ruolo sociale e democratico della scuola, ritiene che il bambino debba essere educato con l’obiettivo finale di contribuire positivamente alla società nel suo insieme: il modo migliore per conseguire ciò consiste nel “contaminare” il più possibile la realtà scolastica con il mondo esterno attraverso l’esperienza. A tal proposito, il pedagogista statunitense conia l’espressione “learning by doing” che valorizza l’apprendimento attivo e critica la mera lezione frontale (che rende passivo il ragazzo). L’Attivismo, in conclusione, ha alcuni tratti fondamentali:
- Puerocentrismo: il bambino (puer in latino) deve essere messo al centro del processo educativo e, quindi, ne devono essere rispettati e valorizzati i tratti personali, i bisogni, le competenze e i desideri;
- Cooperazione: gli alunni devono il più possibile lavorare e imparare insieme per apprendere gli uni dagli altri;
- Libertà: l’educazione deve avvenire in un ambiente quanto più libero e sereno possibile, dove il docente lascia spazio agli alunni per esprimere i loro dubbi, desideri, aspirazioni e necessità.
Può sembrare anacronistico ma Quintiliano, retore e professore di eloquenza della Roma di Vespasiano, ci ha lasciato indicazioni molto simili sull’educazione dei più piccoli.

L’Institutio Oratoria: un manuale per diventare un perfetto oratore
Quintiliano nasce in Spagna verso il 35 d.C. ed è considerato il più importante retore della sua epoca. Egli, trasferitosi presto a Roma con il padre, studiò eloquenza e, dopo aver praticato per anni l’attività di avvocato, nel 68 d.C. divenne maestro di retorica. Il suo prestigio crebbe notevolmente con l’ascesa al principato di Flavio Vespasiano che nel 78 d.C. gli affidò la prima cattedra di eloquenza a spese dello stato (le fonti parlano di uno stipendio di 100mila sesterzi all’anno). Quintiliano, ritiratosi a vita privata verso l’88 d.C. dopo essere stato precettore dei figli dell’imperatore Domiziano, morì dopo il 95 d.C. La sua opera principale che ci è stata tramandata è l’Institutio Oratoria in 12 libri. L’opera è una summa del sapere retorico antico e si propone di fornire indicazioni per formare il perfetto oratore. Il modello di Quintiliano è Cicerone e l’idea di base su cui è imperniata l’opera è che l’oratore debba essere un
vir bonus dicendi peritus
uomo buono esperto di eloquenza
Questa espressione contiene due aspetti principali: 1) l’oratore deve essere prima di tutto bonus, quindi deve essere moralmente integro; 2) egli deve possedere perfettamente le conoscenze dell’impianto retorico per poter esercitare il suo ruolo (dicendi peritus). Risulta fondamentale sottolineare come nella Roma di Quintiliano l’oratore non fosse semplicemente colui che pronunciava o scriveva discorsi pubblici, i retori erano principalmente dei politici che, facendo leva sulla loro ars potevano indirizzare in un modo o nell’altro il dibattito pubblico. Con Quintiliano emerge in modo preponderante il valore e la forza della parola come strumento principe della persuasione e dell’agone politico.
I primi due libri dell’Institutio Oratoria trattano del corretto modo di educare i bambini e danno diverse prescrizioni pedagogiche di straordinaria modernità.
Un “Attivismo” di Quintiliano
L’autore romano sviluppa diversi concetti che oggi potremmo considerari propri dell’Attivismo. Ne proponiamo ora alcuni corredati con brevi estratti dall’Institutio Oratoria.
1) Lo studio come gioco e la necessità di non oberare i ragazzi
Non sono, però, così digiuno di pedagogia, da pensare che occorra oberare i ragazzi fin dalla tenera età ed esigere da loro un’applicazione agli studi eccessiva. […] Si faccia in modo che per il bambino lo studio sia un gioco, lo inviti con dolcezza, lo si lodi, e sempre egli sia lieto di aver fatto qualcosa; talvolta, se lui non vuole, si insegni qualcosa a un altro, così da farlo ingelosire.
Per Quintiliano è imprescindibile che il bambino veda in modo positivo lo studio e l’educazione: a questo proposito, l’introduzione di giochi è una strategia vincente che affascina l’alunno e non lo appesantisce con un eccessivo carico di studio. Quintiliano legge il processo educativo come un viaggio a tappe che deve essere tarato sull’età del ragazzo e sulle sue abilità in via di acquisizione (ad un’età ancora fragile e infatile, dunque, corrisponderanno pratiche educative adatte ad essa, come i giochi).
2) Il rifiuto delle pene corporali
Da ultimo, quando avrai costretto il bambino con le percosse, che cosa potrai fargli da adulto, nell’età, cioè, in cui queste forme di intimidazione non potranno essere usate e gli studi saranno ben più duri?
Il retore latino, dopo aver bollato come sconvenienti le pratiche violente di numerosi maestri, riflette sull’utilità delle percosse. Per Quintiliano la violenza in contesto scolastico ed educativo non solo è disdicevole e idegna dell’essere umano, ma non conduce nemmeno a preogressi didattici. Il passo soprariportato prosegue con una panoramica delle drammatiche conseguenze a cui il bambino può andare incontro a causa di un ambiente didattico negativo e violento (tra queste vengono ricordate: dolore, paura, vergona, timidezza e scarsa autostima).
3) L’importanza della scuola pubblica
Il futuro oratore, che è destinato a vivere una vita di relazione con molta gente e ad esporsi continuamente in società, si abitui fin da ragazzo a non esser timido in pubblico e a non intristire nella solitudine di una vita umbratile.
Il retore deve abituarsi sin da piccolo a vivere in un contesto collegiale e pubblico, evitando la solitudine personale e degli studi. La cooperazione tra alunni delle “new schools” è qui preconizzata da Quintiliano: il puer, se educato insieme a coetanei o, in generale, tra pari, svilupperà l’imitazione dei compagni, verrà mosso da uno spirito di sana competizione con i più bravi del corso, potrà giovare delle correzioni che il maestro farà agli altri.
I casi proposti costituiscono un semplice ma efficace esempio del grado di approfondimento pedagogico del retore romano. Dalle pagine dell’Institutio Oratoria affiorano diversi concetti alla base dei moderni conseguimenti in ambito pedagogico (primo tra tutti il marcato puerocentrismo che guida il processo didattico quintilianeo). Sarebbe troppo facile evidenziare il carattere di grande modernità delle considerazioni di Quintiliano, soprattutto alla luce dei conseguimenti dell’Attivismo pedagogico. Ma, secondo l’opinione di chi scrive, sarebbe opportuno ribaltare la questione e chiedersi: è Quintiliano ad essere moderno o siamo noi, uomini e donne del XXI secolo, ad avere una mentalità e dei concetti ancora antichi?