Wes Anderson ha vinto l’Oscar con uno short movie meravigliandoci di nuovo

Wes Anderson ha vinto il suo primo premio Oscar con un meraviglioso cortometraggio, dimostrandoci che, nonostante le critiche, la passione, la tecnica e la dedizione sono le uniche cose che contano.

Immagine presa dal trailer del corto di Netflix Italia, presente su Youtube

Gli ultimi due film del regista “The French Dispatch” e “Asteroid City”, sono stati parecchio criticati perché definiti lontani dalla narrazione a cui ci aveva abituati e, soprattutto, lenti e troppo lunghi. Quindi, con grande eleganza e stile, il regista ha sfornato un quartetto di “racconti cinematografici” sulla piattaforma Netflix. Uno di questi quattro short-movies gli è valso il premio Oscar che lui, con grande nonchalance e classe, ha dichiarato di non poter ritirare perché impegnato con le riprese del nuovo film. Analizziamo, quindi, il corto in questione.

Matrioska grande

Il cortometraggio, della durata di quaranta minuti, è tratto dalla serie di racconti “Un gioco da ragazzi e altre storie”, scritta dall’autore Roal Dahl nel 1977.
Il corto inizia proprio dalla figura dell’ autore, che il regista immagina in un salotto dai colori caldi (rigorosamente in palette), mentre scrive sul suo quaderno indossando un vecchio cardigan, pantaloni comodi dalla forma anni settanta, pantofole calde e occhiali da nonno.
Il personaggio di Roal Dahl, dopo una breve introduzione, inizia a raccontare la storia di Henry Sugar: così, con una transizione tutta meta-teatrale di carrelli e fondali che scorrono, passando da una palette di toni caldi a una di colori freddi, Wes Anderson ci introduce nella vita del protagonista.
La narrazione in prima persona, grazie a intelligenti espedienti registici, ora passa  a Henry Sugar, il ricco uomo che, in un anonimo pomeriggio piovoso, trova casualmente un libro di appunti, in cui viene narrata la testimonianza reale di un dottore che afferma di aver conosciuto un uomo, proveniente dall’ India, dotato dell’abilità di vedere a occhi chiusi.

Immagine presa dal trailer del corto di Netflix Italia, presente su Youtube

Matrioska media

Appena inizia a leggere il libro, il punto di vista del narratore cambia nuovamente, passando da Henry Sugar al personaggio del dottore, colui che scrive la testimonianza.
Con uno stacco sull’ interno dell’ospedale in India, ci viene presentato il nuovo narratore, che per i primi momenti condivide il suo ruolo con il secondo dottore. La scelta di affidare la narrazione a più personaggi contemporaneamente, in termini cinematografici, è alquanto inusuale; eppure, Wes Anderson la gestisce alla perfezione, dando tempo al pubblico di intendere ciò che sta accadendo. Il tutto con una naturalezza e spontaneità incredibili.
Una critica mossa al regista, sopratutto riguardo “Asteroid City”, è che gli attori recitano tutti nella stessa maniera, risultando “ingessati”, come fossero marionette nelle sue mani disposte a fare qualsiasi cosa gli venga detto.
Eppure, non è forse una delle cose che ci piace di più della cifra stilistica di Wes Anderson? Ovvero: vedere personaggi apatici e calmi in situazioni surreali ci fa sorridere. Inoltre, chiunque si sia cimentato nella scrittura di storie e racconti, sa bene che i personaggi che vengono creati, nascono ed esistono attraverso la propria personale narrazione: perché, dunque, per un regista dovrebbe essere diverso?
Infatti, Wes Anderson se ne infischia delle regole del cinema: all’ incirca a metà del cortometraggio, cambia punto di vista per la terza volta, passando da quello del dottore a quello dell’ uomo indiano.
Egli racconta di aver acquisito il potere attraverso la meditazione e l’ allenamento dell’ immaginazione, ma, il giorno dopo aver rivelato il suo segreto, muore.
A questo punto, la narrazione torna indietro al dottore, poi a Henry Sugar, e infine all’ autore Roal Dahl, come se il regista stesse riavvolgendo la pellicola del film oppure riordinando delle Matrioske.

Immagine presa dal trailer del corto di Netflix Italia, presente su Youtube

Matrioska piccola

La fine della storia viene narrata da Henry Sugar, che racconta di essere riuscito ad acquisire anche lui il “potere” di vedere con gli occhi chiusi e di averlo usato per vincere al gioco.
E’ interessante notare che, nel momento in cui si avvicina al finale, il regista rompe la quarta parete (ndr- gerco tecnico per indicare quando gli attori si rivolgono direttamente al pubblico) e, tramite il protagonista, informa gli spettatori del finale che avrebbe voluto utilizzare per la storia. Nonostante ciò, per fede al racconto di Roal Dahl, specifica che andrà avanti attenendosi alla scrittura dell’ autore.

La storia volge verso il finale con Henry Sugar che racconta di aver cambiato identità molte volte per vincere a tutti i più prestigiosi casinò del mondo, donando tutte le sue vincite in beneficienza e guadagnandosi una morte serena.

Immagine presa dal trailer del corto di Netflix Italia, presente su Youtube

Il finale

Per la fine del corto, il regista torna a far raccontare in prima persona l’ autore Roal Dahl, chiudendo magistralmente il cerchio narrativo e dando credito allo scrittore.
Nonostante tutti i repentini cambi del punto di vista narrativo, presenti fino all’ultimo minuto, la tecnica di Wes Anderson è talmente fine ed allenata alla perfezione, da non confondere mai e lasciando seguire naturalmente la storia, proprio come quando i bambini ascoltano la favola della buona notte. Ed è proprio così che Wes Anderson tratta il suo pubblico: come fanciulli a cui raccontare storie.
Forse, non tutti gli adulti apprezzano di essere trattati come bambini da un regista, e ciò è soggettivo e legittimo; ma questo non autorizza nessuno ad accusarlo di essere un maniaco del controllo, che non lascerebbe spazio all’ espressività degli attori e controllerebbe meticolosamente tutti gli aspetti del film. Del resto, se la sua regia fosse così deprecabile come alcuni la descrivono, gli attori, del calibro di Benedict Cumberbach, Margot Robbie e molti altri, che spesso partecipano ai suoi film, non si accontenterebbero della paga minima sindacabile pur di lavorare con lui.
Eppure ciò accade. Forse perché non ce ne rendiamo conto, ma essere presi per mano e accompagnati nel mondo della fantasia in un modo così delicato e curato, è ciò di cui abbiamo disperato bisogno.

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