Dalla Libia di Haftar al Commonwealth di Cromwell: quando a governare sono i generali

Il Re è morto, lunga vita al Re!”. Una formula che potrebbe essere facilmente applicata a un Paese sul quale si stanno concentrando negli ultimi giorni le attenzioni della comunità internazionale, la Libia, alla luce dei recenti rivolgimenti geopolitici che la stanno attraversando. Se non fosse che, per lo Stato del Maghreb, vale lo stesso problema di cui parla Ben Kingsley nei panni de ‘Il Rabbino’ in quel geniale pezzo di cinematografia che è Slevin – Patto criminale (2006): “Il problema, quando in una stanza ci sono due uomini, è che tu ne puoi guardare solo uno alla volta”. Il fatto cioè che, detta in altri termini, “morto un Papa, se ne fanno altri due”. Non è il 1377 e non si sta parlando di nessun Grande Scisma d’Occidente. E a ben guardare, in Libia, il conflitto non si riduce a due soli contendenti, com’era stato per Papi romani e Antipapi avignonesi in epoca medievale, ma si estende a un numero incalcolabile di fazioni. Le differenze religiose ed etniche che il pugno di ferro di Gheddafi aveva saputo appianare e disinnescare in più di quarant’anni di dittatura, sono venute a galla quando di fronte alla sua morte nel 2011, nessuna figura politica è stata in grado di colmare il vuoto di potere, dando vita a una lotta fratricida per il controllo dell’egemonia. Scrive Jon Lee Anderson in un articolo sul New Yorker risalente al 2015: “Alla caduta del dittatore, è seguita la dittatura di una pericolosa e dilagante instabilità”. D’altronde, la Storia è traboccante di esempi di questo genere: basti pensare alle Guerre di Jugoslavia seguite alla morte di Tito, come al disastro geopolitico verificatosi in Iraq dopo la Seconda Guerra del Golfo, la quale condivide diverse e inquietanti analogie con il caso libico.

Le jeep dell’Esercito Nazionale Libico (ENL) sfilano alla volta di Tripoli. (mediterraneinews.it)

Ma di fronte a tutti questi innumerevoli comprimari, sembra che un ‘nuovo’ protagonista stia facendo sentire la propria voce. Nuovo per modo di dire, poiché il suo intricato itinerario politico ha inizio già in quel ’69 che vede Gheddafi salire al potere. Una figura da sempre messa in secondo piano, lasciata agire nell’ombra, che ha lanciato ora una sfida alla Libia e al Mondo per guadagnare il suo “posto al sole” nella Capitale, la Tripoli posta sotto assedio dal 4 Aprile scorso dall’Esercito Nazionale Libico (ENL). A guidarlo v’è il grande manovratore degli assetti politici libici degli ultimi anni, un generale che agisce nell’anonimato da tempo immemore e con un nome familiare a nessuno, Khalifa Belqasim Haftar, ma che oggi è conosciuto da tutto il Mondo con un titolo talmente potente da far tremare i polsi: l’Uomo Forte della Cirenaica. Un nome affibiatogli in origine da quel già citato Jon Lee Anderson che vedeva profeticamente in lui “il più forte fra i Signori della Guerra libici”. Ma chi è Haftar? Quali sono i suoi scopi? E perché il cosiddetto Governo di Misurata, assediato a Tripoli da più di due settimane, costituirebbe a suo dire un ostacolo alla sicurezza interna della Libia? Per capirlo bisogna allontanare lo sguardo, cercando di cogliere gli assetti di un quadro geopolitico del quale, perché possa essere compreso, si necessita una visione d’insieme preliminare.

La bandiera dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS). (bellingcat.com)

Il generale Haftar inizia a farsi notare nel 1969, quando partecipa al golpe militare che porterà alla destituzione del Re Idris I e alla presa del potere da parte di Mu’ammar Gheddafi. Divenuto uno degli ufficiali di spicco dell’esercito, verrà fatto prigioniero assieme al suo contingente nel corso della Guerra libico-ciadiana (19781987). Di fronte a questo fallimento, e forse per timore che un ritorno in patria da eroe da parte di Haftar potesse oscurare la sua preminenza, Gheddafi decise di disconoscere il suo status di prigioniero di guerra, lasciandolo così in balìa degli eventi. Haftar giurò eterna vendetta al dittatore, ottenendo la liberazione grazie all’intervento di quegli Stati Uniti i cui interessi in Libia erano stati vanificati proprio dalla presa del potere da parte di Gheddafi, il quale aveva nazionalizzato le holding petrolifere sottraendole al controllo delle multinazionali statunitensi. Trasferitosi a Langley, Virginia (USA), ottenne ben presto la cittadinanza americana, con una rapidità talmente inusuale da far pensare che la sua vicinanza alla sede centrale della CIA, situata proprio nella sua città d’adozione, non fosse poi così casuale. Tenterà difatti numerosi colpi di mano per far cadere la dittatura di Gheddafi, tutti rivelatisi fallimentari fino al 2011, quando la Prima Guerra Civile di Libia portò all’uccisione di quest’ultimo da parte dei ribelli uniti nel Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), cui seguì per elezione il Congresso Generale Nazionale (CGN), che avrebbe dovuto mantenere il potere ad interim fino alla creazione di una Camera dei Rappresentanti nell’Agosto del 2014. Ma quando l’Uomo Forte della Cirenaica – che forte ancora non era – isolato politicamente e non assorbito nel nuovo scacchiere ‘democratico’, si vide costretto a tornare in Virginia, alcuni rappresentanti del CGN non rieletti nella nuova Camera si rifiutarono di sciogliere il Congresso, costringendo il neonato Parlamento alla fuga nell’estremo Nord-Est, dove si sarebbe insediato, per ragioni di sicurezza, su un traghetto dismesso dalla compagnia greca Anek Lines e ancorato al largo della città di Tobruch. Nel caos generale si aggiunse anche lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), occupando le città di Sirte e Bengasi, non rimanendo però sparuto protagonista di un fondamentalismo islamico che comunque dilagava nel resto del Paese, con il ramo libico dei Fratelli Musulmani e altri gruppi jihadisti postisi a sostegno del governo illegittimo insediato a Tripoli.

Una mappa dello stato della Libia nel 2015. Le zone in rosso sono controllate dalle truppe di Haftar, quelle in verde da Tripoli, quelle in grigio dall’ISIS e quelle in giallo dalla minoranza dei Tuareg. (it.wikipedia.org)

Di fronte al caos più totale, aggravato agli occhi di Haftar dal fatto che a causarlo fossero frange islamiche radicali – il generale è vicino a quella tradizione laico-secolarista contraria alla considerazione di questioni religiose in ambito politico – l’Uomo Forte decise di tornare all’ovile, riconquistando i territori controllati dall’ISIS e avviando nei confronti di Tripoli l’Operazione Dignità, finalizzata alla destituzione del CGN in favore di Tobruch. E si arriva così al 17 Dicembre 2015, quando le due fazioni in lotta si accordano per la costituzione di un governo di coalizione che includa tutti, passato alla storia con il nome di Accordo di Skhirat, dalla città del Marocco nella quale è stato sottoscritto. Il neonato governo, riconosciuto persino dalla comunità internazionale, sembrava aver messo tutti d’accordo. Eppure a poco più di tre anni di distanza, sembra di rivivere un déjà vu, con Haftar che fa sfilare 350 jeep armate fino ai denti alla volta di Tripoli, dichiarando di volerla purgare da tutte le forze fondamentaliste a suo dire non del tutto debellate, prime fra tutte le Milizie di Misurata. Si chiederebbe Hugo Weaving in V per Vendetta (2005): “Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò, ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole, non c’è che da guardare” a ritroso nel tempo – aggiungerei io. Giacché Haftar non è il primo e non sarà l’ultimo a comprendere l’importanza del controllo militare negli affari di Stato, vedendo nelle sue modalità di ricatto un illustre antenato: Oliver Cromwell.

Una mappa dello stato della Libia nel Gennaio 2019. Le parti in verde sono controllate da Tripoli, quelle in rosso dalle truppe di Haftar. (en.wikipedia.org)

E’ il 1642. Nubi temporalesche si aggirano per l’Inghilterra. Due anni sono passati da quando la Camera dei Comuni, di fronte alle inaccettabili imposizioni di Carlo I in ambito di tassazione e materia religiosa, ne ha dichiarato la destituzione. Scoppia così l’ultima Guerra di Religione europea e la prima grande Rivoluzione democratico-borghese della Storia: la Prima Rivoluzione Inglese. Da un lato i Cavalieri, esponenti cattolici dell’alta aristocrazia fedeli alla Dinastia Stuart; dall’altro le Teste Rotonde, così dette perché sguarnite delle parrucche ricciolute tipiche della nobiltà. Vi si riconosce tutta la fetta di popolazione di confessione anglicana, dai rappresentanti della Camera bassa alla classe commerciale, fino ad arrivare agli strati sociali più disagiati. Pur in maggioranza, incontrano la strenua difesa dell’esercito realista, nettamente più preparato ed equipaggiato, senonché si fa avanti una figura che, almeno in termini di secolarismo, non ha nulla a che vedere con Haftar. Oliver Cromwell è un puritano di ferro, e di ferro sono anche i fianchi che innalza in difesa della Rivoluzione. I suoi cosiddetti Fianchi di Ferro (Ironsides) costituiscono un esercito fortemente gerarchizzato, tenuto insieme dal collante religioso di confessione puritana e dalla guida di un leader carismatico e grande stratega quale è Cromwell. Sette anni dopo la Rivoluzione è vinta, la Repubblica del Commonwealth istituita, il Re non ha più la sua testa, ma l’Inghilterra ha ancora un Re. Se non vi tornano i conti, non è perché vi trovate in un film di Tim Burton, ma semplicemente perché chi ottiene il potere, se lo tiene stretto. Giacché alla richiesta, rivolta dal Parlamento vittorioso a Cromwell, di sciogliere un esercito che ha ormai assolto il suo ruolo e non ha più ragione di esistere, il puritano risponde con un’occupazione militare delle Camere – che ha tanto il sapore dell’episodio tripolitano del 2014 – e con la sostituzione di esse con un Parlamento Tronco (Rump Parliament) dimezzato, costituito dai soli rappresentanti fedeli a Cromwell. Di lì a poco, resosi conto di poter governare direttamente per mezzo di quella formidabile arma a lui fedelissima che sono gli Ironsides, scioglierà definitivamente le Camere e governerà con il titolo di Lord Protettore del Commonwealth fino al 1658. Nonostante fosse riuscito addirittura a rendere ereditario il titolo in favore del figlio, sarà proprio quest’ultimo a pagare le conseguenze della lezione del padre, che cioè è l’esercito che la fa da padrone. Ormai disilluso dalla dittatura di Cromwell, ancora più odiosa della precedente monarchia perché neanche legittimata da una nobiltà di sangue secolare, l’esercito risponderà spazzando via il figlio e ponendo sul trono un nuovo Stuart, Carlo II.

Un ritratto di Oliver Cromwell realizzato da Samuel Cooper. (it.wikipedia.org)

Così fan tutte” direbbe Mozart, perché a distanza di secoli le cose non sembrano essere cambiate, con innumerevoli esempi di golpe militari susseguitisi nel tempo, non ultimo i tristemente celebri casi sudamericani nei quali quella stessa CIA che sembra aver addestrato Haftar, sfruttò similmente frange oltranziste dell’esercito per rovesciare governi a lei invisi. E si torna così all’Uomo che, Forte dell’esercito della Cirenaica dalla sua, si presenta tre settimane prima di quel fatidico 4 Aprile a un incontro con il Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez al-Sarraj. Le pretese di Haftar sono quanto mai dittatoriali: vuole il comando supremo delle forze armate, dichiarandosi disponibile a passare la staffetta al prossimo Presidente eletto; vuole l’ultima parola sulla scelta del Primo Ministro e del Governatore della Banca Centrale; e li vuole adesso. Adesso più che mai. Con le buone o con le cattive. E di fronte al rifiuto di al-Sarraj di accettare i punti, Haftar si è visto costretto a seguire la strada sterrata, quella che da Tobruch lo conduce direttamente a Tripoli, su un trono che lo chiama a gran voce ormai da cinquant’anni esatti. E lui non vuole più aspettare.

Carlo Giuliano

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