Il Superuovo

Dare dignità e voce agli ultimi della società? Ci hanno pensato Saba e De André

Dare dignità e voce agli ultimi della società? Ci hanno pensato Saba e De André

Un poeta ed un cantautore hanno dato voce e dignità a chi sembrava essere un “relitto” della società ma che, invece, vedeva ardere in lui il fuoco della vita.

Due figure del calibro di Saba e De André manifestano il desiderio innato di fondere le loro vite con quelle delle creature più umili che si trovano ai margini della società e da cui i borghesi si tengono alla larga. Ma è proprio analizzando questi soggetti che si possono scorgere verità universali.

L’INFINITO NELL’UMILTA’

Nel suo Canzoniere, Umberto Saba, dà vita alla celebre poesia “Città vecchia”, nella quale, tornando verso casa come un Ulisse curioso, percorre i vicoli più miseri e malfamati della sua città, Trieste, e si sente fraternamente vicino all’umanità che brulica nel vecchio quartiere. Si percepisce così la purezza di ciò che pare impuro e viene riconosciuto “l’infinito nell’umiltà”. Seguendo un’oscura via, il poeta, vede un frenetico andirivieni dato da chi si affretta verso l’osteria o il lupanare, egli colleziona così una folla variegata di tipi umani nella quale si scorgono una prostituta, un marinaio, un vecchio che bestemmia, una donna irata, un soldato segnato dalla guerra e una giovane che si strugge nelle sue pene d’amore: tutte creature scosse dal dolore e in cui la vita si agita vigorosa. E’ proprio qui, afferma Saba, che si può entrare in contatto con la vera essenza della vita e con “il Signore”, emblema di una religiosità non meglio specificata. La scelta di trattare una materia bassa coincide qui con la volontà di fare della poesia lo strumento per esprimere onestamente le verità più latenti, rivelando le pulsioni segrete che accomunano tutti gli uomini. La purezza infatti, per Saba, dipende dall’onestà ed è per questo che, come egli esprime nell’ultimo verso, sente il pensiero, inteso nel senso leopardiano del termine, “farsi più puro dove più turpe è la via”.

Umberto Saba, Trieste 1883 – Gorizia 1957

SE NON SONO GIGLI SON PUR SEMPRE FIGLI VITTIME DI QUESTO MONDO

Nel 1962, Fabrizio De André ricavava dalla poesia di Saba la canzone “La città vecchia”. Chi meglio di Faber, che è stato la voce della vita dei bassifondi, dei dolori e delle difficoltà della povera gente poteva entrare in sintonia con il pensiero del poeta?  In un’intervista a Don Andrea Gallo, il “prete degli ultimi”, intimo amico di De André, egli racconta di quando, durante un tributo al cantautore, vennero riservati 250 posti per lui e i suoi “derelitti”, e così il padre sistemò prostitute, barboni e tossici accanto a dame, notai e politici, egli racconta poi di come fossero tutti molto preoccupati circa quello che sarebbe potuto accadere,ma, come da previsione, egli riporta: “i miei emarginati erano quelli che durante le canzoni piangevano veramente”. Tra le strofe della canzone possiamo trovare la stessa folla che brulicava per le vie di Trieste in Saba; De André, spostandosi a Genova, aggiunge una più spinta e marcata condanna borghese: se non ci si distanzia da dio, comprendendo l’umanità, si additerà e condannerà questa varietà umana a “cinquemila anni più le spese” senza pietà alcuna, ma se ci si immerge più a fondo in questa realtà contornata da semplicità allora si riesce ad arrivare al vero e ad amarlo per quello che è, come recitano gli ultimi versi della canzone: “ma se capirai, se li cercherai, fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”.

DAI DIAMANTI NON NASCE NIENTE DAL LETAME NASCONO I FIOR

Tanto in Saba quanto in De André si celebra la naturalezza istintiva della vita, che la sola ipocrisia borghese può giudicare come turpe. L’intento è quello di dare dignità a chi la vita la conosce veramente, in tutte le sue sfaccettature. Mettere in versi queste tematiche significa elevare la materia trattata in contrapposizione ad una concezione aristocratica e sublime della poesia o della canzone; basti pensare ai componimenti poetici dannunziani, che andavano affermandosi parallelamente all’operato di Saba. Questa è la bellezza collaterale che si trova in ciò che viene emarginato dal buon costume sociale, ed è ciò che porta a far rimare “detrito” con “infinito”.

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